Ci aveva già pensato qualche anno fa Jonathan Franzen a smontare la narrazione secondo la quale i comportamenti individuali avrebbero virtuosamente rallentato le nefaste conseguenze del cambiamento climatico e dello sfruttamento intensivamente criminale delle risorse terrestri. Trattavasi infatti, come anche questo agile e profondo saggio ci ricorda, di una facile illusione.
Prima di chiedersi cosa possiamo fare noi per invertire la rotta ecologica, dovremmo chiederci cosa fanno le multinazionali per impedirlo costantemente e, soprattutto, cosa fa chi amministra la cosa pubblica per sottrarsi all’influenza esiziale delle lobby del settore.
Hai voglia, infatti, a comprare prodotti di filiera corta (ammesso che ce lo si possa permettere sempre) o fare la spesa in negozi che aderiscono all’etichetta “equo e solidale”. Ipotizzando che una significativa percentuale del mondo occidentale inizi a comportarsi così (ipotesi più probabile dove salari e stipendi aumentano progressivamente e non, come da noi, risultano bloccati da anni), resta il fatto che una buona parte della popolazione mondiale, uscendo progressivamente dalla povertà più nera, intende, ad esempio, consumare più carne, ingerire più proteine. Questa intenzione è moralmente inattaccabile: “ora tocca anche a noi un po’ di benessere”. La conseguenza logica è che un enorme flusso di cibo proveniente da allevamenti intensivi fa il paio con l’estensione biblica delle coltivazioni riservate alla produzione di cibo per animali, annullando in una frazione di secondo qualsiasi sforzo benevolo individuale di comportarsi eticamente.
Se aggiungiamo che il programma europeo del Green Deal è stato affossato grazie al lavoro sistematico di boicottaggio a cura delle grandi imprese agricole alle quali non è parso vero di poter girare a loro favore, ipocritamente, la guerra in Ucraina millantando una presunta crisi del grano che avrebbe, secondo loro, messo in crisi decine di migliaia di imprese, ne risulta un “blocco ideologico” impossibile da sciogliere. I comportamenti individuali saranno sempre positivi, indubbiamente, ma l’infinitesimo loro impatto sulla salute del pianeta ci costringerà a prendere atto che, come dice il titolo, il cibo è politica e come tale può influenzare i grandi cambiamenti climatici solo a partire dal coraggio di una nuova classe politica. E il pessimismo, in questo senso, è alle stelle.