In this award-winning novel from Italy, a family is forced to flee their home on the brink of the Bosnian War, leaving behind all that they know and forging ahead into a life they never asked for.
Aida is just six years old when her family escapes the war bearing down on their village in Bosnia. But survival comes at a price. The home they make in Italy is safe, though not their own. Aida watches, helpless, as her parents grapple with a guilt and nostalgia she doesn’t understand. They yearn for a place that no longer exists, a place she barely remembers yet comes to resent for its lingering ghost.
Not even the arrival of her baby brother seems to spark their hope for the future, but Aida refuses to drown in the past with her parents. As the family sinks deeper into grief and the scars of mental illness, Aida makes her own way forward, through adolescence and into adulthood, constantly searching for where she belongs—anywhere but the place she came from.
Aida and her family face their struggles quietly and alone, until tragedy forces them to come together once again. But amid the greatest heartbreak, hope always rises…even when it feels like there’s nothing left.
Questa è la storia di Aida ed è anche la storia di un popolo martoriato dalla guerra in Bosnia-Erzegovina, avvenuta tra il 1992 e il 1995 con il coinvolgimento dei tre principali gruppi etnici nazionali: serbi, croati e bosgnacchi.
“Babo aveva un sorriso amaro. «Tu non capisci perché non sei mai stato in Bosnia.» Franco ha smesso di masticare. «A Sarajevo su dieci famiglie nove sono miste. Come si fa a separarle? Cosa sono i figli di un serbo e di una bosniaca?» Mio padre aveva le guance lucide. «Non si può dividere quello che è indivisibile.”
È una storia di confini, di etnie, di fughe e di ritorni, di riscatto e di lotta per la sopravvivenza. Al dramma del conflitto, si unisce il dramma di una famiglia che trova rifugio in Italia, che sembra essersi salvata e invece non sarà così.
È la storia dell’amore famigliare da cui non ci si affranca, il cemento che rende salda la vita di ciascuno. L’amore fraterno tra Aida e Ibro è la metafora del legame che univa due etnie che si sono combattute per dividersi.
“Ha allungato un braccio perché le prendessi. Ho scosso la testa. «Lo amavi.» «Disperatamente» ha risposto. Sapevo che amava anche me, ma non con quella tenerezza. «Aida, tu non hai mai avuto bisogno di me.» Mi ero impegnata tutta la vita perché fosse così, perché credevo che la mia indipendenza potesse accrescere il suo amore. Invece era tutto il contrario, amare la fragilità è più facile. Ho cercato mio fratello con lo sguardo, la tenda della camera da letto dei miei genitori ha ondeggiato appena. Il muezzin aveva cominciato a cantare. «Oči moji mili» [Occhi miei adorati] ho sussurrato. E sono uscita.”
Tra 4 e 5 stelle: merita il Premio Strega 2022!
Informazioni aggiuntive sul libro: Libro incluso tra i dodici candidati al Premio Strega 2022 Vincitore del Premio Viareggio-Rèpaci 2021 Opera Prima
▪️Proposto da Andrea Vitali al Premio Strega 2022 con la seguente motivazione: «E poi saremo salvi non è solo la storia di Aida, profuga bosniaca che giunge in Italia appena in tempo per sfuggire agli orrori dei massacri. È anche quella di un padre a volte padrone e a volte bambino, di una madre che comprime il profondo e a tratti disperato amore per i figli al punto di dare talvolta l'impressione di essere assente. E infine è anche la storia di due schizofrenie entrambe vere: quella che ha lacerato i Balcani e l'altra, quella che affligge Ibro, il fratello di Aida, un crudo quadro di realtà che in alcuni passaggi diventa un commosso inno alle fragilità dell'essere umano. A ciò si aggiunge il pregio della scrittura di Alessandra Carati che non si concede al di più, non ha tempo da perdere. La storia che narra è una catena priva di anelli deboli o se si preferisce un rosario laico dove ciascun grano va tenuto tra le dita il tempo necessario per meditare ciò che gli spazi bianchi lasciano intendere. Il lettore goloso di novità vi trova di che soddisfare il suo appetito, il neofita potrebbe usare E saremo salvi come viatico per entrare con stupore nel mondo in cui una penna riesce a raccontare il bello e il brutto della vita, i ricatti dei sentimenti, la necessità dell'egoismo quando si sta per affogare. Anche la pace di chi riesce a salvarsi pagando il debito di scelte inevitabili destinate a diventare cicatrice dell'anima. Difficile staccarsi dalle pagine di questo romanzo fino alla silenziosa nevicata che lo chiude, offrendo al lettore l'ennesima sorpresa.»
