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La vita che salvi può essere la tua
Raccolta delle storie brevi scritte da Flannery O' Connor negli ultimi dieci anni della sua vita
399 pages, Hardcover
Published January 1, 1968
About the author
Flannery O'Connor
196 books5,681 followersCritics note novels
Wise Blood
(1952) and
The Violent Bear It Away
(1960) and short stories, collected in such works as
A Good Man Is Hard to Find
(1955), of American writer Mary Flannery O'Connor for their explorations of religious faith and a spare literary style.
The Georgia state college for women educated O’Connor, who then studied writing at the Iowa writers' workshop and wrote much of Wise Blood at the colony of artists at Yaddo in upstate New York. She lived most of her adult life on Andalusia, ancestral farm of her family outside Milledgeville, Georgia.
O’Connor wrote Everything That Rises Must Converge (1964). When she died at the age of 39 years, America lost one of its most gifted writers at the height of her powers.
Survivors published her essays were published in Mystery and Manners (1969). Her Complete Stories , published posthumously in 1972, won the national book award for that year. Survivors published her letters in The Habit of Being (1979). In 1988, the Library of America published Collected Works of Flannery O'Connor, the first so honored postwar writer.
People in an online poll in 2009 voted her Complete Stories as the best book to win the national book award in the six-decade history of the contest.
The Georgia state college for women educated O’Connor, who then studied writing at the Iowa writers' workshop and wrote much of Wise Blood at the colony of artists at Yaddo in upstate New York. She lived most of her adult life on Andalusia, ancestral farm of her family outside Milledgeville, Georgia.
O’Connor wrote Everything That Rises Must Converge (1964). When she died at the age of 39 years, America lost one of its most gifted writers at the height of her powers.
Survivors published her essays were published in Mystery and Manners (1969). Her Complete Stories , published posthumously in 1972, won the national book award for that year. Survivors published her letters in The Habit of Being (1979). In 1988, the Library of America published Collected Works of Flannery O'Connor, the first so honored postwar writer.
People in an online poll in 2009 voted her Complete Stories as the best book to win the national book award in the six-decade history of the contest.
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Displaying 1 - 3 of 3 reviews
December 24, 2020
Avendo letto della grande religiosità della O’Connor e dell’ambientazione Profondo Sud di cui pensavo d’essere sazia, ero un pochino prevenuta. Scettica, diciamo. Mi aspettavo una via di mezzo fra Faulkner, Caldwell e McCarthy. E invece no. Questi racconti, terribili, appassionanti, pieni di vita e intelligenza, non assomigliano a nient’altro che a se stessi.
Ci sono alcuni grandi temi: la violenza, innanzitutto, la famiglia, la malattia. Ci sono dei singolari leit motiv: i figli (istruiti) che odiano i genitori e i genitori (non istruiti) che si angosciano per i figli; la fatica estenuante di mandare avanti una fattoria come si deve, avendo sempre a che fare con lavoranti incapaci e disonesti; i malvagi, a volte violenti e a volte solo inquietanti. Si sente che c’è del vero, forse dell’autobiografico nei primi due temi, tanto è autentico e sofferto da entrambe le parti il conflitto genitori/figli - ma sempre mescolato a un umorismo brusco, sprezzante - e tanto realistico e coinvolgente lo stress dei proprietari terrieri. Riguardo al male, non credo ci sia dato di sapere se la O’Connor incappò in esperienze di violenza. In ogni caso, questi malvagi sono straordinariamente veri. Tutti i racconti descrivono una realtà semplice e rurale, fatta di paesi sperduti fra campi e pascoli, abitata da gente semplice, ignorante, prepotente, arretrata, meschina, spesso razzista (ma questo non è mai tema dominante); alcuni sono fin troppo soddisfatti di sé, altri, invece, aspirano a una vita migliore, più spirituale, e confidano nel divino; tutti si sbagliano, tutti si illudono, tutti rivolgono intorno a sé uno sguardo cieco. La fede non aiuta nessuno, probabilmente perché non è in loro abbastanza sincera e profonda. Se non sapessimo che la O’Connor era religiosissima, mai lo indovineremmo leggendo i suoi racconti, dove il credere appare come una delle tante illusioni umane, o un fanatismo che rimbecillisce: penseremmo, anzi, il contrario. Presumo che verso quell’umanità, descritta in modo così sferzante e impietoso, la O’Connor provasse la pietas della saggezza e non la condanna di un fanatico.
