È passato molto tempo dall'ultima volta che mi sono intrattenuto con Murgia narratrice. Lei non ci si cimentava seriamente da un po', io l'ho sempre preferita saggista.
Nel tempo trascorso dalla lettura di Accabadora e Chirù, di Murgia mi sono riempito le orecchie con i podcast, gli occhi con i video, e il cervello con tutto il suo attivismo polimorfo che da anni intride tutta la sua produzione.
Mi ha stranito ritrovarla così nitida nella sua prosa letteraria, che ricordavo diversa: ho sentito nella testa la sua voce ad ogni riga e ho riconosciuto quel suo modo specifico di innalzare a mezz'aria le parole per manipolarle a piacimento con acume e levigatezza.
I racconti si susseguono incatenati alla medesima collana: ora speculari, ora opposti, ora combacianti, ora compenetrati. È un gioco raffinato di specchi, con atmosfere che sanno essere familiari ed estranee, umoristiche e inquietanti. In alcuni passaggi, l'appena accennato e il taciuto paiono quasi voler dare inizio ad un romanzo gotico.
Come per tutta la letteratura, c'è tanta vita e tanta autobiografia, dietro gli anonimati e le trasfigurazioni: così chi è in scena si fa portavoce di una passione - a questo punto, anche io voglio innamorarmi di Jimin -, o di un credo, o di una convinzione di cui tante volte, nelle interviste e nei pamphlet, Murgia si è fatta portabandiera. In un centinaio di pagine ritrae l'Italia per mezzo di persone in crisi che affrontano una crisi globale, e le fa uno sberleffo, senza aver timore di ridere anche di sé. Tra tutti i suoi atti politici, questo romanzo ricucito è uno dei più riusciti.
Murgia che si prende in giro dando voce ad una domestica con visioni diametralmente opposte alle sue, Murgia che permette ad una donna incinta di rinnegare e rifiutare l'aura sacra della maternità, Murgia che rende umano anche chi si ritrae dietro un parlare tecnico e discosto, Murgia che indossa gli abiti di un uomo e scrive la scena di sesso che tutti gli scrittori maschi che hanno ambito allo Strega negli ultimi quarant'anni avrebbero voluto scrivere, Murgia che rende pubblico il suo morire, nell'intervista con Cazzullo e in quel racconto in apertura, fronteggiando il vero tabù della società contemporanea: Murgia dice morte senza guerra.
[Morire è stato per secoli un fatto abituale, un momento in cui la famiglia - quella allargata, non pochi intimi - si raccoglieva per accompagnare e celebrare. Lo sviluppo della scienza e della medicina lo ha reso un atto sporco, da celare dietro una tendina mentre si fa piovere disinfettante acre: qualcosa di distante e innaturale, da arginare.
C'è bisogno di ritornare indietro di qualche decennio: di ricordarci che sì, si muore, anche di qualcosa che ci cresce dentro, e che, sì, è lecito scegliere di non farci ridurre a pezzi in cambio di qualche mese e che, sì, è lecito scegliere di morire nel modo più pacifico possibile. È legittima l'eutanasia.]
Non c'è pagina di Tre ciotole che non sia attivismo.
E io, di questo libro, che con Murgia ho raggiunto una strana forma d'intimità unidirezionale, proprio durante la pandemia qui raccontata, quando aspettavo la sera per quel Buon vicinato con Valerio che era l'unico stimolo intellettuale di quelle lunghe giornate di attesa, paura, noia e prigionia, ne avevo bisogno.
Perché, sebbene scriverlo me lo faccia sembrare ancora più illegittimo, anche io avevo bisogno che Murgia mi desse qualcosa a cui aggrapparmi per affrontare la brutta notizia della sua malattia.
Perché, come ho detto anche altrove, nel panorama triste e fascio che mi circonda, la sua presenza mi dà conforto. Mi dà sollievo sapere che, a fronte di Ministri che si pronunciano nelle peggio amenità, Murgia da qualche parte sarà pronta ad alzare ancora la voce e a riportare un po' di buonsenso.
Auguro a chiunque che Murgia abbia modo di prendersi cura di tutti noi ancora per decenni.