Una piccola donna avvolta in un soprabito sgualcito avanzava a passo stentato aiutandosi con un bastone sull’asfalto luccicante, illuminata dai semafori lampeggianti. La borsa le pesava, la testa le pesava, persino la vita le pesava in quel momento. Quando Alida si strinse nel soprabito le sembrò di scivolare in una vasca di tiepida tristezza e considerò, sospirando, che la malattia l’aveva resa debole e fragile. Il magone le strinse la gola e nemmeno seppe dirsi il perché. Gli psicologi le avevano detto che la malattia si portava dietro anche la depressione, ma lei era convinta che il male di vivere lo avesse già dentro, da sempre.
Sono una persona semplice: se finisco un libro, penso ai protagonisti e sento la loro mancanza significa che ho appena finito di leggere un bel libro. Ed è proprio il caso di "Dove si mangia la nebbia...". Un giallo che mi ha preso per la trama avvincente, per le ambientazioni e come già scritto per i tre personaggi principali: il procuratore aggiunto Alida Savich e gli ispettori Roberto Bernasconi e Nicola Nolè. Confido in un "secondo episodio" :-)