Il 15 settembre 1991, sotto un viadotto della tangenziale torinese, viene ritrovato il corpo senza vita di una donna vestita con un abito rosso in chiffon di seta. I giornali la chiamano subito la «signora in rosso», citando il titolo di un film di qualche anno prima, e così ancora oggi è ricordata. Il suo nome vero è Franca Demichela, ha 48 anni, è figlia di un dirigente Fiat ed è sempre stata considerata una persona stravagante. Il caso, rimasto irrisolto, vede tra i principali sospettati il marito Giorgio Capra, 49 anni, impiegato Fiat, e un gruppo di tre «slavi» che Franca ha incontrato la sera prima della morte. Inquirenti e opinione pubblica si dividono presto in due fazioni opposte, simboleggiate dalla rivalità accesissima tra polizia e carabinieri, che si ritrovano entrambe a indagare con convinzioni molto diverse. Trent’anni dopo, scavando fra testimonianze e archivi, una coppia di scrittori inizia a raccontare quel caso proprio quando la procura decide di riaprirlo. Ne nasce un’indagine su un omicidio (o forse un femminicidio) che va oltre la sola ricerca di un colpevole e diventa uno straordinario romanzo dal vero. Partendo dagli anni in cui tutto iniziava a cambiare e dal cuore oscuro di Torino, città simbolo del sistema economico italiano, nonché capitale dell’esoterismo e dell’occulto, «Rosso profondo» racconta una storia oltre il prisma distorto dei luoghi comuni e degli stereotipi, una storia misteriosa come ogni delitto e impietosa come un’inchiesta sull’anima inquieta di questo paese.
• Ci sono libri che ti attraggono per ciò che promettono, e altri che ti trattengono per ciò che sanno evitare. Rosso profondo appartiene a entrambe le categorie: mi ha incuriosito per la sua promessa di raccontare il true crime all’italiana, ma mi ha conquistato per l’intelligenza con cui rifiuta il voyeurismo, la morbosità, il gusto per il sangue.
• Leggendolo, non ho mai avuto la sensazione di trovarmi davanti a un prodotto per consumatori di orrori, ma a un'opera di coscienza civile, che parte dal delitto per raccontare qualcosa di molto più complesso: l’Italia, e noi che la abitiamo. La vicenda diventa specchio distorto in cui vediamo riflessi i nostri pregiudizi, le nostre ossessioni mediatiche, la nostra paura del diverso o del male come categoria astratta.
• Ciò che mi ha colpito di più è la delicatezza verso la vittima: non comparsa al servizio della narrazione, ma essere umano tragicamente esposto, con la sua biografia mutilata. Anche i sospettati non sono mai mostri da esibire, ma individui inseriti in contesti sociali e psicologici. La violenza non viene mai assolta, ma nemmeno ridotta a macchietta.
• La scrittura ha un passo netto, asciutto ma non tutto scorre con la stessa efficacia. A volte si avverte il peso di spiegoni e passaggi didascalici che rallentano il ritmo e infastidiscono (almeno me), questi passaggi hanno evidente intento divulgativo ma spezzano il filo narrativo in modo stridente.
PRO: ritratto della società italiana, ritmo incalzante, ricostruzione storica
CONTRO: nulla di particolare
Sono sempre piuttosto diffidente dei romanzi true crime, che scadono sovente nel morboso e nel vouyeristico. Questo romanzo, che mi ha ricordato per certi versi il capolavoro di Truman Capote A sangue freddo, riesce a mantenere al contempo il necessario distacco nella ricostruzione delle vicende criminali, contestualizzandoli in un periodo storico (le stragi mafiose e la fine della prima repubblica), in cui nella società serpeggiavano pregiudizi e rivalità, destinati a travolgere la vittima, la cui unica "colpa" agli occhi dell'opinione pubblica era vivere una vita fuori dall'ordinario. Una gran lezione di civiltà.
Iniziato a leggere solo per gli autori senza approfondire la quarta di copertina. Mi aspettavo un giallo ed ho trovato un true crime che, nell'insieme, non mi ha convinto. Troppo lungo, necessariamente frammentato perchè segue le indagini, la loro ripresa, le ricostruzioni e anche le riflessioni degli autori. Forse ho troppo l'abitudine alla forma podcast (meno lunga e più immediata) per i true crime. Non ho apprezzato troppo la forma narrativa e non ho apprezzato particolarmente la necessità della contestualizzazione politica, storica e sociale che, ai miei occhi, non è parsa particolarmente significativa riguardo il delitto o le indagini.