Parigi, oggi. Martino se n'è andato dall'Italia, come tanti, e vaga senza grandi prospettive fino a quando incontra capelli rosso fuoco, magnetica e scostante, è giovane quanto lui eppure più matura e complessa, almeno ai suoi occhi. Si innamorano, ma è un amore reso difficile dalle continue scomparse di lei, che non sembra avere una sola vita ma molte, negli ambienti più diversi. E tuttavia si amano, nella città scossa da manifestazioni e rivolte, fino a quello che per Martino è il collasso di un Johanna scompare di nuovo, ma stavolta non per un giorno o due. Scompare, e non si fa più vedere. Martino la cerca ovunque, mentre passano i giorni e le settimane (e finiscono i soldi), finché incappa in un manifesto che mostra la foto di un ragazzo bellissimo ed elegante che scende da un jet privato. Dietro di lui, riconosce subito i capelli rossi e l'inconfondibile postura di Johanna. Il poster è stato affisso da Tanya, la leader di un gruppetto anarchico che sta conducendo una ricerca che è lo specchio della vuole ritrovare il giovane della foto, un certo Manfredi Contini della Torre, criptomilionario che ha fatto una misteriosa donazione al suo gruppo. Tanya e Martino uniscono le forze e si imbarcano in un'indagine che li porterà a inseguire in giro per l'Europa Manfredi e gli eccentrici progetti finanziati dal suo impero fondato sui bitcoin, fino a invischiarsi con lui e Johanna in un quadrilatero amoroso sempre più difficile da sbrogliare. Vanni Santoni ci consegna una storia d'amore, amicizia e denaro profondamente calata nell'oggi, e ci costringe a fare i conti con un quesito possono gli individui arrivare a determinare la Storia, o sarà sempre la Storia ad averla vinta sulle sorti individuali?
Poche carriere nel panorama letterario italiano contemporaneo si presentano tanto prolifiche quanto radicalmente eclettiche come quella di Vanni Santoni. Autore perennemente in mutazione, Santoni ha costruito un’opera in cui le linee tematiche, stilistiche, formali e perfino di genere si contaminano, si fecondano e si sabotano a vicenda. Dal trittico sulle subculture (pubblicato da Laterza, nella collana Solaris) — che esplora i free party, i giochi di ruolo, il writing — fino alle escursioni visionarie nel fantastico (Terra ignota, L’impero del sogno), passando per l’attività critica viscerale e polimorfa, Santoni si muove come un autore-matrice, in cui ogni frammento si ricongiunge nell’unica vera necessità espressiva: la narrativa.
Con I fratelli Michelangelo, Santoni ha dimostrato di saper maneggiare il romanzo-fiume, il grande affresco familiare in stile Mann o Dostoevskij, meritandosi il rango di “autore maggiore”. Con “La verità su tutto” è rientrato nella zona franca dell’ibrido filosofico-letterario. Ma è con Il detective sonnambulo che il suo dispositivo narrativo si contrae e si espande, attraversando territori nuovi e insieme profondamente riconoscibili. Qui, l’autore torna alla formazione: il gusto pulp, la letteratura sporca (Selby Jr., Palahniuk, Chris Kraus, Kathy Acker, Ellis), le derive urbane e psicotrope della giovinezza. Il risultato è un romanzo che evoca Bolaño e soprattutto Hermann Broch — e in particolare la sua trilogia I sonnambuli, i cui protagonisti (Pasenow, il militare; Esch, l’impiegato; Huguenau, il mercenario) incarnano tre declinazioni dell’uomo moderno in segmenti storici sull’orlo dell’abisso e della catastrofe. Allo stesso modo, Martino — il sonnambulo del titolo — attraversa un tempo sul punto di disgregarsi, un impero che implode: non più l’Impero tedesco, ma un’ecumene digitale, ad un passo dalla singolarità, dalla cancellazione dell’umano.
La storia si apre a spirale: Martino è a Parigi per studiare cinema ma si disperde in lavori precari, rave, amori e ideologie. Incontra Johanna, artista radicale, e con lei una Parigi post-bohémien, segmentata, in cui ogni quartiere ha la sua grammatica e ogni piazza la sua semantica. Quando Johanna scompare, Martino inizia una ricerca che ha qualcosa di videoludico (open world), ma anche qualcosa di epico e allucinato. Nella sua fuga/persecuzione incrocia Tanja, militante antispecista e figura carismatica a metà tra la rivoluzionaria e la sciamana urbana, e infine lui: Manfredi Della Torre.
