Premetto che, avendo letto le altre recensioni, ho l’impressione di non essere parte del pubblico a cui questo libro è indirizzato. È però vero che non è chiaro per chi o a che scopo questo libro sia stato scritto. Premetto anche che è il primo libro che leggo di quest’autore, che ho incontrato solo di recente.
Tralasciando i sorprendentemente frequenti errori grammaticali basilari - che vanno da boriosi calchi burocratici (“[…] sei necessitato a comprendere il ruolo che dio ha preparato per te”) a eclatanti incongruenze tra tempi verbali (“Feuerbach era convinto che non sia stato dio a creare l’uomo […]”) - il testo, sia per argomentazioni che forma, sembra più un lungo tema di quarta superiore che non un libro di filosofia anche solo divulgativo. La cosa ha più senso considerando che l’autore è apparentemente uno youtuber, e che il testo, dato il livello di approfondimento, potrebbe benissimo essere adattato in uno script per un video (anche piuttosto breve).
Il concetto attorno a cui il libro si sviluppa è la divisione, manichea e superficiale, fra dio omerico e post-omerico (e, di conseguenza, essere umano omerico e post-omerico). Da qui, l’argomentazione si sviluppa in due parti.
Nella prima, l’autore si lancia in un tentativo di analisi storico-filosofica delle maggiori religioni.
Anche qui tralasciando errori formali e contraddizioni interne (ad es., in menzione della Sibilla Cumana – ritenuta dai contemporanei in contatto con gli dei, capace di vivere più a lungo dei comuni mortali, veggente e divinatrice – Dufer dice che questa ha "[...] un ruolo tutt'altro che sovrannaturale" ???), la faziosità (o semplice ignoranza?) di chi scrive emerge nitidamente. Ad esempio, c’è una vistosa contrapposizione di Ebraismo e Cristianesimo con l’Islam. Si confrontino le frasi:
- “ […] Ma queste religioni (Ebraismo e Cristianesimo, ndr) si sono sviluppate contro e non a favore del potere politico.”
VS.
- “[…] la teocrazia islamista è il trionfo di ciò che Maometto scrive nel Corano.”
L’incredibile complessità delle posizioni cristiane o ebraiche sul potere politico viene totalmente ignorata, così come vengono trascurate le variegate scuole interpretative islamiche su Stato e religione. Tutta la sezione è una sorta di minestra riscaldata, fortemente influenzata dal vecchio e stantio concetto di “scontro di civilità” introdotto da Huntington nel 1993. La conferma di questa influenza è evidente nella citazione di Bernard Lewis, noto neocon americano e controverso studioso del Medio-Oriente, che nessuno scrittore (tantomeno uno storico o filosofo) prenderebbe mai seriamente.
Dopo questa prima sezione pullulante di assurdità storiche e interpretazioni discutibili, nella seconda parte il libro si trasforma gradualmente in un classico testo di self-help.
Non c’è molto di interessante, è in sostanza l’ennesima mediocre applicazione di filosofia e mitologia alla vita di tutti i giorni. Il crimine peggiore di questa sezione è la distorsione del pensiero di Gabor Maté. Frasi del genere:
“Il post-omerico produce una dimensione divina consolatoria, un sollievo dal dolore dell’esistenza, che è perfettamente rappresentata dalla sostanza per il tossicodipendente”
Più che offrire qualunque tipo di intuizione, esemplificano l’incompetenza di chi sta trattando il tema, sfociando inevitabilmente in analisi che potrebbero essere persino considerate pericolose per la sanità mentale:
“La depressione si scatena certamente in conseguenza di eventi nefasti […] ma solo perché prima non abbiamo preparato il nostro animo a dare un significato a quegli eventi, dichiarandoli meritevoli solo di essere espulsi.”
Mentre in Maté la dipendenza è una risposta disfunzionale ma comprensibile al dolore, in Dufer la dipendenza è l’esito di una visione del mondo distorta (post-omerica?) o un'impreparazione dell’animo che rifiuta il dolore come parte della totalità. Una completa inversione quindi, che mette di nuovo la responsabilità su chi soffre piuttosto che svelare le cause del dolore e offrire sollievo.
Sommessamente, nell’avanzare del testo, sembra che il lemma “post-omerico” diventi il ritornello per tutto ciò che all’autore non piace: l’islam è la massima espressione religiosa post-omerica, le tossicodipendenze sono post-omeriche, il postare sui social media è post-omerico (ironico detto da un influencer) e così via. Da queste prese di posizione, la posizione ideologica di chi scrive diventa via via più nitida: come un novello Jordan Peterson, Dufer sembra opposto al cambiamento sociale-economico-politico, in favore di un’accettazione totale del mondo così com’è:
“[…] L’idea del “mondo come dovrebbe essere” prende il posto dell’accettazione del mondo per quello che è, ecco il problema cui la dipendenza cerca di dare una risposta”
Se a questo limitato iper-individualismo aggiungiamo una strana equiparazione di nazismo e comunismo e una curiosa scelta di esempi (“Gli dèi hanno dato all’essere umano, sia esso Achille o Hitler […], capacità incredibili e anche fragilità angosciose” – aspettiamo con ansia che Dufer ci spieghi le capacità incredibili e le fragilità angosciose del führer), il mistero è presto risolto: l’agenda dell’autore, come quella di praticamente tutti gli scrittori di sbobba self-help, è di chiudere gli occhi ai lettori e convincerli che la soluzione sia lavorare esclusivamente su di sé, piuttosto che invitare all’azione collettiva per cambiare il mondo che ci circonda. Ma, a differenza di Peterson, Dufer è molto più maldestro nel farlo, palesando più volte la propria confusione: sul finale, forse inconsapevolemente, l’autore arriva addirittura a supportare un concetto simile alla “decrescita felice” che, stando a quanto scritto, dovrebbe essere ideologicamente antitetico alle sue posizioni (“il mito della crescita” dice Dufer!)
In conclusione, il libro contiene poche idee e molto confuse, spesso sostenute da distorsioni che, a qualcuno meno caritatevole del sottoscritto, potrebbero sembrare persino tendenziose. Dufer, nonostante il disperato tentativo di riempire questo vuoto concettuale con tante parolone, commette spesso errori imbarazzanti che peggiorano solo la sua evidente incompetenza nelle materie trattate.
Per tornare all’inizio, l'epigramma utilizzato dal grande Edward Said per descrivere proprio il Bernard Lewis citato da Dufer, risulta perfettamente applicabile anche a Dufer stesso:
La verbosità di Dufer nasconde a malapena sia le fondamenta ideologiche della sua posizione, sia la sua straordinaria capacità di non azzeccarne una.