L'idea centrale di questo libro è che il mondo è un orizzonte linguistico. Letteralmente questa idea è falsa. Se intendiamo per analogia che il mondo ha un suo linguaggio, viene in mente la metafora di Galileo:
Il mondo è un libro scritto in caratteri matematici.
Fare una carriera nell'integrare questa metafora è eccessivo.
Nelle altre recensioni vedo descrizioni completamente avulse dal testo. Io invece vi analizzo il testo. Se poi qualcuno vuole scrivere un altro capolavoro sulla "non linearità dell'interpretazione come valore alternativo e decisivo" faccia pure.
Se volete risparmiarvi il libro, eccolo in due righe: La verità (umana) non è definita né ridotta dal metodo (un qualsiasi metodo che pretenda una soluzione assoluta). Ecco, ora se vi scoccia non sapere la matematica o se volete gloriarvi di una vaga intuizione che "la scienza non è tutto" potete sbandierare un'altra semi-opinione colta, con tutti i fronzoli retorici di cui siete capaci, altrimenti compensati con la veemenza passionale. Per gli altri:
Il libro è diviso in tre parti.
1. L'esperienza della verità nell'arte.
2. Estensione della questione della verità alla comprensione nell'ambito delle scienze umane.
3.Svolta ontologica dell'ermeneutica, guidata dal linguaggio.
C'è un'introduzione molto chiara dove Gadamer sostiene che l'ermeneutica non è nuova. è presente nella teologia e nella giurisprudenza. Intende dire che quando si tratta di interpretare i testi sacri o la legge, il sacerdote o il giudice non usano il metodo scientifico, ma il metodo ermeneutico.
Ovviamente Gadamer, come tutti i parassiti della scienza, deve considerare la scienza come essenzialmente CALCOLO. Questa affermazione è piuttosto vaga, e alla lettera è anche falsa.
Gli scienziati osservano il mondo, descrivono i fenomeni e cercano leggi generali che li governano. Che ci sia una componente di calcolo a posteriori è innegabile, ma non è lo stesso con la grammatica che impariamo? non facciamo un calcolo delle nostre espressioni per collocarle nello spazio della grammatica?
Quindi la parte "oppositiva" di quest'opera è, a mio avviso, completamente senza valore. Possibile che un'opera pubblicata nel 1960, che voglia parlare anche di scienza ignori del tutto le immense conquiste scientifiche del '900? Già, ma non si tratta di parlarne, ma di criticarla vilmente da ambientucoli alleati da una specie di complesso di inferiorità.
Da parte mia, sono molto più d'accordo con l'onesto Baumgarten (1850, Aestethica), che chiama Estetica una gnoseologia inferiore, ovvero, un modo di conoscere che è inferiore a quello razionale. Se non siamo in grado di essere grandi scienziati, almeno siamo abbastanza grandi da ammirarli.
NEL DETTAGLIO
1. significato della tradizione umanistica
Con un espediente storiografico, Gadamer tira in ballo Helmoltz, uno scienziato dell' '800, e Mill, un filosofo dell' '800 con una conoscenza primitiva della logica rispetto a quella sviluppata nei primi 30 anni del '900, per parlare della distinzione tra scienze della natura e scienze dello spirito? Dico, se parli di scienza, guarda il panorama dei tuoi contemporanei. Così, Gadamer comincia con una discussione della Cultura cercando di ripensarla, a partire dai dibattiti su scienze naturali e dello spirito. La terminologia, tra l'altro, ha un sapore tremendamente hegeliano. Ricordo che per Hegel la natura è un riflesso dello spirito, che la produce per autoconoscersi.
Comunque, Gadamer attacca con questa esposizione storiografica, abbastanza disordinata, sulla distinzione tra scienze naturali e dello spirito. Poi, passa a discutere il gusto. L'idea è quella ripresa anche dalla tematica che oggi si chiama "del principio antropico", vale a dire: dove è finito il soggetto della conoscenza nelle teorie della fisica matematica?
