Arianna ha sette anni quando la nonna le fa una domanda che potrebbe cambiare la vita di tutte e «Vuoi andare dalla mamma o vuoi stare qui?» Con i nonni Arianna sta bene, ha tantissimi giochi, può mangiare tutto quello che vuole e la notte può dormire in mezzo a loro nel lettone. Ma la mamma le manca…Siamo nel 1985, e inizia così l’avventura di una bambina che non sa ancora quale sarà la sua odissea. Si scontrerà con il mondo dei grandi e con i loro litigi, anche se riuscirà a vivere quel che una bambina dovrebbe sempre giochi, amicizie, scuola, stupore e scoperta. Ma sullo sfondo rimane la sensazione costante di essere provvisori, di non poter mettere radici da nessuna parte, di dover restare sempre all’erta, pronti a fuggire. Chissà perché poi… Cosa avrà fatto la mamma di così sbagliato, si chiede Arianna, per dover vivere con questa paura addosso? E chi è che la sta cercando? Un’incredibile storia vera raccontata con candore attraverso i ricordi di una bambina con un passato fuori dall’ordinario, un passato anche drammatico, che però non è riuscito ad avvelenarle l’anima. Un romanzo di rara intensità che esplora le fragilità e il coraggio dei più piccoli di fronte alle situazioni della vita, e la loro sorprendente capacità di trovare la luce nel buio.
Marco Vichi was born in Florence. The author of eleven novels and two collections of short stories, he has also edited crime anthologies, written screenplays, music lyrics and for radio, and collaborated on and directed various projects for humanitarian causes. His novel Death in Florence won the Scerbanenco, Rieti and Camaiore prizes in Italy. Marco Vichi lives in the Chianti region of Tuscany.
La storia è toccante e triste, anche perché si capisce che è tratta da fatti accaduti davvero. Molto lineare e piano come sono davvero i racconti dei bambini, gioca molto sulla curiosità di sapere cos’è fatto la mamma e perché.
Ho preso in mano Occhi di bambina solo ieri, dopo aver visto che è tra i candidati al Premio Strega di quest’anno. L’ho letto tutto d’un fiato, ed è uno di quei libri che ti restano addosso.
È scritto con una sensibilità rara: la voce di Arianna è autentica, credibile, e ti ci affezioni subito. Attraverso i suoi occhi, tutto arriva più diretto, più fragile, più doloroso.
Ho provato una tristezza profonda leggendo la sua storia, ma anche il forte senso di solidarietà verso la madre. E poi gli anni di piombo… li ricordo bene. Ero una bambina negli anni ’70, eppure quelle atmosfere sono rimaste impresse, indelebili. Questo libro le ha riportate alla superficie con una forza emotiva sorprendente.
Una lettura intensa, che colpisce piano ma lascia il segno.
Non avevo mai letto nulla di questo autore e Occhi di bambina mi ha conquistata fin dalle prime pagine. È uno di quei libri che si fatica a mettere giù, capace di andare dritto al cuore. È impossibile non immedesimarsi nella piccola Arianna e, forse ancora di più, nei suoi nonni che restano dentro anche dopo aver chiuso il libro.
Una lettura emozionante, delicata e soprattutto VERA. ⭐️⭐️⭐️⭐️⭐️ stelle piene, sicuramente leggerò altro di questo autore.
Al momento in cui leggo questo libro è nella dozzina dello Strega, quindi a mio parere già un premio per un romanzo che reputo non particolarmente interessante. Non so se si fermerà qua, francamente nella cinquina lo riterrei un passo eccessivo. La storia è carina, il punto di vista originale, gli occhi di una bambina in una storia più grande e pesante di lei, ma proprio il punto di vista è quello che non fa decollare il libro. Si ascolta volentieri ma che delusione il non avere avuto il coraggio di incidere un po di più: Vichi vi dice che è una storia vera, ma avrei preferito che l’ultimo capitolo evitasse una edulcorazione degli anni di piombo. Cosa avrebbe detto quella bambina se la madre, ad esempio, avesse partecipato a crimini più pesanti?
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Ho deciso di recuperare la lettura dei libri candidati al Premio Strega 2026 e "Occhi di bambina" è stato proprio il primo titolo letto. Devo dire che non mi ha fatto urlare al capolavoro. La cosa che più mi ha fatto storcere il naso è stato trovare una certa incoerenza: se da un lato viene sottolineato come tutti i fatti narrati siano dal punto di vista di una bambina, ho trovato alcune riflessioni troppo "mature" per essere quelle di una settenne. Del resto lo stesso autore specifica come abbia riportato fedelmente gli appunti della diretta interessata ormai adulta che ha ripercorso la sua storia. Quindi se da un lato è normale che ci sia un punto di vista più maturo, dall'altro lato la prima persona singolare rende tutto il racconto più artificioso. Non nego che sicuramente una bambina che vive in un contesto come quello raccontato sviluppi una certa sensibilità, ma alcuni ragionamenti erano veramente troppo in là. Per il resto lo stile si adatta al punto di vista e quindi è molto semplice e scorrevole, una lettura che si fa leggere in pochissimo tempo. Ho trovato alcune parti ripetitive e ridondanti, ma è stato interessante leggere di alcuni temi trattati. Una lettura senza infamia e senza lode, non certo vincente.