Comunque sia, in contrasto con l’ambientazione rurale e le loro semplici storie di fattorie, bestie e trattori, tutti i racconti sono percorsi da un’inquietudine febbrile, da una stanchezza nervosa, da una lotta sfibrante fra i personaggi e la vita, che non esaudisce mai le speranze e ridicolizza grottescamete le illusioni, dei semplici come dei migliori. E tutti finiscono male, più spesso in tragedia: i malvagi non possono essere redenti, e anche chi malvagio non è sarà comunque vittima della propria debolezza o ottusità.
Una tecnica magistrale e una scrittura perfetta, essenziale ma non scarna, diretta ma non brutale, senza fronzoli ma non minimale: tagliente e insieme impetuosa, un torrente in piena.
Letteratura di grande bellezza e di grande valore: imperdibile.
Ci sono alcuni grandi temi: la violenza, innanzitutto, la famiglia, la malattia. Ci sono dei singolari leit motiv: i figli (istruiti) che odiano i genitori e i genitori (non istruiti) che si angosciano per i figli; la fatica estenuante di mandare avanti una fattoria come si deve, avendo sempre a che fare con lavoranti incapaci e disonesti; i malvagi, a volte violenti e a volte solo inquietanti. Si sente che c’è del vero, forse dell’autobiografico nei primi due temi, tanto è autentico e sofferto da entrambe le parti il conflitto genitori/figli - ma sempre mescolato a un umorismo brusco, sprezzante - e tanto realistico e coinvolgente lo stress dei proprietari terrieri. Riguardo al male, non credo ci sia dato di sapere se la O’Connor incappò in esperienze di violenza. In ogni caso, questi malvagi sono straordinariamente veri. Tutti i racconti descrivono una realtà semplice e rurale, fatta di paesi sperduti fra campi e pascoli, abitata da gente semplice, ignorante, prepotente, arretrata, meschina, spesso razzista (ma questo non è mai tema dominante); alcuni sono fin troppo soddisfatti di sé, altri, invece, aspirano a una vita migliore, più spirituale, e confidano nel divino; tutti si sbagliano, tutti si illudono, tutti rivolgono intorno a sé uno sguardo cieco. La fede non aiuta nessuno, probabilmente perché non è in loro abbastanza sincera e profonda. Se non sapessimo che la O’Connor era religiosissima, mai lo indovineremmo leggendo i suoi racconti, dove il credere appare come una delle tante illusioni umane, o un fanatismo che rimbecillisce: penseremmo, anzi, il contrario. Presumo che verso quell’umanità, descritta in modo così sferzante e impietoso, la O’Connor provasse la pietas della saggezza e non la condanna di un fanatico.
Comunque sia, in contrasto con l’ambientazione rurale e le loro semplici storie di fattorie, bestie e trattori, tutti i racconti sono percorsi da un’inquietudine febbrile, da una stanchezza nervosa, da una lotta sfibrante fra i personaggi e la vita, che non esaudisce mai le speranze e ridicolizza grottescamete le illusioni, dei semplici come dei migliori. E tutti finiscono male, più spesso in tragedia: i malvagi non possono essere redenti, e anche chi malvagio non è sarà comunque vittima della propria debolezza o ottusità.
Una tecnica magistrale e una scrittura perfetta, essenziale ma non scarna, diretta ma non brutale, senza fronzoli ma non minimale: tagliente e insieme impetuosa, un torrente in piena.
Letteratura di grande bellezza e di grande valore: imperdibile.
February 25, 2022
Questo volume raccoglie 20 brevi racconti scritti da Flannery O'Connor tra il 1955 al 1964.
Il titolo del libro (nonché del terzo racconto) è quanto mai calzante e rivela l’universo morale della scrittrice, i concetti, per lei assoluti e inderogabili, di salvezza e condanna.
Le storie della O’Connor sono come pugni nello stomaco, come sentire in bocca il sapore ferroso del sangue.