Infatti Gadamer critica proprio il fatto che il modello di conoscenza predefinito sia ormai la fisica matematica, e traccia, correttamente, questa tendenza fino a Kant.
Quindi Gadamer prende in considerazione un altro modello, quello della teoria del gusto, come alternativo quadro di riferimento.
Pagine erudite, certo, ma non molto organiche a mio avviso. L'esposizione è chiara, ma abbastanza confusa. Forse Gadamer ne andrebbe orgoglioso, per il fatto che il chiaro ma confuso è proprio il dominio dell'estetica in Baumgarten.
Dopo una descrizione disordinata del gusto, più tematica che storiografica, e figuriamoci se logica! Gadamer passa a
2. Soggettivizzazione dell'estetica nella critica kantiana.
Anche qui l'esposizione è dottissima, ma terribilmente slegata da un punto di vista concettuale. In tutti gli scrittori veementemente umanisti, con tutta la loro calma spirituale e inquietudine filosofica, si tende a confondere il tema e il concetto. L'unità tematica di una discussione non è un'unità concettuale. L'unità concettuale richiede un ordine logico, argomentativo. Se non si argomenta, non c'è esposizione concettuale. Questo non è un grande problema, SE l'esposizione è almeno "continua". Intendo dire che se la frase N contiene A,B,C, allora la frase N+1 contiene almeno A o B o C.
Gadamer non sempre rispetta questo principio, e la continuità è garantita dai suoi riferimenti autoritari, in questo caso a Kant e vari studiosi. C'è sempre un qualche riferimento di questo tipo, che sia esplicito (Kant dice...) o implicito (usando termini kantiani).
In sostanza, come kant ha soggettivizzato l'estetica?
1. Togliendo valore conoscitivo al giudizio estetico (che parla di una relazione del soggetto con se stesso, e non dell'oggetto, ma del piacere che prova il soggetto rispetto alla percepita finalità del oggetto).
2. postulando che la legge morale è in ognuno di noi
3. il giudizio estetico ci mostra il modello formale della finalità, che ci conduce al modello formale libero della legge morale. Andiamo con ordine. Quando noi vediamo qualcosa di bello (in natura, non nell'arte), noi pensiamo che sia fatto apposta per farci percepire la bellezza. Questa "finalità" percepita Kant la dichiara addirittura un "sentimento a priori".
Però questa finalità non si traduce solo nel piacere, per esempio guardo un paesaggio di montagna e provo piacere per la vista, per l'aria pulita etc. Io provo un piacere "astratto" perché percepisco la finalità della natura. La natura è fatta (sembra che lo sia) in modo che noi proviamo questo piacere. Ma questo piacere è un sentimento della finalità della natura. Ma non c'è un "oggetto" finalità. Quindi cosa sentiamo, quando sentiamo questo piacere?
Sentiamo che c'è un modello formale, un accordo tra la natura e qualcosa dentro di noi. Quale sarà questa cosa? La legge morale.
Così come nel giudizio estetico si accordano liberamente le nostre facoltà, razionali e sensibili, tramite l'immaginazione, così il valore del giudizio estetico è di indicarci la moralità.
Kant dice esplicitamente che "la bellezza è un simbolo della moralità".
L'universalità della bellezza naturale, dunque, è MORALE, e non conoscitiva (vero o falso).
Come stanno le cose con l'arte? Kant parla di gusto per il bello naturale, e di Genio per il bello artistico. In sostanza per Kant il bello naturale noi lo sentiamo propriamente, non è che l0 rappresentiamo. Il bello artistico invece è una "bella rappresentazione". Il genio che produce belle rappresentazioni SUPERA le regole estetiche (della conoscenza) e va oltre, produce una bella rappresentazione.