La cosa più bella sta proprio nella narrazione attraverso il punto di vista della bambina, che parla sempre in prima persona, filtrando la realtà attraverso i suoi occhi, la sua sensibilità, la sua intelligenza e anche, oserei dire, la sua "maturità", che supera spesso quella della madre.
Una storia bellissima nella sua semplicità, un mondo difficile e ingiusto, una realtà complicata descritta dagli occhi innocenti di una bambina che desidera solo una cosa: stare con sua mamma
Ho letto il libro per attività scolastica e devo dire che ha riportato dei temi molto interessanti ma soprattutto dal mio punto di vista cioè una ragazza di 12 anni sono riuscita a comprendere meglio l’esperienza del personaggio, ma un difetto che riconosco è che pensieri e persone sono spesso ripetitivi in certi punti . Il linguaggio è scorrevole, semplice e in certe parti è ricco di metafore. Una citazione che mi ha molto colpito è stata questa:” mi ricordo molto bene l’angoscia che provavo, il senso di colpa che mi pesava addosso, erano emozioni che non sapevo come si chiamavano ma che mi capitavano spesso.” Oppure:” non posso dimenticare quelle notti nel buio quando si materializzavano tutte le mie peggiori paure, forse insensate, immaginavo esseri cattivi che si avvicinavano al letto per farmi del male, vedevo lame di coltello e sagome nere che si muovevano intorno a me, immaginavo entità soprannaturali che non avevano nemmeno vagamente un aspetto umano erano presenze maligne che mi volevano rapire e portare lontano, sapevo che erano frutto della mia fantasia questi pensieri assurdi, ma al tempo stesso si concretizzavano come ombre buie e talvolta mi ero talmente convinta della loro esistenza che riuscivo quasi a vedere delle mani enormi che volevano afferrarmi, mi capitava spesso di addormentarmi solo a notte inoltrata per sfinimento”. I temi più particolari personalmente sono : la nostalgia che viene più volte citata nel libro come per esempio i nonni, la paura di Arianna nel vedere sua madre arrestata o catturata dalla polizia, la confusione quando la mamma di Arianna la portava da un posto all’altro senza dirgli niente o il fatto che Arianna avesse paura di fare domande a sua madre, è pur di non farla infuriare rimaneva nella più totale ignoranza della situazione, l’adattamento sociale, cioè quando Arianna cambiò da Firenze a Parigi per poi andare a Barcellona e con questo significava pure nuovi amici nuova lingua nuova casa e ricominciare tutto da capo, l’affetto verso il suo maestro di Parigi o la sua amica Jeannine e mi ha emozionato anche tanto il fatto che quando il maestro le disse il loro vezzo Arianna si mise a piangere, ma non per la situazione in cui si trovava ma di più perché qualcuno le stava mostrando dell’affetto che non fosse né quello dei suoi nonni e nemmeno dei suoi zii . Detto questo, consiglio questo libro a tutti i lettori sensibili per via dei temi trattati.