Tutto rimanda alla sua esperienza personale (muore nel 1964 a soli 39 anni devastata dal lupus) e alle sue convinzioni religiose che sfiorano l’ossessione.
I paesaggi campestri della Georgia del secondo dopoguerra, l’esperienza della malattia e della sofferenza, le sue idee sulla predestinazione e la redenzione, tutto questo si può leggere in filigrana nei suoi racconti.
I personaggi sono spesso figure grottesche e inquietanti: vecchi straccioni, predicatori esaltati, “schiavi negri”, bianchi razzisti, donne sole e disilluse, bambini precoci.
Si muovono in ambienti domestici e angusti, come in delle gabbie che sono stati loro stessi a creare. Ciò si scontra con la vastità e la bellezza dei paesaggi rurali, latori di un messaggio di libertà e di pace che riecheggia inascoltato.
Ogni storia sembra tendere verso un finale inevitabile, come un treno che segue le sue rotaie e, ogni possibile cambio di rotta, non fa altro che condurlo alla fatidica stazione d’arrivo.
Il tribunale divino è stato convocato, il pubblico accusatore ha terminato la sua arringa e la giuria è pronta ad emettere il verdetto.
Ma non c’è solo tenebra!
È la stessa condizione miserabile dei personaggi, dei condannati ad un destino infame, a testimoniare che c’è luce oltre le nubi del non senso. L’ombra si staglia solo se splende il sole!
Lo scontro è stringente e la battaglia tra grazia e peccato è aperta, finché "l’Eterno Giudice" non avrà emesso la sua sentenza definitiva.
- Donna! Ti guardi mai dentro? Ti guardi mai, dentro, per vedere quel che non sei? Dio! ... Malebranche aveva ragione: noi non siamo la luce di noi stessi! Noi non siamo la luce di noi stessi!
Il titolo del libro (nonché del terzo racconto) è quanto mai calzante e rivela l’universo morale della scrittrice, i concetti, per lei assoluti e inderogabili, di salvezza e condanna.
Le storie della O’Connor sono come pugni nello stomaco, come sentire in bocca il sapore ferroso del sangue.
Tutto rimanda alla sua esperienza personale (muore nel 1964 a soli 39 anni devastata dal lupus) e alle sue convinzioni religiose che sfiorano l’ossessione.
I paesaggi campestri della Georgia del secondo dopoguerra, l’esperienza della malattia e della sofferenza, le sue idee sulla predestinazione e la redenzione, tutto questo si può leggere in filigrana nei suoi racconti.
I personaggi sono spesso figure grottesche e inquietanti: vecchi straccioni, predicatori esaltati, “schiavi negri”, bianchi razzisti, donne sole e disilluse, bambini precoci.
Si muovono in ambienti domestici e angusti, come in delle gabbie che sono stati loro stessi a creare. Ciò si scontra con la vastità e la bellezza dei paesaggi rurali, latori di un messaggio di libertà e di pace che riecheggia inascoltato.
Ogni storia sembra tendere verso un finale inevitabile, come un treno che segue le sue rotaie e, ogni possibile cambio di rotta, non fa altro che condurlo alla fatidica stazione d’arrivo.
Il tribunale divino è stato convocato, il pubblico accusatore ha terminato la sua arringa e la giuria è pronta ad emettere il verdetto.
Ma non c’è solo tenebra!
È la stessa condizione miserabile dei personaggi, dei condannati ad un destino infame, a testimoniare che c’è luce oltre le nubi del non senso. L’ombra si staglia solo se splende il sole!
Lo scontro è stringente e la battaglia tra grazia e peccato è aperta, finché "l’Eterno Giudice" non avrà emesso la sua sentenza definitiva.
- Donna! Ti guardi mai dentro? Ti guardi mai, dentro, per vedere quel che non sei? Dio! ... Malebranche aveva ragione: noi non siamo la luce di noi stessi! Noi non siamo la luce di noi stessi!
March 15, 2020
Storie del sud degli stati uniti, cupe, nere, non prive di un certo amaro umorismo. La scrittura è tagliente, precisa, la narrazione è sempre un crescendo di tensione. la prossima volta che qualcuno blatera di scrittura femminile sbattergli in faccia questo volume (tra i tanti)
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