Autunno 1943, Veneto orientale. Maria, quarantotto anni, lavora come operaia nello iutificio di San Donà di Piave. È una donna pragmatica, di poche parole, una figlia di quell’Italia rurale fatta di proverbi, vita pratica e rassegnazione. Grazie a una collega più giovane, entra in contatto con i partigiani del Basso Piave e, dando una scossa alla propria vita, decide di unirsi alla brigata Eraclea, guidata dal comandante Attilio Rizzo. A poco a poco, la sua vita prende a scorrere su due vie parallele – quella dell’apparenza e quella della segretezza – finché, nel gennaio del 1944, le viene affidato Giacomo, un bambino ebreo sfuggito alla dovrà nasconderlo e proteggerlo. Alla donna, però, spetta anche un altro custodire una mappa sulla quale un partigiano, prima di morire, ha annotato frasi enigmatiche, con due nomi da svelare. Una minaccia, o persone da salvare? Nel frattempo, sulle tracce del gruppo condotto da Rizzo, da Venezia arrivano Bufera e Vito, due giovani fascisti che – affiancati da Zanlevio, violento esponente delle Brigate nere – danno avvio a una caccia serrata che costringerà Maria a imbracciare le armi per guardare in faccia non solo il futuro della sua gente, ma anche il proprio passato. Tra avventurose missioni condotte nelle terre di bonifica, arresti, rappresaglie, misteri da sbrogliare e perdite dolorose, ad accompagnare la protagonista di questo romanzo è l’acqua della Piave, con le sue sfumature di vita e di mese dopo mese, anno dopo anno, Maria, proprio come il fiume, non si lascia imporre argini, facendo della libertà, del coraggio di rialzarsi e della capacità di amare la spinta che è la sola in grado di tenerla in vita. Con uno stile carico di suggestione e della pietas che accomuna le migliori opere del Neorealismo italiano, Chiara Polita racconta la Resistenza attraverso le scelte e il corpo di una partigiana che, trovando la forza di reagire, esce dall’anonimato e, in prima linea al fianco degli uomini, conquista la propria emancipazione.
La sua copertina con la foto in bianco e nero di una giovane donna armata e sorridente ha richiamato la mia attenzione immediatamente. Visto e comprato senza pensarci due volte, il romanzo “Di fulmini e tempesta” di Chiara Polita è stata una lettura che ho assaporato con la dovuta lentezza ma che mi mette ora in una posizione difficile, volendone scrivere un commento motivato. Perché se da un lato la storia raccontata è proprio una di quelle che mi interessano visceralmente, d’altro canto il modo in cui tale storia è stata organizzata e messa sulla pagina ha smorzato in certi punti la mia inziale passione. Premetto che questo lavoro di Chiara Polita testimonia una profonda conoscenza dei luoghi raccontati e della Storia (maiuscola voluta) che in quei luoghi si è svolta durante il periodo della Resistenza; non solo, ho visto, tra queste pagine, la volontà di portare alla luce episodi reali e di far rivivere personaggi sicuramente sconosciuti ai più (a me sicuramente) che con le loro vite e le loro scelte hanno dato il loro contributo alla storia. Già solo per questi motivi la mia opinione su questo romanzo non può che essere globalmente positiva. Due parole sulla trama, per dare un’idea. Siamo nell’autunno del 1943. Maria, che lavora allo iutificio di San Donà di Piave, decide di unirsi alla brigata partigiana Eraclea, guidata dal comandante Rizzo, prestando la sua opera come staffetta. Un giorno le viene affidato il compito di custodire una mappa sulla quale un partigiano, prima di morire, ha annotato frasi enigmatiche, con due nomi da svelare. In questa lotta sottotraccia fatta di contatti, messaggi da recapitare, radio da nascondere, quando in paese arrivano due giovani fascisti decisi a scovare i ribelli, il clima sociale diventa incandescente e Maria non avrà remore ad affrontare a viso scoperto il nemico. In questa guerra combattuta nel presente contro un avversario in carne e ossa, Maria troverà il coraggio anche di affrontare il suo passato, e fare pace con esso. Insieme a Maria sono tanti i personaggi che troviamo nel romanzo, alcuni, come dicevo prima, realmente esistiti, altri frutto della fantasia dell’autrice, ma certamente un coprotagonista della vicenda è il paesaggio geografico, territorio di acqua, di bonifica, di canali, di traghettatori, e soprattutto del grande fiume, il (o la) Piave, compagno costante dei protagonisti, delle loro emozioni, delle loro imprese, dei loro pensieri. Da dove deriva la mia posizione “difficile”? Dal fatto che lo stile narrativo e la costruzione della trama non sono riusciti a coinvolgermi del tutto. Purtroppo. La prosa è sicuramente ricca, a tratti poetica, però, ad esempio, l’uso frequente di metafore, a volte ardite, mi ha costretto a fermarmi per rileggere da capo. Ho avuto anche il dubbio di avere qualche problema di attenzione io….. Un altro aspetto che mi ha lasciata un po’ perplessa è il fatto che per i contenuti trattati questo romanzo avrebbe potuto sostenere una trama più dinamica; al contrario l’impressione è che l’elemento dell’azione sia rimasto un po’ sullo sfondo a favore di un’esplorazione più approfondita dell’interiorità dei personaggi, soprattutto della protagonista, Maria. Questa scelta, legittimissima, insieme allo stile rallenta il ritmo.
«Durante l’altro conflitto, a ventitré anni non ancora compiuti, Maria aveva imparato che anche i bambini combattevano la loro guerra, per certi aspetti peggiore di quella dei grandi. Sbattuti fuori dal nido troppo presto, erano ruzzolanti in quella violenza senza più appigli né protezione. Chi aveva attraversato quell’inferno, bimbo o adulto che fosse, era sicuro che una tragedia simile non dovesse più ripetersi, e che da quella sofferenza avrebbero imparato tutti una lezione, diventando migliori. Invece… “Non illuderti. La gente dimentica in fretta”, le aveva detto monsignor Saretta. Purtroppo, aveva dovuto constatare Maria, visto che un’altra guerra si ingoiava tutti loro, di nuovo. E questa volta li avrebbe digeriti interi, senza neanche sputarne le ossa.» . Di fulmini e tempesta di Chiara Polita è una lettura che consiglio anche solo per scoprire quello che ho scoperto io grazie a questa lettura 👇 . La scrittrice parte da un elemento reale — l’Istituto San Filippo Neri, noto anche come Ospizio dei Figli della Guerra — e da lì costruisce la storia di Maria e di Liberato, uno dei tanti bambini nati da violenze durante l’occupazione tedesca in una Italia partigiana. . . . . "Era sempre così, tra le vittime di ogni guerra c'era anche la verità: conoscerla è una fatica e, a volte, ci si pente di averla trovata"