La differenza è che il bello naturale è un insieme ideale, una comunanza di giudizi nel gusto, mentre il bello artistico denota delle QUALITà nelle rappresentazioni, e una elezione di giudizi geniali.
Il genio non ha in mente un tutto finale affine alla morale, ma una specie di istinto selettivo delle qualità che rendono bella una rappresentazione.
E chiedo a Gadamer: c'era bisogno di parlarne così? Era forse meglio riassumere così.
Kant non crede che il giudizio estetico sia conoscitivo. Ma solo il giudizio conoscitivo è oggettivo. Quindi il giudizio estetico è soggettivo. Ma se il giudizio conoscitivo soltanto riguarda il vero e il falso, allora nel giudizio estetico non si tratta di vero e falso.
E poi, come giustamente fa, portare le ragioni per cui il giudizio estetico non ha verità. Il giudizio estetico (per meglio dire l'immaginazione) sul bello naturale "fonda la posizione centrale della teleologia" (pagina 133 ed bompiani) nel "sistema umano".
Quindi per Kant l'estetica è un ponte tra Verità scientifica e Libertà morale. L'estetica non è essa stessa una sponda della verità. Ecco la soggettivizzazione. Ecco dove Gadamer non è d'accordo. Per Gadamer l'estetica ha verità. Ma di questo ci riparlerà nel capitolo "recupero della questione della verità".
Ma figuriamoci se prima non c'è un'altra generosa dose di erudizione. Gadamer si imbarca in una discussione tematico-storiografica sul termine Erlebnis e sulla (breve) storia semantica della parola Allegoria e della parola Simbolo. Questo sia per introdurre Dilthey (erlebnis), sia per introdurre un altro termine per interpretare la soggettivizzazione di Kant (la bellezza è simbolo della morale).
In breve, Erlebnis significa "vissuto", non come un vissuto particolare (come quando andate al mare d'estate per tre mesi nel periodo di 12 mesi), ma come una connessione col tutto della vita.
La parola erlebnis è usata per una teoria estremamente semplice: per conoscere l'opera di un autore, si deve conoscerne la vita.
L'allegoria riprende il significato di erlebnis nell'accezione minore di "frammento di vita", nel senso che l'allegoria semplicemente rimanda a qualcosa, rimanda alla vita. L'allegoria è un'interpretazione del visibile che rimanda all'invisibile.
Il simbolo invece ha un valore conoscitivo e non solo di rimando. Il simbolo è conoscenza visibile di ciò che è invisibile. Questo gli conferisce un ruolo metafisico di collegamento fra i due.
Nelle più genialissimissime parole di kant:
"Il simbolo non rappresenta immediatamente un concetto [come lo schema] ma indirettamente, così che l'espressione NON contiene il concetto, ma un simbolo per la riflessione". (p.173)
In questo modo Gadamer aggiunge un ulteriore teoria, quella dell'analogia entis. Analogia entis vuol dire che le cose che esistono riflettono Dio, e che osservando il creato possiamo arrivare al creatore.
Questo "arrivare" è assai più problematico e figuriamoci se Gadamer ci parla di Anselmo d'aosta e del suo argomento ontologico.
Il senso di questo paragrafo è che mentre Kant soggettivizza il giudizio estetico, interpretandolo come privo di valore conoscitivo, e di valore simbolico, di rimando all'ordine morale, Gadamer ci riporta a comprendere come il simbolo ha un valore oggettivo, metafisico, conoscitivo di connessione tra visibile e invisibile. Significativamente scrive Don Gadamer:
"Alla base di ogni culto religioso c'è l'inscindibilità tra aspetto sensibile e significato invisibile" (p.171)
Tanto per arricchire l'interpretazione, io ricorderei Il Falso Profeta di Luciano di Samosata. Infatti, alla base di ogni culto religioso c'è la consapevolezza che tra l'apparenza e la realtà c'è l'ingegno. Maghi e ciarlatani in ogni tempo hanno profittato delle speranze delle persone per raggirarle con falsi contatti con un inesistente invisibile. Ma non sembra che Gadamer sia interessato a QUESTA verità.