Uhm…sono sincero: in un punto del romanzo mi stavo commovendo, ma non basta a salvarlo. Le due parti del romanzo (la fuga dalla Bosnia e la malattia del fratello di Aida) risultano scollegate tra loro, con la Guerra in Bosnia e i suoi effetti sulla famiglia della protagonista che secondo me sono stati liquidati subito, quando in realtà avrei insistito molto su questo aspetto. Un altro punto è secondo me la voce narrante. Narratologicamente “E poi saremo salvi” mi ha ricordato “Il treno dei bambini” di Viola Ardone: entrambe le autrici hanno adottato una narrazione in prima persona prendendosi il rischio di narrare qualcosa che non hanno mai vissuto - Ardone “il treno dei bambini” e Carati la Guerra in Bosnia - adottando il punto di vista di persone con un vissuto, dunque, totalmente diverso dal loro: Ardone con Amerigo, prima bambino e verso la fine adulto, e Carati con Aida. Se Ardone, però, si è salvata in qualche modo (specie a livello linguistico, mischiando dialetto napoletano al semplice italiano, e cercando comunque di mantenere la distanza da quanto raccontato, anche se in prima persona), in “E poi saremo salvi” ho notato una certa difficoltà: della Guerra in Bosnia si parla solo nella prima parte (i capitoli Aprile 1992 e 1992/1993) e della protagonista non viene tematizzato lo sradicamento che ha subito, il suo rapporto con le radici e il trauma della guerra, per il semplice fatto che l’autrice e il vissuto della protagonista non coincidono, ed è difficile scrivere in prima persona qualcosa che non hai mai vissuto da vicino (insomma, la scrittrice non è Saša Stanišić che la Guerra in Bosnia l’ha vissuta, quindi la difficoltà nel narrarla da parte sua si nota). Forse una narrazione in terza persona sarebbe stata più gestibile, oppure una narrazione in cui un personaggio amico della protagonista le chiede di narrarle la sua storia, un po’ come il Nathan Zuckermann di Philip Roth con Seymour Levov piuttosto che Coleman Silk. Per il resto, la scrittura di Carati è buona: l’intento di raccontare una storia da parte sua c’è, ma forse non l’ha raccontata come me l’aspettavo (ricordiamoci che la lettura è sempre un’esperienza soggettiva, quindi si tratta sempre di ciò che un lettore si aspetta da una lettura). Se avesse raccontato la storia con protagonisti italiani mantenendo solo il filone della malattia di uno dei personaggi principali senza coinvolgere la Guerra in Bosnia, forse il romanzo mi sarebbe piaciuto di più.
3,5 Ho trovato la prima parte molto bella. Lo stile è asciutto, essenziale, adatto alla storia che racconta. La seconda parte non l'ho trovata all'altezza della prima, ad un certo punto mi è sembrata scollegata. Nel complesso comunque resta un bel libro che racconta di una guerra vicina ma di cui si parla poco.
Era tempo che non leggevo un libro così bello ed entusiasmante. Aida scappa con la madre dalla guerra in Bosnia. Già l'inizio è davvero incalzante è dinamico, una scrittura piena di suspence e il lettore si affeziona piano piano, pagina dopo pagina a questa famiglia in fuga. Poi finalmente l'arrivo in Italia e la parvenza di salvezza. In poco meno di 300 pagine sono concentrate 4 vite, tutte intricate da legame famigliare, amore e odio, rivincita e senso di lontananza da un villaggio che è stato per loro il punto di partenza per la fuga. Una lenta integrazione nel popolo italiano, permetterà ad Aida di riscattarsi con tutta la volontà e la rabbia racchiusa nel suo cuore e di crearsi una vita che però sarà sempre legata a quella dei genitori e del fratello. Un libro da leggere una volta nella vita. Anche due
Non è perfetto. Questo romanzo ha tante pecche: la prosa, tanto per cominciare, che è talmente lineare e basilare da risultare a tratti piatta, il finale, una chiusura frettolosa che segue passaggi in cui invece la scrittrice si era fin troppo dilungata, un cambio di marcia esageratamente repentino che fa esaurire la vicenda in due battute. Sono, inoltre, 2 libri, 2 storie che potrebbero anche non c'entrare nulla l'una con l'altra, non perfettamente amalgamate, discoste, indipendenti. Nella prima parte, quella della fuga di una famiglia dalla Bosnia in guerra, ho sentito mancanza di trasporto, di immedesimazione, l'arrivo in Italia come profughi è trattato in modo veloce per passare quasi istantaneamente al desiderio di integrazione della protagonista, che giunge bambina in Italia e arriva a sentirla più casa propria della sua patria; la seconda parte, quella della scoperta e della gestione della malattia del fratello, è più sentita, più partecipata, più accolta. Il libro comunque trasporta, coinvolge, si legge piacevolmente, commuove. Carati applica la tecnica "show, don't tell", come Henry James tra i primi auspicava e Federico Fellini predicava, e lo fa molto bene con l'esito di trasportate il lettore dentro la storia facendogli 'sentire' i personaggi e vivere i fatti; sospende altresì ogni giudizio toccando ciò nonostante, ma proprio per questo in modo pacato che risulta spesso essere il modo migliore per riflettere lucidamente, nervi scoperti quali la fuga dalla propria terra, l'accoglienza e l'integrazione nel nuovo Paese, l'approccio sanitario/sociale alla malattia mentale. Un buon esordio.
Le vite spezzate sono le protagoniste di questo romanzo di Alessandra Carati, finalista al Premio Strega. Sono vite che subiscono un prima e dopo la guerra. Un vissuto della guerra in corso in Bosnia che racconta di una bambina, Aida, molto piccola e del suo viaggio allucinante, insieme alla madre incinta, tra polvere e bambini insaguinati, verso l'Italia, Milano, dove li attende una nuova vita. Una vita che porta i segni della guerra, l'ambientazione in una nuova scuola e città. Un vissuto che presenta molteplici difficoltà con un fratello che subisce degli sconquassamenti. Il percorso di Aida, da bambina sino a giovane ragazza a donna che cresce tra la Bosnia e l'Italia, in un viaggio tra andata e ritorno che segna separazioni, dolori, ma anche crescita. Sono vite che cercano, più che la salvezza, un po' di pace. Impossibile non affezionarsi ad Aida e a questa storia raccontata con garbo e senza pietismi.
