Dobbiamo girare Con una sveglia al collo La scritta toccami Ma solo Per qualche secondo
Ogni giorno siamo colpiti da un'infinità di fatti di cronaca, a volte gravissimi, ma che si estinguono veloci, bruciati da sempre nuove violenze e tragedie. Nei versi di Alessandra Carnaroli li ritroviamo tutti, resi nella loro cruda e scarnificata essenza. Le atrocità delle guerre, le violenze domestiche, le volgarità della vita di tutti i giorni vengono descritte senza mai distogliere lo sguardo, con un'oggettività che sorge dall'impietosa messa a fuoco delle parole, e che trova l'unico sfogo in una fredda ironia o in clausole di feroce sarcasmo. Può cambiare l'ordine di grandezza, ma ciò che accomuna le guerre in Ucraina e a Gaza, i femminicidi e le alluvioni, le storture dei rapporti familiari o una sciagurata giornata al mare va sempre cercato nella vulnerabilità degli esseri umani e nella loro parallela e incessante capacità di produrre disastri. L'orrore insostenibile è l'altra faccia della banalità del quotidiano, aspetti che si sovrappongono (e rimano) in modo inquietante. Tra madri poco materne, paesi allagati e vittime innocenti scorgiamo molti volti a noi simili, una folla di cui non possiamo illuderci di non far parte.
Viene da chiedersi quanto ancora in basso possa cadere una casa editrice prima di capire cosa stia facendo. Perché Einaudi una cosa del genere non dovrebbe pubblicarla.
Dopo l’esperienza controversa con “50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti”, ho voluto riprovare con “Non si tocca la frutta nei supermercati però i culi nelle metropolitane”, attratta - anche in questo caso - dal titolo così pungente. Stavolta è andata meglio, le due sillogi condividono una percezione fortemente provocatoria della contemporaneità pur distinguendosi per tematiche e approccio.
L’impronta stilistica di Alessandra Carnaroli si distingue prettamente per un linguaggio diretto, disincantato e a metà tra l’ironico e il sarcastico, ma soprattutto privo di ogni vuota retorica. Nei suoi versi non c’è traccia di ampollosità né di sentimentalismi, è la scarna realtà quella che leggiamo ed è evidente che la spietatezza dei fatti di cronaca – tra guerre, femminicidi ecc. – sembra quasi tracciare una mappatura dell’orrore del quotidiano e ha avuto, per lei (ma lo avrà anche per il lettore) un impatto significativo e il rielaborarla in forma breve, mantenendo comunque un tono tagliente, non sarà stato semplice.
È difficilissimo per me dare una valutazione oggettiva di questa raccolta, così piena di verità taglienti. La sensazione è che sia uno di quei casi da "aut aut": o la si ama o la si odia. Leggere i versi di Carnaroli equivale ad entrare nelle vite degli altri, quelli che ci passano accanto, ed uscirne doloranti, ammaccati, talvolta disgustati. Per quanto mi riguarda, basti sapere che l'ho letta in 72 ore, scappando appena possibile a sfogliarne le pagine.
9/10. Immagini forti legate da una narrativa più o meno lineare. L'ultima parte (Città) non ha sempre funzionato, perché, secondo me, certe volte la critica sociale finisce con l'essere troppo sottile, o il messaggio di denuncia troppo rozzo.
Questa è stata la mia prima lettura di Alessandra Carnaroli e l’ho trovata travolgente. Le sue poesie sono taglienti e sarcastiche, ti spiazzano e ti risucchiano. Le ho lette tutte d'un fiato e mi hanno lasciato addosso una sensazione di urgenza. Consiglio davvero di leggerla.
Poesia e attualità: un binomio difficilmente conciliabile. Laddove la prima trova ispirazione nella sensibilità interiore di chi la compone, la seconda muta in continuazione rendendo inafferrabile la sua concretezza. Così, è coraggiosa l’impresa di costruire versi liberi attorno a vita vissuta, drammi e tragedie che testimoniamo ogni giorno, pensando che possano essere rilette in futuro mantenendo intatta la loro forza evocativa. Il titolo di questa raccolta, con la sua ironica sferzata di scudiscio, farebbe pensare a una poesia di ironica acidità, consapevole che non si sdrammatizza una realtà profondamente ingiusta ma che irridere il “nemico” sia sempre un’arma potente ed efficace. Proseguendo nella lettura, invece, ci si avvede di un indomito spirito di battaglia, che accentua la disumanità del mondo mettendone alla berlina le profonde contraddizioni morali. Tutta la parte dedicata a Gaza, infatti, prende per il collo il lettore, e lo lascia in mezzo alle rovine della crudeltà israeliana, le stesse della perduta civiltà occidentale. Lo stesso, anche se con più mestizia e meno sarcasmo, vale per i versi sulla guerra in Ucraina, ricchi di inarrivabile compassione per il martirio di un intero popolo. Ho invece trovato agghiaccianti, nel loro crudo realismo, le poesie sulle madri, dove si incrociano donne colpevoli e donne innocenti, tutte però vittime di un identico tiranno: il patriarcato. La notevole voce lirica che emerge da questi versi ci ricorda che poetare è testimoniare e che per un po’ di umanità in più basterebbe ripetere, in un gesto quotidiano, le parole che altri non hanno il coraggio di pronunciare, se non addirittura pensare e che qui trovano il meritato albergo.
2 stelle, che equivalgono a un 7 su 10. Alcune sono delle pugnalate, altre laceranti, alcune non le ho comprese. Una scrittura originale, cruda, cinica, sarcastica, drammatica.
Linguaggio disincantato, tagliente, va bene per iniziare una discussione, suscitare una riflessione. Però non particolarmente profondo né elegante: la forma non mi ha convinto.