Il cibo ha in sé la maggior parte delle risposte, bisogna solo saperlo interrogare nel modo giusto. Cosa mangiamo, cosa proviamo in cucina, dove e come ci sediamo a tavola, l’educazione alimentare che riceviamo, le ricette che tramandiamo, raccontano quasi tutto di noi, e delle famiglie in cui cresciamo. Dentro una stessa zuppiera ci sono memoria e cultura, genere e geografia, lontananza e legami. Sugo è uno spaccato del rapporto tra il cibo e la nostra identità. È un’ode al cibo della nostra vita, sostanzioso e quello che, se eravamo fortunati, ci preparavano da bambini. È un libro – al tempo stesso personale e generosamente interessato alle tavole altrui – che invita a guardare oltre il piatto, per illuminare le dinamiche che ci hanno reso le persone che siamo. Con i nostri valori, certi appetiti, tanti desideri
Questo libro sembra un piatto di sugo senza pasta: l’idea è gustosa, invitante, piena di potenzialità… ma dov’è il contenuto? Gli spunti ci sono, e sono anche interessanti, ma restano quasi sempre in superficie: accennati, sfiorati, mai davvero sviluppati. È un peccato, perché il tema meritava molta più sostanza. L’assenza di una bibliografia è una scelta che onestamente non capisco. Peccato. A volte un’ottima intuizione non basta a riempire il piatto.
L’ultimo compleanno della nonna Maria sapevo che non avrebbe tratto gioia da alcun regalo materiale se non qualcosa di consumabile, che le avrebbe effettivamente dato una sensazione immediata. Il senso a cui ha sempre dato più importanza credo sia sempre stato quello del gusto: l’espressione e il movimento della bocca con cui assaporava i dolci (che non poteva mangiare in quanto diabetica), delle volte con gli occhi chiusi e battendo mano e piede rispettivamente su ginocchio e pavimento sono quelli di una persona che godeva dell’istante della masticazione - non so come altro definirlo. Insomma, le regalo sei Estathè al limone, con la raccomandazione che non deve finirli subito e che al massimo uno al giorno. Era felice ed io con lei. Due giorni dopo non si è svegliata, tre di quegli Estathè al limone sono rimasti nel mobile e vederli mi ha chiuso la bocca dello stomaco. Una cannuccia però l’ho mandata insieme a lei, con la speranza che possa continuare a berne all’infinito. Per me questo libro è stato principalmente memoria, è stato la spesa alla Conad e da Giordano, l’ortolano di Via Gramsci, è “le pere” intese come “poppe”, sono i calzini comprati fuori dal supermercato per dare qualche spicciolo al ragazzo fuori, è la paura che tutti quei Kinder merendero peggiorassero il diabete: tutto ciò che se ci penso, delinea i lati solidi del mio carattere dall’ironia, all’abitudinarietà fino all’ipocondria. Questo saggio è una stanza con finestre infinite, sulla nostra espressione culturale, sociale, emotiva, fisiologica e in questi due giorni mi sono affacciata a tutte, con timore o con coraggio. Ho scelto di riaffacciarmi su quella della memoria perché è quella ancora oggi più dolorosa e credo che sia per questo che quando anche adesso dopo tre anni bevo un Estathè, una parte di me sogna sempre di tornare a quella mano che batte sul ginocchio e a quel piede che batte sul pavimento.
Questo saggio è un bellissimo spaccato del rapporto tra il cibo e la nostra identità. In breve, ci insegna a guardare dentro e oltre il piatto per capire le dinamiche che ci hanno reso le persone che siamo. Perché i miei piatti preferiti sono il purè, i tortellini in brodo, la pappa al pomodoro e il risotto allo zafferano? Come mai preferisco il risotto alla pasta? Come mai il mio posto a tavola è da sempre quello che ha alle spalle la cucina, nonostante di solito sia quello di chi sta ai fornelli? Come mai ora che sono adulta preferisco mangiare poco e a ogni ora del giorno, se ho fame, anziché mangiare abbondantemente tre volte al giorno? Perché se provo a fare colazione sto male e posso mangiare solo dopo circa due ore dal risveglio? Un bel viaggio per capire come le nostre abitudini alimentari hanno forgiato la nostra personalità e il nostro modo di gestire le emozioni, come il cibo sia un atto di cura e come certe abitudini possono cambiare e trasformarsi, nel momento in cui formiamo una nuova famiglia.
"Il cibo condensa le nostre biografie, e lo fa all'incrocio tra memoria e identità culturale, gusto e abitudini. Il cibo conosce meglio di noi il momento in cui ci troviamo: ci colloca nel tempo."
È un libro glossario: poche pagine in cui si tracciano preliminari definizioni del mondo attraverso il cibo. È una riflessione sociologica oltre che gastronomica. Pone le basi per un'ampia discussione sul cibo,su chi siamo e verso quale direzione ci muoviamo. Spero ci sia un seguito perché come "antipasto" era perfetto e ha messo fame di altro.