È a questo punto che l’intreccio si biforca: da un lato la dimensione sensoriale, quasi estatica del viaggio — con sostanze che espandono, riducono, comprimono la coscienza, dalla DMT alla ketamina, passando per la cocaina (assunta per tornare “normali”) e le visioni indotte dalla techno trance, più simili a pratiche meditative che a fughe edonistiche. Dall’altro, la stratificazione culturale: personaggi che parlano di arte e collezionismo, citano i mistici orientali come i Pokémon, Demon Slayer, Naruto e One Piece; giocano a Magic: The Gathering con la stessa intensità con cui parlano di proprietà, speculazione, militanza, spiritualità.
Le città del romanzo sono tutte trasfigurate. Parigi è infestata dai celerini, dai complottisti manipolabili, dalla sorveglianza diffusa e dall’attivismo postidentitario. Davos non è più la Montagna Magica di Mann ma la Davos del WEF, vetta dell’ipercapitalismo globalista. New York e Palo Alto: l’America che si è trasformata da terra delle comuni e delle scuole vediche in laboratorio sinistro di biotecnologie spirituali. Venezia — che in Mann era la città della dissoluzione — è qui una città fuori stagione, dove la grande distribuzione porta gli asparagi a Dorsoduro e i milionari affittano interi palazzi per rituali travestiti da feste.
La relazione tra Martino, Johanna, Tanja e Della Torre si stringe e si spezza: ricorda le geometrie autodistruttive di Tabù di Giordano Tedoldi, romanzo delle violente passioni giusnaturalistiche e delle derive esistenziali senza ritorno.
Nel cuore narrativo del romanzo, la Magione e lo Schloss — luoghi in cui il multimilionario cerca la sua redenzione — un gesto che disvela la vera posta in gioco: non abbattere il potere, ma spingerlo a implodere sotto il peso delle sue stesse finzioni.
Manfredi Della Torre è il Golem. Il suo è il volto compiuto del potere contemporaneo: colto, liquido, psico-emotivo, altamente performativo, autosabotante, infantile. Come Lou Pearlman — il manager di boy band al centro del documentario Dirty Pop — egli ti fa entrare nel sistema con un sorriso, ti offre un assaggio di potere, di denaro, di privilegio, abbastanza da non fartelo più percepire come oppressione. È il capitalismo con la voce bassa e la playlist curata. È il capitale con un lifting spirituale, la Silicon Valley che fa yoga e parla di karma. Come sostiene Marco D’Eramo in Domino- altro libro che sto leggendo - il potere ha vinto davvero quando è riuscito a convincere i subalterni di non essere più tali. E Manfredi, in questo senso, è la sua incarnazione definitiva. Ma Della Torre è anche il ragazzino che si è ritrovato ad essere multimilionario in giovane età ed ha trasfigurato le sue percezioni, la sua coscienza politica, le sue contraddizioni, fino alla vertigine.
Il detective sonnambulo è un libro che assorbe e restituisce il mondo in tempo reale. È una storia, sì, ma è anche una fenomenologia dello spirito. Una riflessione sul privilegio dell’essere artisti — bianchi, colti, affamati di senso — dentro un sistema che inghiotte ogni forma di opposizione e la restituisce in forma di estetica. È anche la possibilità di liberarsi del privilegio. Perché con questo protagonista naive, imperfetto, inaffidabile, ci racconta una crescita, un bildung, un ritratto dell’artista da giovane in un mondo in cui altri giovani hanno spinto sull’acceleratore. È una navigazione. Un tentativo, vertiginoso, di risvegliarsi dal trip o dal sonnambulismo, mentre tutto intorno si addormenta nel sogno tossico del presente.
