Il libro si apre sul quartiere arabo di Gerusalemme Est, Sheikh Jarrah, preso di mira dai coloni ebrei, a casa di Rema e Alex, cari amici della voce narrante che si scoprirà essere l'autrice stessa, intrufolatasi in quella parte di Gerusalemme 'illegalmente'.
Suad parla di sé, nata poco dopo la Nakba, la catastrofe del 1948 quando gli inglesi se ne andarono dal suolo di Israele abbandonando ebrei e arabi al loro destino di guerra
"Malgrado le tante perdite personali e nazionali subite - le case e la città lasciate alle spalle, la famiglia dispersa, la patria smarrita o distrutta, per non parlare della stazione radio -, al pari di molti della sua generazione, la generazione della Nakba, mio padre evitava di parlare della sua sofferenza personale e si dedicava con tutto se stesso all'avvio di una nuova vita, un nuovo lavoro, una nuova casa, un nuovo tutto nella diaspora. [...] È stato molto tempo dopo che ho capito: mentre i palestinesi ce la mettono tutta a dimenticare quando dovrebbero ricordare, gli israeliani ce la mettono tutta a ricordare quando dovrebbero dimenticare. Mentre i palestinesi rifiutano di essere vittime, gli israeliani si assicurano di essere le uniche vittime."
"Mentre per un popolo la diaspora finiva per l'altro cominciava. La nuova nazione veniva ricordata, la vecchia dimenticata."
I fatti vengono raccontati da Suad Amiry attraverso brevi e incisive diapositive che coinvolgono alcuni personaggi come per esempio il famoso architetto Andoni Baramki costretto a fuggire dalla amatissima abitazione da lui progettata e mai più in grado di tornarci a causa del principio di 'present absentee' introdotto nella legge esraeliana che di fatto considera proprietari assenti anche i palestinesi rimasti a vivere nel territorio. La frustrazione di questi personaggi è palpabile, la rabbia esplosiva; Gabi, figlio dell'architetto, si trova a aver "perso il suo passato, la sua infanzia, i suoi ricordi di adolescente. Non esisteva alcuna prova che avesse mai avuto una vita a Gerusalemme; non c'era modo di tornare a casa."
Le diapositive si susseguono fino all'omaggio che Amiry fa alla suocera grazie al racconto di come fu cacciata dalla sua casa a Giaffa nel 1948.
Quattro mura, un pavimento e un tetto.
È tutta qui una casa?
La casa, la propria casa, è Patria, è radici che sorreggono e rami che aprono al mondo, è anima e respiro, è consapevolezza di sé.
Perderla significa perdere la propria identità, la sicurezza, la pace e la speranza.
"Se questa è la Terra di Israele, allora dov'è Ard Falastin (la Terra di Palestina)?"
Questo libro può essere letto come un'accorata lettera d'amore alla città di Gerusalrmme, come un diario personale, come una autobiografia che ripercorre strade e vite; è un urlo rivolto al mondo affinché ascolti le voci strazianti e sommerse di tutti i popoli che dagli albori dei tempi, in ogni luogo del globo, hanno subìto simile, crudele destino.
(Le note in coda al libro sono davvero interessanti e utili, spingono all'approfondimento.)