Aida è una bambina di sei anni quando è costretta a lasciare la Bosnia nel 1992, a causa della guerra fratricida che ha frantumato la Jugoslavia di Tito. La sua storia, raccontata in prima persona, è quella di una famiglia di profughi che trova riparo in Italia ma che non potrà mai colmare la ferita di quella violenta separazione.
La narrazione segue le vicende di Aida dall’infanzia alla maturità, in un racconto asciutto e teso, costruito su capitoli brevi e attraverso consistenti balzi temporali. Un lavoro di limatura e di sottrazione che produce di certo un effetto di pulizia stilistica ma, in questo caso, toglie anche emozione e coinvolgimento profondo. Soprattutto perché tra la prima parte e la seconda, tutta dedicata alle problematiche del fratello minore Ibro, c’è un cambio di argomento che produce una decisa deviazione dalla tematica principale: la guerra, il dolore della separazione, l’identità compromessa e divisa. La malattia di Ibro, certo, ne diventa il simbolo, ma con un’acrobazia del tutto intellettuale che toglie spontaneità e continuità al testo nel suo complesso. Anche l’adozione di Aida da parte di una famiglia italiana diventa trasversale al racconto e, pur essendo un tema forte, viene trattato soltanto superficialmente. È evidente che l’approfondimento dei caratteri viene giocoforza sacrificato alla pratica dei tagli e dei salti di luoghi e tempi. Insomma, un prodotto solo parzialmente riuscito, dove in poche pagine sono stati compressi molti contenuti e la costruzione soffoca l’emozione.
(Mentre leggevo senza riuscire a essere coinvolta per i motivi suddetti, pensavo alla scrittura di Annie Ernaux, così scabra, essenziale, pulita e contratta ma che, al contrario di questa, contiene e sprigiona una potenza emotiva straordinaria. Insomma: la differenza tra la grande scrittura e un buon compito in classe).
La storia di una famiglia che approda in Italia a causa della guerra che devasta il paese d'origine, la Bosnia, raccontata dal punto di vista della figlia maggiore. Un caparbio desiderio d'integrazione e di riscatto, anche a scapito delle ambizioni dei genitori, le difficoltà, non solo materiali, che deve affrontare una famiglia di immigrati, le sfide e i problemi di un'adolescenza normale: tutto si sussegue in brevissimi capitoli che tengono alta l'attenzione del lettore.
A mio parere non decolla veramente fino alla seconda parte, dove ho trovato pagine molto belle . Tuttavia, anche sapendo che si tratta di un libro ispirato da fatti reali, la narrazione, così cruda ed essenziale, non mi ha coinvolta emotivamente quanto mi sarei aspettata. Ci sono tantissimi temi diversi, forse un po' troppi, e tutti solo accennati, come se l'autice volesse far luce su alcune problematiche senza davvero esplorarle fino in fondo. In particolare le figure dei genitori, così importanti ai fini della storia, che però rimangono sempre inscatolati nel loro ruolo di genitori: intuiamo le loro difficoltà, i disagi, ma è difficile empatizzare perché di loro, come persone, non si riesce a scoprire molto. In alcuni punti mi sono sembrati più interessanti persino della protagonista, avrei voluto sapere di più su chi fossero prima che venissero sradicati dal loro paese e dalle loro vite.
Mi è rimasta la sensazione di una storia con un grande potenziale inespresso, ma che vale lo stesso la pena di conoscere.
Der Roman "Und dann sind wir gerettet" erzählt die Geschichte von Aida und ihrer Familie, die vor dem Jugoslawienkrieg nach Italien fliehen müssen. Das Trauma von Krieg und Flucht prägt das Leben von Aida nachhaltig. Besonders bedrückend ist der Zustand ihrer Mutter, den die junge Aida kaum begreifen kann. Die Autorin zeigt einfühlsam, wie Aida in Italien schon bald zwischen zwei Welten lebt. Aidas Familie findet Hilfe und die enge Beziehung zu Emilia, obwohl von ambivalenten Motiven geprägt, spielt eine zentrale Rolle in ihrer Integration in die italienische Gesellschaft. Die Entscheidung zwischen zwei Heimaten und Identitäten wird für Aida immer drängender. Die Vernachlässigung der Schule durch geflüchtete Jugendliche aus Hoffnung auf Rückkehr in ihre Heimatländer wird ebenso wie Aidas persönlicher Kampf mit den eigenen Bedürfnissen und Verantwortlichkeiten authentisch dargestellt.
Die realistische Darstellung der Hilflosigkeit der Familie und die Unterstützung von außen, die das Innenleben der Familie nicht verstehen und dementsprechend nicht helfen kann, zeigen eindringlich die Einsamkeit im Umgang mit solchen Herausforderungen auf. Dazu trägt außerdem die poetische und einfühlsame Sprache der Autorin bei, welche die Auswirkungen des Krieges auf individueller Ebene greifbar macht, ohne explizit zu erklären.
Insgesamt überzeugt "Und dann sind wir gerettet" durch seine einfühlsame Darstellung der Flucht, der schwierigen Integration in einer fremden Gesellschaft und des familiären Dramas. Die poetische Sprache und die detaillierten Charakterstudien machen den Roman zu einem berührenden Leseerlebnis, das die Leser:innen auf eine emotionale Reise mitnimmt. Dabei schafft es die Autorin, die Schwere des Themas immer wieder auch mit einer gewissen Leichtigkeit zu erzählen, ohne dabei die tiefgreifenden Auswirkungen des Krieges zu vernachlässigen.
Das Buch wurde zudem durch die Europäische Union gefördert - was für eine gute Erinnerung, wählen zu gehen, damit solche Projekte bestehen bleiben und für Verständigung unter den Menschen sorgen können.
