Claudio Caprara evoca i luoghi, i miti, i riti che hanno reso quella del comunismo italiano una stagione irripetibile e ci regala un viaggio nella storia di un partito che ha lasciato un'impronta profonda nella vita del nostro paese.
"Senza un istante di sosta per guardare dentro di sé, tutta presa dal combattimento senza nulla di personale": così nell'estate del 1946 Palmiro Togliatti descrive la propria vita a Nilde Iotti, il cui amore gli ha restituito il desiderio di tenere qualcosa per sé, salvandolo dalla dedizione assoluta al partito.
Quella di Togliatti e Iotti è solo una delle tante vicende di una straordinaria storia collettiva che ha segnato il nostro quella del Pci e dei suoi militanti. Il comunismo italiano è stato un'esperienza unica, capace di interpretare gli aspetti più autentici e carichi di speranza rivoluzionaria della sua ideologia fondativa senza doverne sperimentare le tragiche degenerazioni. Una causa a cui una moltitudine di donne e uomini si è votata con passione assoluta.
Dalle origini, quando socialismo, comunismo e fascismo per un fatale istante si sfiorano, alle figure più e meno note di Antonio Gramsci e Anselmo e Andrea Marabini, Nicola Bombacci e Veraldo Vespignani; dal biennio rosso del 1919-20 e la nascita del Partito comunista d'Italia nel 1921 fino alla morte di Berlinguer nel 1984. E la scuola delle Frattocchie e le feste dell'Unità, gli amori e i tradimenti, la propaganda e i funerali.
Nel agosto 64 ero in vacanza a Roma con i miei genitori. Abitavamo in Corso del Risorgimento angolo Via del Salvatore. Per cui potevamo guradare dentro Palazzo Madama. La politica sembrava vicino. Quando abbiamo saputo della morte di Togliatti, siamo andati alle Botteghe Oscure, ed abbiamo sfilato davanti alla sua bara. Emozionante. Ancor più emozionante un paio di giorni dopo quando abbiamo partecipato insieme ad una folla immensa in Piazza Venezia e Via dei Fori Imperiali. Troppa gente per poter arrivare a Piazza San Giovanni. Non si vedeva la folla, si vedeva solo un mare di bandiere rosse. Qualche giorno dopo il funerale siamo andati al cimitero Verano, e ho ancora davanti agli occhi il luogo dove era posto la bara di Togliatti. Un piccolo recinto addosso ad un muro e coperto da un tetto, sembrava un cortiletto, e verso il cimitero c’era una grata di ferro. Un posto scuro e triste.
Mi manca visitare L’Ombellico, ma grazie a questo bel libro ho in un certo senso visitato il nuovo luogo, dove riposa Togliatti ed altri compagni.
"Faccio parte di quelli che hanno creduto che cambiare il mondo fosse possibile e che il comunismo fosse la strada per farlo. Poi ho cercato altri sentieri da percorrere. Se questa si chiama nostalgia, non lo so. Forse è soltanto la vita."