Un romanzo sconvolgente che a ogni pagina ci fa chiedere con «Siamo noi il Male Assoluto?»
Martin Plunkett possiede un'anima nera che conosce un solo procurare alle sue vittime una morte lenta e dolorosa. Da anni percorre l'America seguendo rotte casuali alla caccia di coppie da massacrare e mutilare. I media gli hanno affibbiato vari soprannomi, ma il vero nome di Martin Plunkett è Morte. La sua mente brillante e contorta è un luogo orribile da esplorare, mentre la sua follia riflette quella di un'intera nazione. L'assassino è in viaggio. E non c'è nessun posto dove nascondersi. Coinvolgente e terrificante al tempo stesso, L'angelo del silenzio entra nel cuore spietato di un serial killer in un modo e con uno stile che sono propri di James Ellroy.
«I suoi personaggi sono tratteggiati con un'onestà e una convinzione che a volte risultano inquietanti, ma mai sprezzanti». «The Austin Chronicle»
Lee Earle "James" Ellroy is an American crime fiction writer and essayist. Ellroy has become known for a telegrammatic prose style in his most recent work, wherein he frequently omits connecting words and uses only short, staccato sentences, and in particular for the novels The Black Dahlia (1987) and L.A. Confidential (1990).
Come raccontato nell’autobiografia di Ellroy "I miei luoghi oscuri", diversi elementi della giovinezza del protagonista di questo romanzo, come il guardare dalle finestre, l’intrufolarsi nelle case delle donne per rubare indumenti intimi, sono ripresi direttamente dai reati commessi da Ellroy in adolescenza. Questa sovrapposizione tra autore e personaggio produce un effetto perturbante: la finzione si fa confessione mascherata, il memoir immaginario del serial killer diventa l’ennesimo tentativo di Ellroy di confrontarsi con la propria genealogia criminale. L’operazione di riscrittura evita i cliché del true crime e riesce, pur in una struttura convenzionale, a costruire un romanzo scorrevole, ossessivo. La violenza è ovunque, ma non è mai spettacolarizzata, anzi è maldetta: si insinua nei dettagli, nei vuoti, nei pensieri ripetuti e deformi del protagonista. Eppure, nonostante l’intuizione interessante, resta un’opera di mezzo nella produzione di Ellroy: efficace come thriller, buona nella costruzione e nel ritmo, ma non abbastanza radicale a livello letterario. Quello che inquieta davvero non è la trama o le azioni del protagonista, ma la sensazione che Ellroy stesse ancora cercando un modo per raccontare se stesso senza farlo apertamente.