Questo libro è così intimo e bello che ti viene voglia di incontrare l’autrice e chiederle da dove le nascesse la storia. Da dove l’urgenza e la fragilità che dipinge. Riesce a raccontare una storia di un popolo in una storia familiare di esuli, riesce a raccontare la malattia mentale e la malattia (quasi più intensa) di chi li assiste. Riesce a raccontare la pace che viene con l’accettazione della propria vita. E nonostante si un libro breve e densò di avvenimenti, spesso mozzafiato, non racconta mai con la tipica banalità di chi inventa qualcosa che non conosce. È bellissimo
Un buon libro e una storia interessante e toccante. Non riesco ancora a capire se però manchi di una scrittura più incisiva, che si confonda meno con lo stile di altri cento scrittori contemporanei, bravi ma con poca identità.
Aida fugge dalla Bosnia insieme alla sua famiglia quando ha sei anni, la guerra incombe e andare via è l'unica soluzione. Raggiungono l'Italia e si fermano a Milano dove comincia la loro nuova vita. Ma non è facile per niente, l'attaccamento alle origini è una continua sofferenza, lì hanno lasciato le persone a cui vogliono bene e la mancanza e preoccupazione li fanno stare male.
Quando arriva il fratellino Ibro, Aida è felice, ma l'atmosfera che ha intorno non è mai serena. Lei è diversa, Aida non vuole tornare in Bosnia, vuole trovare il suo spazio in Italia, vivere come i suoi compagni di scuola, non vuole essere diversa, si impegna tanto per imparare la lingua.
"Mia madre era quella che ne capiva meno la necessità...Era come se portasse il buio delle nostre montagne nei suoni della lingua, che non si piegava a un paesaggio mutato."
Il padre lavora come un pazzo per mandare soldi nel suo paese dove vivono i genitori, la madre è sempre irrequieta, è come se fossero lì solo con il corpo.
Aida cresce e si innamora anche, ma la differenza di religione pone un ostacolo, sua madre è assolutamente contraria al fatto che lei frequenti qualcuno che non è musulmano. Nonostante quello che pensano gli altri, decide di farsi un futuro, di studiare medicina e laurearsi. Ad aiutarla ci sono due vicini di casa che non hanno figli e la prendono sotto custodia. Una situazione particolare si verrà a creare, dove Aida spesso si sentirà non amata dai genitori, poco importante.
Succederanno tante cose nella sua vita e in quella della sua famiglia, il ritorno in Bosnia di ogni estate, sarà un faccia a faccia con quello che la guerra ha distrutto, un paese che quasi non riconosce più.
"E poi saremo salvi" è un romanzo di formazione, la storia di una famiglia che fugge dalla guerra ma che non può scappare dalle proprie origini. L'autrice ha uno stile di scrittura scorrevole, un linguaggio schietto, diretto. I personaggi sono ben delineati. In alcuni tratti ci racconta le torture che subivano le persone che venivano catturate e portate nei campi di prigionia. Storie che fanno rabbrividire, che mi hanno fatto venire il magone. Un romanzo che ci racconta di una famiglia scampata alla guerra ma che la guerra l'hanno vissuta nella loro anima, nella sofferenza per la perdita delle persone care. Forte, emozionante e sconvolgente. Lo consiglio.
Per quanto tenti di scavare nella storia di un popolo vittima di guerra, che in questo periodo storico non è tanto lontano da un altro popolo che attualmente si trova nelle stesse condizioni di conflitto e di fuga che nella prima parte del romanzo accade alla protagonista e alla sua famiglia, molto spesso ricade nel superficiale. Perfino la malattia del fratello è delineata in maniera sbrigativa. In tutto questo però ridono. Sembrano non fare altro, e in determinate situazioni sono io a non comprendere i motivi di quelle risate.
Ma che meraviglia! Una storia piena di emozioni che non può che entrarti nel cuore dalla prima pagina all'ultima. Una storia senza pace, piena di paura e di dolore scaturiti solo da un grande amore.
Il tema dei profughi e della guerra è caldissimo in questo momento. E la scrittura di Carati è capace di rendere immediata, intensa e carica di significati l’esperienza fittizia di una famiglia bosniaca costretta a rifugiarsi in Italia negli anni Novanta per sfuggire alla pulizia etnica perpetrata nel loro territorio di origine.
Un romanzo che risente di una lunga maturazione, di una cesellatura nelle parole, scelte per condensare al massimo gli orrori, ma per farceli cogliere attraverso i gesti, le somatizzazioni, i non detti dei protagonisti.
Colpisce soprattutto che le vicende narrate non siano state vissute in prima persona dall’autrice, che la storia sia scaturita da una specifica ricerca e da una volontà della scrittrice di tradurre in precise parole cesellate la condizione di un popolo che nel piccolo si riassume nella condizione di una famiglia, costretta a fare i conti con le violenze fisiche e psicologiche subite e tramandate anche attraverso il solo sangue.
Un romanzo in lizza per il premio Strega e che per me lo ha già vinto a mani basse.
Una storia intensa, che letta oggi strappa ancora di più un pezzo di cuore. La guerra in Bosnia degli anni Novanta si sovrapponeva all'attuale guerra in Ucraina, e leggere la prima parte mi ha fatto pensare a cosa deve passare quella povera gente, costretta ad abbandonare tutto e tentare la fortuna. La rabbia che questa famiglia si porta dietro, la precarietà, l'incomunicabilità portano a dinamiche familiari davvero ben raccontate dall'autrice, in grado di far affezionare a tutti i personaggi, in quello strano limbo tra odio e amore che cattura. Il tema dei disturbi psichiatrici, che ho ricercato anche in altri libri, assume qui un linguaggio diverso ma efficace, presentandolo dagli occhi di chi sta vicino e non riesce a comprendere fino in fondo la realtà dei fatti. Scorrevole, intenso, intimo, duro e delicato.
