La sua copertina con la foto in bianco e nero di una giovane donna armata e sorridente ha richiamato la mia attenzione immediatamente. Visto e comprato senza pensarci due volte, il romanzo “Di fulmini e tempesta” di Chiara Polita è stata una lettura che ho assaporato con la dovuta lentezza ma che mi mette ora in una posizione difficile, volendone scrivere un commento motivato. Perché se da un lato la storia raccontata è proprio una di quelle che mi interessano visceralmente, d’altro canto il modo in cui tale storia è stata organizzata e messa sulla pagina ha smorzato in certi punti la mia inziale passione. Premetto che questo lavoro di Chiara Polita testimonia una profonda conoscenza dei luoghi raccontati e della Storia (maiuscola voluta) che in quei luoghi si è svolta durante il periodo della Resistenza; non solo, ho visto, tra queste pagine, la volontà di portare alla luce episodi reali e di far rivivere personaggi sicuramente sconosciuti ai più (a me sicuramente) che con le loro vite e le loro scelte hanno dato il loro contributo alla storia. Già solo per questi motivi la mia opinione su questo romanzo non può che essere globalmente positiva.
Due parole sulla trama, per dare un’idea. Siamo nell’autunno del 1943. Maria, che lavora allo iutificio di San Donà di Piave, decide di unirsi alla brigata partigiana Eraclea, guidata dal comandante Rizzo, prestando la sua opera come staffetta. Un giorno le viene affidato il compito di custodire una mappa sulla quale un partigiano, prima di morire, ha annotato frasi enigmatiche, con due nomi da svelare. In questa lotta sottotraccia fatta di contatti, messaggi da recapitare, radio da nascondere, quando in paese arrivano due giovani fascisti decisi a scovare i ribelli, il clima sociale diventa incandescente e Maria non avrà remore ad affrontare a viso scoperto il nemico. In questa guerra combattuta nel presente contro un avversario in carne e ossa, Maria troverà il coraggio anche di affrontare il suo passato, e fare pace con esso. Insieme a Maria sono tanti i personaggi che troviamo nel romanzo, alcuni, come dicevo prima, realmente esistiti, altri frutto della fantasia dell’autrice, ma certamente un coprotagonista della vicenda è il paesaggio geografico, territorio di acqua, di bonifica, di canali, di traghettatori, e soprattutto del grande fiume, il (o la) Piave, compagno costante dei protagonisti, delle loro emozioni, delle loro imprese, dei loro pensieri.
Da dove deriva la mia posizione “difficile”? Dal fatto che lo stile narrativo e la costruzione della trama non sono riusciti a coinvolgermi del tutto. Purtroppo. La prosa è sicuramente ricca, a tratti poetica, però, ad esempio, l’uso frequente di metafore, a volte ardite, mi ha costretto a fermarmi per rileggere da capo. Ho avuto anche il dubbio di avere qualche problema di attenzione io…..
Un altro aspetto che mi ha lasciata un po’ perplessa è il fatto che per i contenuti trattati questo romanzo avrebbe potuto sostenere una trama più dinamica; al contrario l’impressione è che l’elemento dell’azione sia rimasto un po’ sullo sfondo a favore di un’esplorazione più approfondita dell’interiorità dei personaggi, soprattutto della protagonista, Maria. Questa scelta, legittimissima, insieme allo stile rallenta il ritmo.