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Lettere di prigionieri di guerra italiani 1915-1918

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Tra il 1915 e il 1917 Leo Spitzer fu impiegato presso l'ufficio censura di Vienna. Di lì transitava la corrispondenza In italiano dei prigionieri di entrambi i fronti. Spitzer, socialista e pacifista, ebbe per la mani 380 lettere di prigionieri del Regno d'Italia e 250 di prigionieri italofoni combattenti per l'impero austriaco (trentini, friulani, istriani, dalmati) e nel 1921 pubblicò lo studio fondamentale tradotto da noi solo nel 1976. Quelle frasi spesso sgrammaticate e del tutto prive di atmosfera epica, in cui affetti ed emozioni antiche di prigionieri e familiari cercano faticosamente espressione attraverso gli schemi delle convenzioni epistolari, documentano qualcosa che segnerà la storia linguistica successiva: il passaggio dell'italiano popolare da un'oralità perlopiù dialettale a cultura scritta. Le intenzioni del giovane linguista travalicavano però l'ambito disciplinare. Nello specchio della lingua, vedeva riflesso infatti il ritratto psicologico di un intero popolo. Forse le lettere non sarebbero bastate allo scopo, ma le spie lessicali erano già allora inequivocabili, se si osserva la frequenza della parola "rassegnazione".

«Sono già due lunghi mesi che mi trovo priggioniero di guerra ... si passa giorni assai infelicissimi, giorni etterni come l’etternità chenon a mai fine, non basta solo il vostro lontano è indimenticabile ricordo, ma è anche la l’anguidezza di stomacco che lungi ci sembrano i giorni». Durante la Grande Guerra accadde qualcosa di cui gli assalti, le trincee, la prigionia e l’onnipresenza della morte furono la micidiale occasione, ma che ebbe natura tanto incruenta quanto dirimente: l’italiano popolare passò dall’oralità dialettale alla scrittura. La lontananza da casa fece sì che una quantità enorme di corrispondenza intercorresse tra i soldati e i loro familiari, mogli, fidanzate e amici. Lettere e cartoline di persone semplici, poco istruite, testimoniavano con grafia incerta e balbettii stilistici del confronto in atto tra il dialetto e la parola scritta, e dei suoi effetti ibridanti e contorsivi su lessico e sintassi. Della rivoluzione linguistica maturata tra formule convenzionali di saluto ed emozioni universali difficili da esprimere, tentativi maldestri di criptare passaggi delicati e improvvisi abbandoni a guizzi di spirito, si accorse per primo un giovane filologo austriaco che lavorava per il fronte nemico. Leo Spitzer, la cui futura grandezza di studioso si annunciò proprio allora, era un funzionario dell’Ufficio di censura militare di Vienna addetto al flusso postale di prigionieri sia appartenenti al Regno d’Italia sia italofoni imperial-regi, come trentini, friulani o istriani. Osservatorio privilegiato per chi, come lui, preferiva di gran lunga «penetrare nella biologia della lingua» piuttosto che respirare «il tanfo polveroso di una scienza squallida», che avrebbe contribuito a svecchiare. Il suo occhio catalogatore e la sua perizia di linguista convogliarono il materiale epistolare in questo saggio-repertorio adesso tornato in libreria e rimasto unico, anche per l’ambizione di vedervi riflesso il ritratto psicologico di un intero popolo. Forse le sole lettere di prigionieri di guerra non sarebbero bastate allo scopo, ma le spie lessicali erano già inequivocabili, a giudicare dalla frequenza del termine «rassegnazione».

316 pages, Paperback

First published January 1, 1976

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Leo Spitzer

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