Ein Leben mit einer ständig aufgeklappten Schere im Herzen
„Und dann sind wir gerettet“, das Romandebut von Alessandra Carati, erschienen 2023 im nonsolo Verlag, ist eines dieser seltenen Bücher, die mensch nicht mehr aus der Hand legen möchte: Ein Ausnahmebuch, das es verdient, auf den Bestsellerlisten ganz weit nach oben zu wandern. Ein Buch, dem ich nicht mit einer kurzen Rezension gerecht werden kann.
Die Autorin beschreibt die Situation einer Familie auf der Flucht vor dem Bosnienkrieg so klar, schnörkellos, gedrängt, teilweise gewaltvoll aber vor allem immer auch poetisch, dass es einen direkt packt. Vor allem die Sprache ist einfach wunderschön, es sind so viele so eingängige Sprachbilder, die Carati findet. Nur ein paar Beispiele aus dem Buchanfang: "Er packte seine ganze Enttäuschung darüber, dass er mich nicht schlagen durfte, in seine geschlossenen Fäuste und rannte weg." (S. 15) "...schon immer hatte sie sich wie zu Besuch in ihrem eigenen Leben gefühlt." (S. 16) "Ich löste mich auf und wurde zu Wasser..." (S.20) "Das einzige Mal, dass ich das Wort "auslöschen" gehört hatte, war in einem Dokumentarfilm über die Dinosaurier gewesen. Nach ihrer Auslöschung war nichts von ihnen übriggeblieben, nicht mal ihre Jungen." (S. 24) Ich könnte endlos weiterzitierten. Ein ganz starker Start in den Roman.
Der erste Abschnitt April 1992/Flucht gibt vor allem indirekte Informationen über den Jugoslawienkrieg. Es ist eher der emotionale Gehalt, der einem mit aller Brutalität bewusst wird. Die Härte, mit der alle wehrfähigen Männer (und eigentlich noch Kinder, 12 Jahre ist ja weit weg von Erwachsen) im Land gehalten werden, das Eingesperrtsein auf engem Raum, mit dem die Flucht von Grund auf verhindert werden soll, die Bedrohung durch die Milizen und die damit einhergehende Willkür, die dauerhafte Traumatisierung durch das Grundgefühl der Angst, das immer mitschwingt. Was mich sehr berührt hat, ist die Unmöglichkeit, Kindern den Krieg zu erklären als das, was er ist - und somit von einer Lüge in die nächste zu schlittern, was dazu führt, dass Kinder, in diesem Fall Aida, ihren Eltern nicht mehr glauben, ein Vertrauensverlust, der immer weitreichende Konsequenzen hat. Ich fand die Beschreibung auf der ersten Seite ganz toll, denn irgendwie gilt sie für alle Menschen, nicht nur für Kinder - wer kann sich Krieg schon vorstellen?: "Wir wussten nicht, was Krieg war, für uns war er nur ein geflüstertes Wort, das die Macht besaß, die Erwachsenen unsicher und böse werden zu lassen." Auch sehr deutlich wurde für mich, wie der Krieg jegliche Individualität aufhebt und den Menschen in eine Masse umformt, eine Funktion. Angesichts des aktuellen Ukrainekriegs, der teilweise durchaus ähnliche Züge hat, sind diese Gedanken sehr bedrückend.
Im zweiten Abschnitt, 1992/1993/Die Familie zieht mit der Geburt von Ibro auch das Thema "Geschwister" in den Roman ein. Ich hatte mich schon davor gefragt, wie es wohl sein muss, wenn ein Geschwisterkind Krieg, Flucht und alte Heimat am eigenen Leib erlebt hat und erinnert und das andere nicht. Beide sind zwar Teil derselben Familie, wachsen aber unter so unterschiedlichen Voraussetzungen auf, das stelle ich mir schwierig vor. Zumal die Eltern sich zunehmend so traumatisiert zeigen, dass hier wenig Unterstützung vorhanden ist: Der Vater, der immer aggressiver und gewaltvoller wird, weil er keine Lösung für all die Probleme finden kann und die Mutter, die sich immer weiter zurückzieht und apathisch schweigt, keine Liebe mehr geben kann. Beide Eltern erzeugen wirklich heftige und gewaltvolle Momente in ihrer Hilflosigkeit. Es muss furchtbar sein, als Kind so aufzuwachsen, wenn man noch dazu selbst auch Traumatisierungsspuren trägt. Auch da findet Carati wieder tolle Worte: "Samir und ich nannten das ihre "Bosnitis" (S. 95), weil wir dachten, die hätte Heimweh." Die Familie zeigt ansonsten erstaunlich wenig Anpassungsprobleme, verdrängt aber mehr oder minder erfolgreich durchweg, dass der Krieg noch länger dauern kann. Immer wieder wird das Hier und Jetzt als Provisorium angesehen, wird beschworen, dass man zurückgehen wird. Das macht es schwierig anzukommen und sich weiterzuentwickeln.