Continuerò a leggere perché devo dare un esame, e perché ci sono anche belle cose. Ma il libro è scritto in modo piuttosto noioso e senza coraggio. Mi dispiace immensamente, perché credo che la filosofia e l'estetica soprattutto siano importanti. L'arte, la bellezza non sono superflui, ma necessari. Però quando leggo questa roba, piena di parola, di appelli alla condiscendenza, di pretesa importanza intellettuale, di inflazioni lessicali, di richiami alla "cultura" etc. mi viene in mente che queste persone sono dei parolai. è così difficile ammettere che la scienza sia molto più importante, con il benessere che ci procura, di queste ricerche? �� difficile vedere come non è la scienza, ma la bassezza da trogloditi di molti esseri umani, che rovina il mondo (umano, quell' "altro" ce la fa anche senza di noi)? LA questione è facilissima. Il benessere non rende morali. La bellezza non rende morali, ma l'arte spera di generare sentimenti o catarsi che contengano l'immoralità come la melodia del flauto magico coi ratti. Ma dubito che un libro come questo avrà un'influenza in questo senso.
Nota sulle recensioni "antologiche". è inutile leggere un libro tramite antologie e studi precedenti che se ne fanno. Mi rendo perfettamente conto del circolo economico degli editori, della carriera di ricerca, delle dinamiche interne tra intellettuali. Nondimeno, perché non parlare del libro nelle recensioni? Perché non dare un saggio di quello che davvero c'è scritto, invece che raccogliere dalle introduzioni di studiosi i suoi snodi centrali e sciorinarli agli altri? Questa cultura "dell'ultima pagina", di leggere le soluzioni e atteggiarsi da sussiegosi acculturati è veramente infimo. In Austria è stata autorizzata la possibilità di stipulare contratti privati regolati dalla legge islamica (Sharia), purché entrambe le parti vi acconsentano, contraddicendo alla laicità dello stato, per non parlare dell'uguaglianza giuridica tra uomini e donne. In Cina opera il sistema del credito sociale. La Russia sta rendendosi autonoma dal punto di vista dei server, in modo da filtrare tutta l'informazione interna tramite applicazioni obbligatorie. Negli stati uniti discutono se ci sono due generi. In Italia una marea di immigrati, importati come in America per ragioni di elettorato, senza alcun limite o raziocinio, diffondono criminalità, e si fa dell'esibizionismo morale su "il termine immigrato è un termine ombrello" o "sono risorse umane".
La germania li scaccia e li manda in polonia, dove peraltro scarica anche parecchi rifiuti. In Africa ci sono discariche a cielo aperto. Nel parlamento di Israele si parla di "sterminare i palestinesi". E la lista è lunga. Lungi da me idealizzare un'età dell'oro. Altrettanto lontana da me è una visione distopica. Ma quello che è certo in tutto questo, è che un libro come quello di Gadamer non offre alcuna grande analisi o visione. Queste eterne resurrezioni "razionalisti contro romantici" vengono facilmente a noia a chi conosce anche solo 5 secoli qualunque di storia umana. Che ancora si faccia carriera semplicemente schierandosi e scrivendo cose abbastanza vuote, sotto gli scrosci di plausi ammirati ed estasi di giudizi, avrebbe del miracoloso, se non fosse per la testimonianza universale della durevole e numerosa schiera di vanitosi, ipocriti, creduloni, sciocchi e opportunisti.