Questo libro potrebbe essere considerato un breve viaggio su cosa rappresenti il cibo per molti. Mi è piaciuta la suddivisione delle storie e degli argomenti, dal cibo come consolazione, al cibo come identità. Forse troppo breve, anche se ho apprezzato i punti interrogativi finali e le domande che lascia. Probabilmente la cultura della dieta e il cibo come conforto sono i temi più impattanti per me. Per quanto riguarda quello della suddivisione dei compiti familiari e della donna vista come nutrice, fatico a farli miei per una questione di abitudine familiare che sto costruendo nella vita da adulta, in cui col mio compagno ci aiutiamo in tutto, forse è lui che fa di più, nonostante la disparità economica/lavorativa in cui mi ritrovo adesso. Un bel punto di partenza per capire quanto politicamente conti il cibo e quanto determinate culture e steriotipi ci abbiano influenzato per secoli.
Un libro da leggere. Una lettura veloce, ma che apre la mente a mille domande. Domande che non sapevi di doverti fare, anche se cosi ovvie e presenti ogni giorno sul tuo tavolo. L’argomento è complesso, da qui si potrebbe partire con mille ragionamenti. Ma questo è l’innesco. Un innesco arrivato nella mia vita al momento giusto, nel momento in cui sto analizzando me stessa per mettere le basi per la nostra famiglia. Se sei in questa fase, devi leggere questo libro. Ma anche se sei in qualsiasi altra fase.
Il cibo nelle nostre vite ha mille sfaccettature ma soprattutto è identità, è parte di ciò che siamo. Mi piace mangiare, ma finora odiavo l’idea di cucinare, fino a prima di questo libro e della presentazione di esso da parte dell’autrice. Non per l’atto in sé quanto per principio. Per l’atto di cura materno, per il dovere del ruolo. Come atto di protesta. Una protesta inconsapevole ma forte.
Invece il cibo è identità, è ciò che sono io e ciò che diamo come coppia. Come mi comporto a riguardo fa bene a me stessa e alla coppia. La consapevolezza della parità di genere esiste, è da attuare. Ma prima di tutto è importante capire che il cibo fa parte della complessità del nostro relazionarsi a noi stessi, al mondo. Non è solo un atto di cura, non è solo un dovere verso l’altro. È parte di noi stessi. Ed è da capire per capirsi.
Questa lettura è di tanti consapevoli pensieri. ToDo.
Sugo, per come l’ho letto io, parafrasa tante cose contenute in questo libro. Un buon sugo, per essere tale, ha necessità di un insieme di fattori, che siano gli ingredienti o l’impegno che si profonde nel prepararlo. Ecco, tra queste pagine Montera imprime quanto nel cibo si “nasconde”, il lavoro, l’amore, la casa, la nostalgia, il tanto non detto. Mi è venuta in gran voglia di parlarne e approfondire con lei tante sfaccettature, tanto la sento vicina in molti argomenti. Se posso muovere una critica è solo che avrei gradito meno definizioni “inglesizzate”, ma forse è colpa di una mia riluttanza, dovuta all’ambiente che mi circonda vivendo e lavorando a Milano.
Narrando quattro storie, vere, vive e vitali, Maria Chiara Montera non si limita a chiarire, con una logica disarmante, che siamo quello che mangiamo, ma chiarisce che il cibo è un universo del quale inevitabilmente facciamo parte. Il cibo non è solo nutrimento per la sopravvivenza ma è cultura, ricordi, stili educativi, insegnamenti, sofferenze, giudizio, interazione con gli altri. In una sola parola: vita.
Il cibo visto da uno sguardo che abbraccia la complessità. Cibo che è relazione, comunità, individuo e società. Un libro che apre le porte alle domande e che accoglie i dubbi, per provare a costruire nuove prospettive e, contemporaneamente, riconoscere e validare il passato, la storia del nostro cibo familiare che quindi è la nostra storia. Brava Montera, brava brava.
Un libro sottile e denso, ricco di stimoli che vale la pena approfondire. Ho apprezzato anche la scrittura, unico neo forse la parte delle storie avrebbe avuto bisogno di un po’ più di “racconto” per inquadrare le persone (ecco, un po’ più di restituzione).
Fin da piccola sono sempre stata una buona forchetta grazie alle prelibatezze che mi cucinava (e che mi cucina tutt’ora❤️) la mia nonna!
Mangiare mi fa stare bene e mi dà gioia! Il cibo mi consola quando sono giù di morale e mi calma quando sono in ansia e nervosa. Non sono mai stata una di quelle persone che quando sono tristi, inquiete o innamorate non mangiano, o di quelle fissate con le diete, anzi!
Per me il cibo è cura ma è anche sfogo. È sostentamento ma è anche gratificazione. È identità e ricordo.
Oggi, all’età di quasi trentacinque anni (aiuto!) posso dire di essere un vero disastro in cucina ma quando si tratta di mangiare non mi tiro e non mi tirerò mai indietro!
Di tutto questo e molto altro ci parla Mariachiara Montera in “Sugo”, un libro che è un’ode al cibo ma che è anche un’accurata e divertente analisi del rapporto che abbiamo con esso.
Tra pasta con piselli e parmigiano e porri lardellati si parla di cultura e di geografia, di identità e di corpi, di famiglia e di maternità.
“Sugo” è un saggio breve ma necessario, una lettura coinvolgente nella quale è impossibile non riconoscersi in quanto universale. Perfetto da leggere seduti a tavola davanti al proprio piatto preferito!