Bedrückend, wie sehr der Krieg auch zehn Jahre später noch das Leben der Familien bestimmt. Sehr plastisch wird für mich beschrieben, wie absurd die recht willkürliche Neuaufteilung in neue autonome Länder ist - mit weitreichenden Konsequenzen für die Bevölkerung, die entwurzelt wird und neu zugeordnet, was auch zu extremem Misstrauen unter Menschen führt, die früher alle zusammen an einem Ort gelebt haben. Sehr klar zusammengeführt in einem Dialog zwischen Großmutter und Soldaten: "Das hier ist ein serbisches Dorf", hatten die russischen Soldaten gesagt, als sie zusammen mit den UNO-Blauhelmen gekommen waren. "Muslime können hier nicht mehr bleiben." (...) An der Spitze der Gruppe hatte meine Großmutter laut gesagt: "Geht mal auf den Friedhof, wenn dort auch nur ein einziges christliches Kreuz steht, dann ist das Dorf serbisch." Alle Grabsteine waren muslimisch. Der Krieg war zu Ende, die Grenzen waren wiederhergestellt worden, und uns hatte man zu Fremden in unserem eigenen Dorf gemacht. (S. 113) Die daraus abgeleiteten Gedanken, dass man nun für immer im Exil ist und seine Heimat verloren hat, dass sie nicht wieder herstellbar ist, finde ich zutiefst schmerzhaft. Verrückt, wie die Elterngeneration dann dennoch weiter an einer Rückkehr klammert und sich einfach nicht neu in Italien zuordnen und einleben kann. Ein Leben auf gepackten Koffern, mit einer ständig aufgeklappten Schere im Herzen.
Carati schildert all dieses so dicht und emotional stark und mensch ist durchgehend sehr berührt von allen Figuren. Es fühlt sich an, als wären sie alle in Schraubzwingen gepresst, beim Lesen oft kaum auszuhalten. Man wünscht ihnen allen so sehr Luft unter den Flügeln. Der, der scheinbar am besten mit allem klarkommt, ist Ibro. Und doch gibt es auch in ihm immer wieder eine Unruhe und eine überschießende Kraft, die zeigt, dass auch in ihm etwas brodelt. Ein Satz, der für mich einfach alles beschreibt: "Ich hielt mich auf Abstand zu allem, als wäre meine Haut zart und dünn wie nach einer Verbrennung." (S. 141) Dauerhafte Vorsichtigkeit. Wie ein Hase auf offenem Feld.
Der letzte Abschnitt bringt noch einmal eine starke Wendung mit sich, die ich hier auf keinen Fall spoilern möchte. Was ich aber noch sagen kann: Fertig mit dem Buch und auch ein bisschen fertig mit der Welt war für mich im letzten Abschnitt sehr eindrücklich, dass es einfach nie ein vollkommenes Ankommen in der neuen Welt gibt. Aida macht eigentlich eine Vorzeigeintegrationsgeschichte durch und dennoch verfolgt sie bis zum Schluss der Krieg, das Trauma, die Zerrissenheit. Wie muss es sein, immer aus einem empfundenen Defizit heraus zu leben (und sich zeitgleich immer schuldig zu fühlen und das Gefühl zu haben, aus allem das Maximum rausholen zu müssen, denn man hat es ja herausgeschafft, anders, als viele andere)? "Ich fand, mir stehe für das Leben, welches mir das Schicksal beschwert hatte, eine Entschädigung zu..." (S. 182) "Sie hatte geglaubt, ihr Opfer werde mich retten, aber niemand kann einen anderen retten. Ich musste einfach nur lernen, in mir selbst Frieden zu finden." (S. 280)
Alle Wege führen letztlich immer wieder zurück nach Bosnien, für die ganze Familie schließt sich dort immer der Kreis. Die Heimat lässt sie nicht los.
Auch in diesem letzten Abschnitt ist der Krieg präsent, wie eine mahnende Wolke, die über allem schwebt und sich nie richtig auflöst. Vor allem aber erscheint der Krieg hier auch als Erblast, als etwas, aus dem man als Sieger:in im neuen Leben hervorgehen muss: "Wir waren seine geliebten Enkelkinder, die den Krieg und die Armut überlebt hatten, und die er sich immer aus der Ferne vorgestellt hatte." (S. 260) Dieser Druck auf einer Generation, für die die Eltern alles aufgegeben haben. Wie kann man dem standhalten?
Das Buch hat für mich bis zum letzten Satz einfach alles eingehalten, was ich mir von einem Buch nur wünschen kann. Sprachlich einfach ganz besonders ausgezeichnet, durchweg zutiefst berührend, eine so kluge Geschichte über das, was Kriege EIGENTLICH auslösen, in uns, in den Menschen, im Miteinander, wie weitreichend die Folgen über Generationen hinweg sind, ich bin auf eine sehr gute Art vollkommen zerstört 5-Sterne-deluxe, ich würde gerne 6 Sterne geben können. Einzig die einleitenden Zitate vor den Abschnitten hätte ich nicht gebraucht. Sie geben für mich nichts dazu, das ist so ein komisches Dekor, das gegen den Roman sowieso nur abfallen kann. Und wenn ich mir etwas für die nächste Auflage wünschen dürfte, wären das noch ein paar mehr Begriffserläuterungen. Aber das sind Marginalitäten angesichts dieses wirklich großen Wurfs. Ich hoffe, wir werden noch ganz viel von Alessandra Carati zu lesen bekommen.
Ein großes Dankeschön an lovelybooks.de und den nonsolo Verlag für das Rezensionsexemplar!