Se tanto mi piacciono i romanzi di Vanni Santoni, è probabilmente perché con l'autore - per questioni generazionali? di formazione? - condivido buona parte di immaginario e vocabolario. Così è anche per l'ultimo Il detective sonnambulo, che prende le mosse da una Parigi contemporanea in cui Martino, che se ne è andato dall'Italia come tanti, vaga senza grandi prospettive fino a quando incontra Johanna: capelli rosso fuoco - esattamente pantone 1807 che va in 1805 nei punti luce e in 188 nelle ombre -, magnetica e scostante, è giovane quanto lui eppure più matura e complessa, almeno ai suoi occhi. Si innamorano, ma è un amore reso difficile dalle continue scomparse di lei, che non sembra avere una sola vita ma molte, e negli ambienti più diversi. E tuttavia si amano, nella città scossa da manifestazioni e rivolte - come quella del romanzo Aliena di Phoebe Hadjimarkos Clarke, non da molto consiglio di lettura dello stesso Santoni -, fino a quello che per Martino è il collasso di un mondo: Johanna scompare di nuovo, ma stavolta non per un giorno o due. Scompare, e non si fa più vedere. Martino la cerca ovunque, come uno di quegli investigatori col trench dei vecchi film noir - -, mentre passano i giorni e le settimane - e finiscono i soldi -, finché incappa in un manifesto che mostra la foto di un ragazzo bellissimo ed elegante che scende da un jet privato e, dietro di lui, riconosce subito i capelli rossi e l'inconfondibile postura di Johanna. Il poster è stato affisso da Tanya, la leader di un gruppetto anarchico che sta conducendo una ricerca che è lo specchio della sua: vuole ritrovare il giovane della foto, un certo Manfredi Contini della Torre - o Zoro009, o D.Tor, o Della T. -, criptomilionario che ha fatto una misteriosa donazione al suo gruppo. Tanya e Martino uniscono le forze e si imbarcano in un'indagine che li porterà a inseguire in giro per l'Europa Manfredi e gli eccentrici progetti finanziati dal suo impero fondato sui bitcoin, fino a invischiarsi con lui e Johanna in un quadrilatero amoroso sempre più difficile da sbrogliare, e in un ambizioso progetto che riunisce attivismo politico, esposizioni artistiche, programmazione digitale. Tanti gli interrogativi e le provocazioni del romanzo: Statuette, pupazzi e gadget vari, personaggi di fine resina pitturata a mano, diorami di scene celebri di One Piece, Naruto, Dragon Ball, Demon Slayer e altro, sono modi in cui hanno preso sostanza i sogni di adulti che non volevano diventare tali, o che volevano tornare indietro e continuare a sognare, ma più in grande?
È possibile prendersi il privilegio di dare un senso a se stessi, salvarsi attraverso la creazione? È possibile avere accesso a una realtà ulteriore, più intensa e imprevedibile e avventurosa, più epica rispetto all'inautenticità che prima e per lo più è la vita quotidiana? O avere almeno un grande epilogo - alla Dark Angel Saga della run di Uncanny X-Force scritta da Rick Remender?
Si può - e sarebbe bene, del resto - essere puri, o anche andare oltre, appartenere a quel mondo, già in qualche modo alieno alla natura umana, che è dei pazzi, o dei bimbi, o degli angeli, dei santi? Si può essere - à la Nietzsche - generosi e ricchi di spirito, aperti al mondo come fontane, non impedendo a nessuno di attingere dalle nostre acque, e così, certo, nemmeno impedendo a chicchessia di renderci torbidi, gettando in noi i passanti le cartacce e le bottiglie, i piccioni la loro merda, ma lasciando che tutto ciò scenda giù, in profondità, e tornando a essere limpidi?
Piuttosto che prepper - quelli che si fanno il bunker in qualche isola, quelli che si preparano a vivere in un mondo morto - e lungotermisti - quelli che pensano già all'umanità del 10.000, alla colonizzazione di Marte, al postcorpo, alle individualità solo-digitali - non è preferibile pensare ai problemi di oggi? E se sì, dove sono allora le folle inferocite o individui che pensino in grande, cerchino una via, non abbiano smesso di immaginare un futuro? Si è entrati in un'era a ogni effetto escatologica, tutto sta andando giù per lo scarico del cesso, e si è perso il senso della ribellione? Possibile che a Firenze le venti famiglie più ricche, oggi, sono le stesse che erano le più ricche nel Quattrocento? Manca la visione, la mentalità, di cambiare il mondo? È così difficile pensarlo? Se prima che nascessero i giovani protagonisti di questo romanzo, i giovani delle ultime generazioni, pure il più pulcioso degli studentelli con la chitarra a tracolla voleva cambiare il mondo, perché adesso neanche chi ha un portafoglio di miliardi osa covare un tale sogno? Tanti miliardari e neanche un Batman? È normale che tali individui non si mettano manco a fare i mecenati, come nel Quattrocento? O è tutta una grande tristezza? Non dovremmo allora far intendere alla gente che il riccastro può essere fatto fuori, che i castelli dei riccastri possono essere stretti d'assedio, che si può, si deve, ricorrere alla violenza? Far capire alla gente che il vero nemico è quello nei palazzi (o nei castelli), e che è più vulnerabile di quanto non si creda? Possibile che il più alto dei risultati dell'Occidente, con cui ha vinto la guerra fredda, sia lo sfoggio di merci, tutte disponibili, subito, tutte fresche, tutte pronte, tutte all'occhio, cornucopie di frutta, festonature di pesci e gamberi e calamari, panoplie di salamelle e chorizos? E che però, pure, la fine s'annuncia in quest'abbondanza, nelle confezioni di plastica, in una scatola che dura cinquecento anni per qualcosa che consumiamo in cinque minuti?
