Holdenaccio racconta la sua Taranto, per raccontare in realtà la difficoltà di tutta una generazione nel trovare una collocazione in un mondo che non si è nemmeno preso la briga di fare delle promesse che poi tanto non manterrà. Anto torna in città dopo anni passati a Torino, non per inseguire un sogno, ma semplicemente il miraggio di una vita dignitosa, e quando torna scopre che gli stessi interessi economici che hanno tenuto per decenni in scacco la città stanno cercando di cementificare un’area in cui risiedono alcuni tra i suoi migliori ricordi di infanzia. Anto fatica a comunicare in modo significativo con il padre, un uomo che per il lavoro ha dato gli anni migliori della propria vita, rinunciando alle proprie aspirazioni, senza mai vedersi ricompensato con il rispetto e la stabilità in cui sperava. Come possa quell’uomo piegarsi ancora alle esigenze di un complesso industriale la cui ricchezza si basa sul lavoro degli operai, ma che non riconosce loro nessun reale valore, è qualcosa che Anto non riesce a capire. Eppure forse è proprio in quella frattura di incomunicabilità generazionale che si nasconde la chiave per trovare alleati, per dare forza alla lotta, per far sentire la propria voce.
L'impronta di Calcare si sente, non è necessariamente un male ma priva l'opera di Holdenaccio di un' originalità che possa definirsi spiccata. Detto ciò è una cosa che volevo leggere da tempo e che non ha assolutamente deluso le aspettative, anzi. A volte continuo a ricadere nel meccanismo classista del capitale, cercando validazione in una carriera lavorativa che possa definirsi "degna". La verità è che non c' è emancipazione tramite il lavoro, anzi, più ci affanniamo a partecipare più rafforziamo le sbarre di questa gabbia, più il ricatto del lavoro salariato si fa più forte, così come forti sono la delusione ma soprattutto la rabbia verso un mondo che ci sputa in faccia costantemente. Io ho disertato la lotta al momento, e come il protagonista mi sento un po' traditore di classe. La rabbia per fortuna non si placa, il mio benestare non mi sarà mai sufficiente. Grazie Annaci per essere bussola morale.
Qualche settimana fa dicevo ad un'amica come la rabbia mi appartenga, è un sentimento che sento preponderante dentro di me. Questo libro mi ha fatto sentire meno sola nel mio sentire.
Questo libro mi tocca in prima persona essendo di Taranto e vivendo la mia città h24, ma oltre a parlare dei problemi che si vivono qui (che sono sempre più universali e meno territoriali) tratta anche altre tematiche come quella dei ragazzi che per riuscire a realizzarsi devono scappare dalle proprie città e cercare lavoro altrove, della difficoltà a comunicare sinceramente con i propri genitori, del sentirsi sempre inadeguati. Merita 5 stelle solo per la storia della melanzana. Bellissimo.
Una maravillosa oda al amor-odio hacia la ciudad propia. Ojalá se publique en castellano para que llegue a más gente. Para concienciar y para dar a conocer los problemas de la periferia, que, independientemente del país, son tan similares siempre.
" La rabbia è meglio, c'è un senso nel provare rabbia, una realtà, una presenza. La consapevolezza che ne valga la pena. È come un dolce ondeggiare. " -Tony Morrison, L'isola delle illusioni-