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Un libro coinvolgente che affronta tematiche di un certo spessore, molto bello e ben scritto; se poi consideriamo che si tratta di una scrittura di esordio beh, un plauso in più! Questo libro è un romanzo di formazione, una saga familiare, una storia di un popolo. La protagonista è Aida, che noi conosciamo bambina all’età di sei anni, in un momento di vita particolarmente drammatico. Aida infatti viene dalla Bosnia e, a causa dello scoppio della guerra serbo bosniaca (1992-1995), sta cercando di superare il confine con la mamma per rifugiarsi in Italia, dove si trova il padre. Seguiamo così la vita di Aida dall’infanzia alla maturità (in questo è un romanzo di formazione), la quale inizia a sentirsi “divisa” perché la famiglia - che fa parte della comunità etniaca dei bosniachi, comunità etnico religiosa che vive nella Bosnia di religione musulmana - sebbene si trovi in Italia, decide di restare ancorata alle proprie radici senza integrarsi nel contesto italiano, a differenza di Aida che invece vuole integrarsi, vuole essere italiana. Dunque la ragazza dovrà cercare di ricucire la sua identità, divisa tra il passato in Bosnia e la nuova identità italiana e questo la allontana dalla famiglia e soprattutto la fa entrare in rotta di collisione con essa. La tematica storica affrontata è di un certo rilievo: si parla di immigrazione, di guerre dei Balcani, la guerra dell’ex Jugoslavia, argomenti di cui purtroppo si parla troppo poco, soprattutto in letteratura, quindi rievocare questi momenti storici ha una certa importanza. Le guerre dei Balcani sono state guerre crude e sanguinolente: ci sono stati stermini di massa (fine anni ‘90, inizio anni 2000) soprattutto ai danni della popolazione musulmana, si parla di campi di concentramento e la famiglia stessa di Aida subisce delle perdite. È un romanzo che parla molto anche di identità di cultura, è infatti una narrazione colma di parole e tradizioni bosniache. Unico elemento a sfavore che ho rilevato è che la prima e la seconda parte risultano poco amalgamate, come se il romanzo fosse diviso materialmente in due parti, come se fossero due romanzi separati in quanto la prima parte parla del dolore legato allo scoppio della guerra, al dolore del lasciare il proprio villaggio, le proprie radici e delle difficoltà, soprattutto da parte degli adulti - in questo caso i genitori di Aida che auspicano a ritornare in Bosnia - di adattarsi ad una realtà nuova, lontana dai propri affetti. La seconda parte invece affronta del disagio psichico e della malattia mentale legata al fratello di Aida, che soffre di schizofrenia. Dunque è come se tutti fili narrativi non siano stati tenuti bene insieme; tuttavia, considerando che questo è il primo romanzo dell’autrice, l’elemento passa certamente in secondo piano, anche perché sul finale si riaggancia nuovamente alla tematica della guerra riportando tutta una serie di testimonianze estremamente dolorose. È un romanzo duro, crudo, che presenta però una scrittura lineare, piana, semplice: le frasi sono brevi e paratattiche e anche i capitoli sono brevi quindi questo rende la lettura molto scorrevole. Questo libro mi è piaciuto moltissimo, tant’è che l’ho divorato nonostante le tematiche (guerra, malattia mentale, morte) siano pesanti da digerire.
Un romanzo di grandi ambizioni, forse come da più parti ho sentito dire, anche "necessario" per tutto ciò che abbiamo dimenticato e rimosso della guerra in ex-Yugoslavia; un romanzo che racconta un dolore che attraversa vent'anni e ce ne vuole restituire un'interpretazione ampia, complessa, ma pure, diciamolo, un romanzo spesso. Alla costruzione della storia non contesto la svolta che avviene a metà narrazione e che ci porta ad affrontare la malattia inaspettata del fratello della protagonista (l'idea, anzi, molto forte di introdurre la schizofrenia paranoide l'ho trovata coraggiosa e non così improbabile) e non mi pare nemmeno che si senta una cesura così forte tra prima e seconda parte del romanzo: nella vita, infatti, accade proprio questo, che quando una malattia così devastante irrompe in una famiglia, tutto cambia improvvisamente e non lascia più spazio per altro. Ciò che contesto invece sono due punti molto precisi, di (purtroppo) mancato realismo: 1) l'adozione di Aida da parte della famiglia italiana senza specificare se fatta da minorenne o maggiorenne e data per acquisita in poche righe; 2) come sia possibile che un giovane medico, anche se specializzando, non si interessi e non approfondisca da un punto di vista professionale la malattia di un familiare, per quanto complessa. Sono due osservazioni per me importanti e imprescindibili, che mi danno l'impressione che non ci sia del tutto calati nei panni della protagonista (pur narrando in prima persona), forse per l'ambizione di privilegiare un punto di vista troppo alto, troppo storico, troppo profondo, ancora, direi, troppo "spesso". Sullo stile, invece, asciutto, spezzato e secco non ho molto da dire, se non che funziona bene ma annoia e in alcuni momenti, come appunto l'allontanamento di Aida dalla famiglia di origine, non aiuta l'indagine e diventa quasi una scusa per chiudere in fretta.
Thanks to Amazon Crossing for gifted access via NetGalley. All opinions below are my own.
This book is set amidst the Yugoslavian war. A family forced to flee their home in Bosnia. They settle in Milan but feel little peace. They do not understand why their home country must be split by race and religion when their perception is that most people lived well when mixed. As Muslims, they want to feel safe in their home and able to practice. When they arrive, the daughter is quite young and assimilates well. Her pregnant mother struggles with the grief and home sickness. Most of the story is told from the daughter’s point of view, and it deals with the complexities of being a stranger in a strange land, but also the child of a mother who cannot engage with her. The story spans decades, and the second half is really about dealing with her younger brother’s mental illness.
