Ha ventiquattro anni, è per metà napoletano e per metà ungherese, ha studiato a Bologna, vorrebbe fare il regista ed è ancora in attesa di trovare la sua è questo l'identikit di partenza del protagonista di La faccio breve, il brillante esordio di Davide Di Lorenzo. Si chiama Davide, proprio come l'autore del romanzo, e lo incontriamo per la prima volta a Budapest, città in cui è nata e cresciuta sua madre. Si è lasciato alle spalle l'Italia, gli amici, la famiglia, e nonostante la vita all'estero non gli risparmi avventure grottesche la sua quotidianità è sonnolenta e girovaga.
Una trasferta a Berlino non cambierà le cose, che inizieranno invece a movimentarsi solo con l'ammissione a una scuola di cinema e il trasferimento a Roma. Il Pigneto, le nottate a ballare (e i conseguenti rocamboleschi rientri), la stanchezza e i nuovi incontri contribuiranno a risvegliare Davide, intento ad arrovellarsi su un la comparsa insensata, ma sempre più frequente, di un uovo rotto sul pianerottolo.
"Un esordio che ha dentro tutta la libertà e la sgangheratezza dei vent'anni. Una voce al tempo stesso divertente e malinconica, timida e spudorata, e per questo sincera, anche quando le piace mentire ". Veronica Raimo
Davide Di Lorenzo riesce a raccontare con fedeltà ironica la vita quotidiana di un ragazzo sulla soglia dell'età adulta, tanto nella sua dimensione domestica e malinconica quanto nelle infinite serate romane, o nelle feste alcoliche in giro per l'Europa. La faccio breve è un romanzo scanzonato e commovente, che conserva tutto il ritmo sgangherato e la freschezza dei vent'anni.
mi ricorda molto il periodo tra i 20/23 anni, solo che ne son passati parecchi ormai. Penso che da giovane l' avrei adorato, ora è qualcosa di scritto in modo interessante ma che mi parla poco.
il muretto del caucigh, le panchine di roma e budapest, il terrazzo di casa a udine, i bar di berlino e trastevere. questo è un libro sullo stare seduti e parlare, riflettere, scambiarsi sguardi con estranei e con persone appena conosciute o di un vita. uno spaccato della vita quando tutto è ancora in potenza
“Come sono finito qui?” È la domanda che risuona più forte dopo aver chiuso questo libro, che sembra scritto proprio per dare voce a quel senso di smarrimento sottile, quotidiano, eppure potentissimo che ci attraversa tutti, prima o poi. Un saluto nei corridoi, una scelta fatta per caso o per stanchezza, e all’improvviso ti ritrovi dentro una storia che non avevi previsto. Ed è proprio lì che La faccio breve colpisce: nel mostrare quanto poco, alla fine, ci sia di razionale nelle svolte decisive della nostra vita.
Di Lorenzo scrive con una sincerità disarmante, a tratti ironica, a tratti malinconica, ma sempre autentica. La sua voce arriva limpida, anche quando confessa che ciò che gli succede non lo rappresenta, che la vita lo “oltrepassa”. Forse è proprio questo il centro emotivo del libro: la consapevolezza che esistere non significa sempre capire, ma accettare, lasciarsi attraversare, e raccontare.
Una stella in meno perché in certi passaggi avrei voluto più respiro, più profondità o anche solo un rallentare per permettere al lettore di abitare meglio quelle emozioni. Ma resta una lettura intensa, che lascia qualcosa anche dopo l’ultima pagina.
... e io l'ho fatta più breve ancora, trangugiando questo libercolo che risuonava di Jack Frusciante ma (ahimé) mooolto da lontano, in una sera.
Mi unisco al coro dei commentatori boomer: forse nei miei Twenties mi sarei rivista e avrei apprezzato le notti brave e le colazioni con le occhiaie di cui si nutre il gggiovane protagonista tra un arrovellamento mentale e l'altro. Di fatto, non mi son piaciuti né costruzione né stile, non ho ritrovato nessun guizzo ispirato e mi son ritrovata a pensare con nostalgia a certe Smemo pronte all'implosione sotto il carico delle adolescenti memorie.