Romanzo autobiografico sulla crescita di Paolo Valoppi (autore, narratore, personaggio principale), figlio di un Testimone di Geova che crede nella vita eterna e di una madre atea, e quindi non credente.
Da qui il titolo, super diretto, che mi ha espresso un po’ di ironia, anche grazie alla quarta di copertina che promuoveva una scrittura felice e umoristica… ma non era il caso, secondo me.
È una sorta di racconto lungo di 124 pagine, narrato in prima persona, alternato con passaggi di dialogo diretto fra Paolo e suo padre, suo fratello e sua madre, e verso la fine include anche i messaggini WhatsApp.
Nessun thriller familiare, nessuno sviluppo degli eventi, solo una narrazione sulla sua formazione, sui momenti di crescita, sui ricordi di famiglia, di scuola e su qualche storia sentimentale durante l’università.
Il focus principale rimane la religione del padre, che cercava di educarlo o convertirlo alla sua religione.
C’è troppa compiacenza, senso di colpa, vergogna e divisione fra le due visioni dei genitori.
Non mi dà fastidio questo, ma la scrittura è stata una delusione: monotona, piatta, non rivela nessuna identità personale o creatività.
Sono rimasto deluso perché la copertina paradisiaca mi aveva colpito, il titolo mi sembrava ingenuo e infantile, poi mi sono interessato per l’età dell’autore, laureato in lettere e che lavora nel settore editoriale, quasi della mia età, e volevo scoprire questa nuova penna.
Adoro le religioni e mi interessa capire meglio questa religione. L’unica cosa che ho apprezzato è che non è stato giudicante né ha cercato di mettere la religione in cattiva luce.
Poi l’incipit è stato accattivante. Anche il racconto flashback sul padre da giovane in Afghanistan, diventato architetto e poi andato a scoprire l’Oriente. Anche il passaggio della madre che aveva appena aperto una libreria e partecipava alle manifestazioni femministe. Entrambi mi sono piaciuti.
Non posso negare che aveva grande potenziale per un bel romanzo: titolo, copertina, incipit, finale, quarta di copertina, mi sembra anche il buon entourage. Ma per me non mi ha convinto.
Sarebbe stato meglio riscriverlo rendendolo un romanzo breve, intorno alle 100 pagine, e mantenere la voce del bambino. Alternando sempre i messaggini WhatsApp e i dialoghi diretti, includendo magari preghiere e monologhi. E perché fare più equilibrio fra la figura del padre e quella della madre per spiegare meglio il contrasto.
Questo romanzo mi ha fatto pensare a un romanzo turco, Le tre figlie di Eva di Elif Shafak, di una ragazza cresciuta fra una madre super religiosa e un padre super laico. Ve lo raccomando se cercate una narrazione di formazione su questo tipo di contrasto.
Detto questo,
Scrivere di sé non è mai semplice, e questo primo tentativo va rispettato. La mia recensione riguarda il libro, non la persona, e vuole essere un incoraggiamento a continuare a scrivere, a rischiare di più, a lasciarsi andare davvero. ❤