This was definitely a heavy read. I have been to Bosnia and thought it was a beautiful country, but there are definitely still the scars of war on the buildings and the people. I was intrigued to learn more about this time period, even though most of the novel takes place with them as refugees elsewhere. Definitely take care when reading, this one deals with some very serious themes. But I was happy to read historical fiction set in a more modern time and illuminating the modern scars of war.
Once We Are Safe is a somber and deeply moving exploration of the Bosnian crisis, told through Alessandra Carati’s evocative prose and brought to life by Lauren Ezzo’s excellent narration. The audio production is crisp and immersive, and done really well.
This is not an easy listen — it’s heavy, intimate, and unflinching in its portrayal of trauma and displacement. Carati skillfully blends historical fiction with a sensitive examination of mental illness, showing how the scars of war echo through individual lives long after the fighting stops.
Lauren Ezzo’s performance adds depth and empathy, perfectly capturing the tone of the narrative and the nuances of each character. The quality of the audiobook enhances the storytelling, making it an impactful and haunting experience.
Thank you to Brilliance Publishing, Brilliance Audio, and NetGalley for the ARC.
Ero partita prevenuta pensando ad un libro commerciale e invece l’ho trovato ben scritto e intenso. Forse in alcuni punti non sono sviluppati bene i temi e il libro appare approssimativo. Ho individuato tre tematiche, guerra, malattia mentale, rapporto genitori/figli. La prima e la seconda le ho trovate coinvolgenti, mentre la terza pecca un po’ di eccesso, sopratutto nella parte in cui Aida con eccessiva leggerezza abbandona la famiglia naturale. Poco realistiche tecnicamente l’adozione e il processo penale, quando si scrive di questioni giuridiche (come di questioni mediche o altro) di dovrebbe fare attenzione
Siamo nel 1992, Aida ha sei anni e sta scappando dalla guerra con sua mamma. Dalla Bosnia all'Italia alla ricerca della salvezza. Qui per lei comincia una nuova vita, una vita che sembra non conciliare più con le sue radici, con quelle dei suoi genitori. Nella prima parte è questo il punto focale del romanzo, mentre nella seconda ci si concentra di più su Ibro, il fratello di Aida che soffre di schizofrenia. Ecco, questa seconda parte secondo me sembra scollegata dal filo generale del romanzo, ma nonostante questo il libro si è rivelata un'ottima lettura e non sarei dispiaciuta se vincesse il Premio Strega.
May Americans never know what's it's like to flee everything you know. I remember seeing this war on TV in 90's. this story is raw and emotional at times but then I think it does an excellent job at showing the teams of war!
Ho terminato questo libro sabato ma ho avuto bisogno di alcuni giorni per digerirlo e assorbirlo. È una storia che ti spezza: senti tutto il dolore della famiglia di Aida. Io negli anni 90 ero troppo piccola per comprendere la ferocia umana che impregnava la guerra dei Balcani. Il racconto di Aida della loro fuga dalla Bosnia verso la salvezza: l’Italia, mi ha permesso di abitare, anche se a distanza, il terrore, il dolore, la rabbia e anche la speranza che i profughi hanno vissuto nella loro fuga. Alessandra attraverso la voce e lo sguardo di Aida riesce a farci vivere la frattura di una famiglia, le crepe che con il passare del tempo si allargheranno sempre più perché nonostante sia stato necessario scapare per vivere un pezzo di loro e della loro vita rimarrà per sempre in quel villaggio della Bosnia. Cresciamo con Aida e respiriamo tutte le trasformazioni di relazioni, legami che questa famiglia attraversa. Fatima, la madre, aspettava Ibro, quando sono fuggite e lui sarà insieme ad Aida l’altro protagonista di questo romanzo; nato in Italia ma con le radici in Bosnia. Ibro, a differenza della sorella, sentirà il richiamo della sua terra in maniera più intensa, quasi viscerale e forse sarà proprio questo sentirsi a metà, senza patria in continua connessione con l’altra parte e sotto pressione che lo farà esplodere. La malattia di Ibro spacca tutto e tutti. La guerra diventa un sottofondo sfumato lasciando il posto al dolore lancinante che provano Aida e la sua famiglia nel perdere un figlio e un fratello. A questo punto mi sono chiesta: “Ma davvero fuggendo dalla guerra loro si sono salvati? O la malattia di Ibro ha rubato, deturpato, infranto questa salvezza?” Le pagine in cui Ibro si smarrisce, per me, sono state le più faticose, strazianti e solo a libro terminato e a distanza di giorni a sofferenza ferma sono riuscita a trovare e catturare la speranza e la positività che l’autrice ha nascosto nelle crepe di Ibro.
Mai come in questo caso vorrei la possibilità di usare i mezzi voti, perché a questo libro mi piacerebbe dare 2.5 stelline. Cominciamo con un punto fondamentale: scrivere di una storia importante non significa necessariamente scrivere un libro importante. Rispetto la decisione di affrontare un tema di cui si sente parlare troppo poco, ma la scrittura per me non restituisce un racconto all'altezza. In particolare, non ho capito la scelta della prima persona singolare: mi è sembrata poco riuscita, un racconto in terza persona sarebbe forse stato più onesto e avrebbe suscitato la stessa empatia. Consigliato per chi vuole leggere dell'esperienza di una famiglia bosniaca emigrata in Italia (tra guerra, integrazione e salute mentale) e non ha grandi pretese riguardo scrittura, struttura e stile.