Possibile che solo i grandi esempi smuovano la storia? Nuove idee che tirino fuori da uno stato di ottundimento, di sonnambulismo, possono attecchire solo se favorite più da catastrofi che da avvertimenti, occorrendo cioè una Warnkatastrophe, una catastrofe che serva da monito, un fenomeno abbastanza violento da indurre processi di apprendimento, ma non così devastante da riportare allo stato selvaggio? Pongo tutto sotto forma di domanda, perché la grandezza di questo romanzo è anche quella di far abitare ai suoi protagonisti questi interrogativi, porre queste questioni, senza la pretesa di univoche risposte.
Faccio una premessa: adoro Vanni Santoni. Prima di essere uno scrittore è un lettore vorace: a lui piacciono le sfide e non si lascia certo spaventare dalla mole di un libro. Il fatto che sia un lettore vorace emerge dai suoi libri.
Ne Il detective sonnambulo, Vanni Santoni intreccia una storia d’amore, un’indagine rocambolesca (penso che qui i rimandi a Bolaño siano evidenti) e una riflessione profonda su temi contemporanei come il potere del denaro (ovvio rimando a Elon Musk), l’attivismo e il ruolo dell’individuo nella Storia.
Ambientato tra Parigi, Berlino, Davos, Venezia e il deserto di Atacama, il libro segue le vicende di Martino, un giovane italiano che si trasferisce a Parigi con sogni da sceneggiatore, ma si ritrova a vagare senza meta in una città ostile e costosa.
L’incontro con Johanna, spiazza la vita di Martino: le continue sparizioni di lei, logorano Martino e quando Johanna scompare definitivamente, lui inizia cercarla disperatamente. La ricerca di Martino si intreccia con quella di Tanya, una militante anarchica che insegue Manfredi Contini della Torre, un criptomilionario che ha fatto una misteriosa donazione al suo gruppo.
Martino agli occhi degli altri tre è un “puro”
“Quindi “puro” adesso voleva dire che non avevo cose in ballo? Che ero in fondo privo di radici anche lì, tra noi quattro?”
Vanni Santoni usa il pretesto della storia, per affrontare in modo coraggioso temi come la crisi climatica, la finanza digitale e le dinamiche di potere, inserendoli in una narrazione che non rinuncia alla complessità.
“La verità, Tanya, è che è già iniziata una crisi sistemica globale, e una crisi sistemica globale la correggi solo con investimenti sistemici globali. Oppure ribalti tutto e riparti, ma a che prezzo? Il mondo non è un quartiere di Parigi, e la rivoluzione non è... – Un pranzo di gala? – Eh. Ma nemmeno un picnic di squatter. È uno spaventevole bagno di sangue, e riesci a immaginare un bagno di sangue globale? Coi mezzi a disposizione oggi? A parte che durerebbe decenni... – Ci sarà comunque, quando collasserà l’ecosistema.” Come ci si salva? O meglio come si può cambiare il mondo che è al collasso da più punti di di vista? Per Martino (alter ego di Vanni), è possibile
“Cambiare il mondo con l’arte”
Un’utopia a cui credo anche io fortemente, altrimenti non farei il lavoro che faccio. Si può cambiare con la Cultura
“– Però la cultura... – balbetto io. La cultura cosa, Martino? – dice Manfredi voltandosi verso di me come un Eliogabalo di fronte all’ultimo dei ladroni, già flagellato, già riempito di calci e sputacchi... Curioso, quello sprofondamento mi ha ripulito dalle visioni, lasciando però una certa qual immaginificità... – Dico, la cultura umana, presa in generale, ha una sua vita, no? (Guardo Johanna, che mi sorride, intenerita; m’alzo in piedi. Ci riesco.) – Una vita profonda, come un sistema di correnti sotterranee, che poi finisce per influenzare quella della superficie.”
