In una Campania già immersa nei roghi, un bel giorno il Vesuvio torna a eruttare, e lo fa in diretta televisiva. Questo e altri episodi, altrettanto devastanti ma meno clamorosi, finiscono per trasformare il territorio deturpato in meta per visite guidate, perno su cui far crescere un nuovo tipo di turismo sensazionalista quanto macabro, fortemente spinto e voluto dalla stessa amministrazione regionale. Nel frattempo, nelle case, prosegue invece consueta la vita delle famiglie. Famiglie come quella di Carmine, un uomo che si guadagna da vivere appiccando roghi per conto della malavita locale. Seguiremo le vite di lui, della moglie Futura, del figlio Armando e della sorella Luisa, ciascuna col proprio fardello e le proprie storture. Li vedremo avventurarsi in gesti vòlti forse al riscatto o alla liberazione dalla dalla misera condizione in cui si ritrovano, chi per scelte sempre obbligate, chi per fatalità o conseguenza di quelle scelte. In un’atmosfera rarefatta, immersa in una permanente bruttezza sempre narrata come se fosse bellezza, la loro salvezza giungerà inattesa, legata alla parola; alla capacità, magari per una volta, di capirsi.
Una distopia? Diciamo così. Il libro è ben scritto e asfissiante. l’ho letto in questa estate torrida e le fiamme del romanzo sembravano toccarmi le guance: le storie dei protagonisti sono terribili e senza vie di fuga. Una Campania in fiamme, infestata di mosche e roghi, dove gli incendi sono parte di una cartolina turistica, e avvengono per ordine di un boss o per il calcolo perverso di un’amministrazione corrotta. Carmine, Futura, Armando, Gemma, Angioletto, e Cipriano sono personaggi intrappolati in una rete di dolore necessario, tenuti insieme inesorabilmente dalla disperazione. La malattia e la morte attraversano le pagine come presenze inevitabili e restituiscono al lettore un mondo che brucia fuori e dentro, un ambiente e delle relazioni corrose da una stessa tossicità. Una storia di amore e malavita amara e violenta, radicata nella Terra dei fuochi ma capace di trascenderla per farsi allegoria di un’umanità senza salvezza. Ma a rendere il libro riuscito è lo stile di Mozzillo, questa prosa anchilosante e lirica, toccante e sensoriale, disturbante e centrifuga: una scrittura che non concede tregua, che ingloba personaggi e paesaggio in un unico respiro ardente, e che dimostra di appartenere a un autore vero, capace di trasformare disperazione e degrado in letteratura.
In un futuro non troppo lontano, Napoli brucia. E il mondo si divide tra chi, con sguardo rapace, guarda i fuochi ardere, e chi fa quei fuochi rischia di essere consumato. Una distopia "light" che parla di qualcosa che potrebbe diventare reale molto presto.