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Il tema del libro sarebbe potuto essere interessante, presentando la vita di una bambina che, dopo una prima infanzia vivendo viziata e incondizionatamente amata a casa dei nonni a Firenze, sceglie di raggiungere la madre latitante a Parigi, in un contesto molto più povero e degradato, dovendo riallacciare tutte le amicizie e ricominciare la socialità in un’altra lingua; processo poi ripetuto spostandosi a Barcellona con l’aggiunta della tensione di essere presi e di una vita sempre schermandosi dalla domande, mentendo. Peccato che la narrazione sia piattissima e riesca a eliminare qualsiasi tensione nel suo dipanarsi piano e banale. Lo stile infatti è incredibilmente scialbo, zeppo di frasi ed espressioni fatte: per la sua prevedibilità, sembra che Vichi abbia usato un software di predizione della frase, facendo sempre seguire a ogni pezzo di frase la parola più comune, più ovvia. Vichi sembra mettere le mani davanti quando dice che certi dolori e certe emozioni forti, quando si leggono, sembrano descritti sempre con parole banali, ma che quando si vivono, queste parole sono quelle più giuste; sarà, ma mi chiedo allora come mai tantissimi scrittori riescono a trovare escamotage stilistici per ripristinare la tensione e l’intensità di quelle emozioni sulla pagina. Inoltre, seppure la voce narrante e quella della bambina ormai adulta, la sua visione retrospettiva è spesso poco convincente, o per scelte lessicali (diminutivi di ruoli in cui lei si immedesima e che sicuramente da bambina li pensava come ruoli effettivi, ad esempio banditella invece di bandita), o per varie precisazioni che servono a ripristinare il punto di vista originario (denunciando quindi l’incapacità di Vichi di renderlo già da subito, con uno slittamento del punto di vista narrativo); se poi si aggiungono numerose e superflue ripetizioni, il quadro è completo. Il libro alla fine si legge molto in fretta, nonostante le sue 240 pagine, per la brevità dei capitoli, ma non si arriva mai a immedesimarsi né a essere coinvolti, rimane tutto distante, come il racconto fatto da un’amica (così è nato il libro) trasposto pari pari sulla pagina (spiegando così la banalità stilistica), ma perdendo tutte le emozioni che la prossemica e il tono del racconto orale possiedono, che suppliscono anche al fatto che oralmente prevalga il dire rispetto al mostrare, quando nella scrittura deve essere il contrario, ma qui di nuovo non lo è, essendo quasi tutto esplicitato.
È sicuramente un bel libro. Scorrevole, piacevole e gradevole, attraverso la mente della bambina ci si avvicina a una tematica poco trattata nei romanzi.
Però
Però rimane tutto troppo sullo sfondo. Ovviamente ho capito quale fosse il segreto della madre dopo poche pagine ed ero curiosƏ di vedere lo strappo, come la bambina ne avrebbe acquisito consapevolezza, come avrebbe coniugato l'amore per la madre con la realtà. Questo non avviene mai.
Sicuramente un libro piacevole e con delle potenzialità, ma mai gli attribuirei alcun premio
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È una lettura breve e scorrevole. Attraverso episodi di vita quotidiana, raccontati con uno sguardo semplice e autentico, emerge però una storia tutt’altro che banale, anzi ricca di sfumature e momenti intensi. È un libro leggero ma capace di lasciare qualcosa, perfetto da leggere in poco tempo. Si capisce bene perché sia candidato al Premio Strega: per la qualità della scrittura, i temi rilevanti e l’originalità del punto di vista.
Con gli occhi di una bambina viviamo la latitanza della sua mamma, giovane, irresponsabile e molto egoista. Erano gli anni di piombo. Anni in cui la ribellione giovanile si ammantava di ideali difesi con inutile violenza. Anni che hanno segnato le nostre infanzie e che personalmente mi hanno portato a sviluppare una vera e propria idiosincrasia per l'estremismo. Una scrittura lineare, efficace e piacevole rende la lettura scorrevole e mai noiosa. Non un capolavoro, ma comunque un buon libro.
Una storia delicata e intensa, raccontata con lo sguardo puro di una bambina. Marco Vichi emoziona senza retorica, regalando un romanzo breve ma profondamente umano.
Occhi di bambina è un romanzo di formazione tratto da una storia realmente accaduta e narrato da una protagonista ormai adulta che ripercorre il suo passato con lo sguardo e la prospettiva della se stessa bambina, che a soli sette anni si trova a prendere una decisione e ad affrontare una realtà molto più grande di lei. Decisione che le cambierà per sempre la vita. Arianna, infatti, viene improvvisamente sradicata da una condizione di serenità, benessere e "normalità" per essere catapultata in uno stato da lei definito in bilico, provvisorio e clandestino, sperimentando la vita di quartiere, dove, nonostante le difficoltà e il peso del segreto della madre da mantenere, riesce a ritagliarsi momenti piacevoli, allegri e spensierati, circondata da bambini di diverse nazionalità, ognuno con i propri usi e costumi. Al tempo stesso viene a contatto con ulteriori problematiche, come la solitudine, il significato della parola "straniera" e cosa voglia dire sentirsi tale, l'emarginazione, il bullismo, la violenza e le dipendenze, il tutto all'interno di un drammatico e doloroso spaccato storico-politico della cronaca italiana degli anni di piombo. Ma soprattutto dovrà fare i conti con una madre severa, fredda, distaccata, insensibile, a tratti aggressiva e vittima di manie di persecuzione, i cui comportamenti faranno sentire Arianna perennemente angosciata, oppressa, impotente ed in colpa. Si tratta, quindi, di una storia estremamente cruda, delicata e toccante, ma che, fortunatamente, non riuscirà ad avvelenare l'anima, la purezza ed il candore degli occhi della bambina, che "sono più veri di una ricostruzione documentata".