Ciascuno di noi ha un posto nel mondo e il nostro comportamento influenza la Storia
“ Ma furono giorni a loro modo anche entusiasmanti, perché avevo un ruolo e un compito, ed era un compito difficile, tanto difficile che neanche credevo troppo nel suo esito: avevo scelto di crederci perché volevo dare a Manfredi il suo epilogo, e forse perché in fondo, quando prendi coscienza del fatto che tutto è ormai precipitato nell’assurdo, non serve un motivo per agire, l’agire diventa il motivo, e ciò che genera senso...”
Praticamente un concentrato di tutti i temi di cui Vanni Santoni si è occupato ultimamente. Un po' mi ha spiazzato: leggere di Bitcoin, centri sociali e One Piece in un romanzo è abbastanza straniante. L'ambientazione europea e multiculturale, poi, accresce la distanza dai personaggi e dalle situazioni che vivono, come fosse un film doppiato. Il tema però è attualissimo. Il realismo straniante di cui sopra - un iperrealismo, talmente contingente al presente da sembrare distorto e caricaturale - diventa quindi un filtro necessario.
Brillante, divertente ed estremamente pop. Forse non colto o raffinato come le opere precedenti ma ne guadagna in accessibilità, e questo é un bene. E come sempre graziato da una prosa straordinaria.
Finora seguivo Santoni senza leggere nessuno dei suoi libri, in attesa di un libro "* adatto a me*". Questo detective, con criptovalute e gente misteriosa che scompare e ricompare in altri contesti mi è apparso perfetto: letto in 14 giorni dal giorno della sua uscita, un ritmo che non prendevo da tempo. L'atmosfera, i personaggi ed il loro modo di muoversi mi hanno ricordato tantissimo "Occidente per principianti" (Nicola Lagioia 2004). La sensazione di commedia dell'assurdo è similissima, e i personaggi sembrano provenire dallo stesso ambiente. Non voglio assolutamente dire che si sia copiato qualcosa, forse provengono tutti dalla stessa 'forma-pensiero', un invisibile e indipendente agglomerato di energia formato da pensieri simili di gente diversa. Finito il libro mi sono andato a rivedere le trame delle opere precedenti di Santoni, e mi sono meravigliato di come non avessi considerato "La verità su tutto" un libro adatto a me. Degli Hare Krishna seguivo nel gennaio scorso le conferenze su Sattva, Rajas e Tamas ad Arambol Goa India, e in una comunità sull'Appennino c'ero proprio ieri :-o Ma l'inghippo è nella data: la verità su tutto è uscito nel gennaio 2022 ed io ero con la testa da tutt'altra parte. Questo mi ha fatto fare un confronto tra prima e ora: il risultato è fantastico!
Del Santoni romanziere apprezzo tantissimo quel non sottrarsi mai al racconto della contemporaneità, al mischiare tematiche che provano a dare una fotografia di quello che stiamo vivendo. In Italia sono in pochi a farlo con questa sfacciataggine.
Questo Detective Sonnambulo è forse il suo romanzo più politico e, allo stesso tempo, esistenziale di tutti nel suo interrogarsi sul se e sul quanto possa contare l'atto individuale oggi. Trovo questo estremamente ambizioso. La prosa è, come al solito, eccellente nel mischiare gergo, anglicismi, francesismi e tecnicismi all'interno di periodi lunghi ed elaborati. Ci sono parti spassosissime e riflessioni interessanti.
Ciò che non mi ha convinto fino in fondo è quella sorta di iper finzionalita' della trama e della caratterizzazione dei personaggi che, a mio avviso, svela la sua stessa strumentalita' un po' posticcia alle tematiche del romanzo.
In ogni caso, Santoni resta una dei pochi scrittori italiani viventi a dare la sensazione di pensarsi nella chiave di autore di carriera, per così dire. E questo gli vale la mia (perdibilissima) stima.