Immaginiamo che nel prossimo millennio ci sarà un'evoluzione sorprendente. Esposto ad una miriade di informazioni, testi e creazioni sempre più estranee, uomini e donne svilupperanno un senso speciale. Come oggi distinguiamo una musica piacevole ed una cacofonia, allora sarà con le informazioni, i libri. La ricerca diventerà un istinto, e saremo i segugi della conoscenza. Il cibo non servirà più distinguerlo in modo particolare. Quello che oggi è il gusto sensibile sarà obsoleto. Avremo finalmente un gusto intellettivo, altrettanto sensibile! In questa utopia davvero "l'uomo non vivrà di solo pane!" Oppure.. le informazioni saranno diventate pane. Il diavolo propose a nostro signore di trasformare le pietre in pani. Magari un domani sarà evoluto anche il maligno, e trasformerà le idee in pani. Per ora, il diavolo non ha fatto un buon lavoro a trasformare in pani le parole, anzi neppure in buona musica spesso. Se le idee diventano pane, è diabolico o divino?
Dopo la discussione sul simbolo e allegoria, Gadamer riassume in belle pagine il problema fino a qui. (pp.213ss.)
Nel tentativo kantiano di fondare la scienza fisica newtoniana, kant ha soggettivizzato la conoscenza. Vuol dire che la conoscenza è relativa? No, ma che il suo punto centrale è il soggetto. Le categorie del soggetto sono centrali nel sapere. Ma il sapere umano è limitato e incontra uno scacco nella cosa in sé. Per kant questo scacco è necessario, perché la ragione pura tende ad applicarsi al di là della non altrettanto pura costituzione trascendentale umana.
Nella seconda critica Kant specifica che questo scacco non è assoluto, ma indica la fondamentale moralità dell'uomo. Il pensiero non si arresta perché fallisce, ma per indicare più propriamente la libertà di agire morale. Dove non possiamo aiutarci con la conoscenza, noi dobbiamo scegliere di agire secondo la legge morale dentro di noi.
Nella terza critica kant cerca di riconciliare la ragione pura e la ragiona pratica. Come? Quello che dà un senso al nostro agire è il fatto che abbia un fine. Ma nella ragion pura non c'è finalità, perché la conoscenza non ha un fine, ma solo un "modo". Ecco che entra in gioco l'immaginazione. L'immaginazione permette di armonizzare questi due aspetti: la ragione pura e la costituzione umana. Come? Con il sentimento di armonia tra tutte le nostre facoltà. In che cosa c'è testimonianza di questa armonia? Nel giudizio estetico. Il giudizio estetico, quindi, non contiene verità. Il giudizio estetico riflette il sentimento formale di accordo tra le facoltà razionali e sensibile E cerca un'idea universale per la cosa particolare giudicata esteticamente. Questa cerca dell'idea universale presuppone che la cosa particolare abbia il fine di essere integrata universalmente. Questo sentimento di finalità formale ci indica la finalità morale del pensiero. Questa è la linea kantiana. Il giudizio estetico non ha valore di verità. Il giudizio estetico non è basato sulla sensibilità o sulla ragione, ma sull'immaginazione. Il giudizio estetico dipende da una coscienza estetica autonoma E indipendente dalla verità.
Gadamer si concentra sugli esiti di questa soggettivizzazione dell'estetica nelle belle pagine su Schiller. Gadamer critica a Schiller di essere passato da un'educazione ATTRAVERSO l'arte di un uomo morale ad un'educazione della coscienza estetica ALL' arte. Schiller accetta che l'arte non ha valore di verità, di conoscenza del mondo. L'arte è tutto ciò che non ha responsabilità né contatto col reale. La coscienza estetica deve essere coltivata in nome di un ideale estetico che non ha a che fare con la realtà, di cui invece si occupano l'analitica pura (categorie) e l'analitica dei principi (schemi trascendentali). Gadamer ha profondamente ragione a dire che questo è un errore. Per me si può anche essere meno diplomatici e dire che è un'idiozia.
Continuo per interesse personale l'analisi nei commenti. Se vi serve un'analisi sul testo e non sui saggi, come hanno fatto altri senza leggere il libro o non capendolo, seguite nei commenti.