«Il tropico del fango è la nuova latitudine in cui ci siamo ritrovati a vivere in Romagna. Ma su questa terra che i nostri antenati si sono inventati da una maledetta palude o togliendola alle foreste dell’Appennino, ci sta un mucchio di gente che a star zitta non è capace e anche con il cuore spezzato, ci canta sopra, anche solo per il gusto di ridere in faccia alla morte e alla sventura.» Cristiano Cavina, amatissimo scrittore e voce di questa terra sconvolta da tre alluvioni colossali, racconta quello che ha vissuto.
«Ho scritto questi testi con la casa ancora mezza allagata, i salvagenti di sicurezza legati sul tetto, e la gente intorno che aveva perso tutto. Un vicino anche la vita. Non sono racconti, non sono reportage. C’ho messo quello che vedevo, andando con mio figlio ad aiutare dopo aver ripulito casa nostra. Io sono nato a Casola Valsenio, negli Appennini, dove letteralmente sono venute giù le montagne ed era rimasta solo la strada per andarci. Per un giorno intero non ho saputo se mia mamma era viva o morta. Era viva. Aveva creato un rifugio di emergenza per galline profughe. Io non sono un giornalista. Sono un narratore. Non mi interessano tanto i fatti in sé, quanto cosa accade agli esseri umani che ne sono travolti. Non come franano le montagne o si allagano i quartieri, ma come franano – o non franano – le persone, come si allagano le loro vite e come riscono a non affondare. E anche con queste parole, ho cercato di fare quello che da sempre salvare mondi che rischiano di scomparire.»
"Anche se non perdi niente, anche se non entra in salotto un dito d’acqua, quando vivi una roba del genere, qualcosa la perdi, se ne va. O si rompe, dentro di te. Ti si appiccica il fango dentro, non so, e non si aggiusta più. Siamo tutti legati".
In quel maggio del 2023 sono tra quelli che non hanno perso niente. Ed è stata solo fortuna, intendiamoci. La mareggiata che doveva colpire la lingua di terra dove vivo, tra valli, mare e pineta, ha sprigionato tutta la sua forza qualche chilometro più a sud, il mare non è venuto su, ha "preso", ma l'angoscia è ancora lì, la paratia messa alla porta della lavanderia, i controlli continui sullo stato dei fiumi e dell'acqua che saliva a un tiro di schioppo, le telefonate di allerta, persone care isolate, evacuate, sfollate che invece tanto hanno perso. Ha ragione Cavina: siamo tutti legati.
C'è tutto in questo diario, una cronaca intima e famigliare, ma anche quella di una comunità. Avevo paura a iniziarlo e un po' avevo ragione perché non si supera mai del tutto. Io, almeno non l'ho superato: a ogni temporale, ad ogni pioggia insistente, a ogni allerta meteo, a ogni immagine che arriva da altrove, per me sarà sempre un ritorno a quei giorni.
Ancora una volta Cavina arriva al cuore del lettore con la sua scrittura asciutta e diretta ma allo stesso tempo delicata. L’alluvione di quei giorni l’ho vissuta anch’io e ricordo bene la devastazione, l’odore del fango e la disperazione della gente. Questo libro non vuole essere un approfondimento giornalistico né un diario, solo un raccolta di emozioni nate e vissute in quel maggio del 2023, quando la pioggia allagò la Romagna, facendone crollare colline e montagne. “E lì sono i momenti in cui hai le vertigini se pensi a come deve essere la sventura grossa: correre sul tetto ad aspettare l’elicottero, lasciando tutto indietro. Tutto. Non le cose in sé, ma quella patina residua di felicità che portano appiccicata sopra. Tutto lasciato alla gelatina. Come sovversivi braccati dalla dittatura. In esilio, senza sapere se hai chiuso il gas uscendo.”