Una Olivia Laing + un po' della Didion all'italiana.
Chiara Barzini mi aveva convinto zero con il libro precedente, mi ha convinto tantissimo con questa ricerca dell'acqua perduta di Los Angeles. Un po' saggio, un po' romanzo, un po' autofiction, un po' memoir il tutto tenuto insieme da un'ottima prosa, da ottime letture e da un'ottima filmografia. Avessi trent'anni di meno sarebbe un libro su cui formarsi per capire la California, il sogno e cosa significava quella roba lì negli anni Novanta e immagina prima ancora cos'era. Ora viene raccontata la decadenza (memorabile la parte su Las Vegas che io non vedo da, appunto, gli anni Novanta e ricordo come una mecca scintillante e lucida in mezzo a un deserto torrido, lusso e opulenza e che, invece, nel racconto della Barzini si sgretola come cartapesta) di un mondo, di una società e anche dei sogni di chi l'ha vissuta.
C'è dell'amarezza e della malinconia e mi hanno molto coinvolto perché il mio ricordo della California corrisponde ai mie vent'anni, in macchina con un'amica, in giro per una città enorme, noi che arrivavamo dalla provincia, e poi i parchi immensi, e Las Vegas e San Francisco e quelle chiacchiere fino a tarda notte in mezzo a città frenetiche che non dormivano mai. Sono anni che dico ci torno e adesso non ci vorrei tornare più esattamente per quello che racconta Chiara Barzini che a LA ci ha vissuto e ora torna, con la sua sceneggiatura in mano e il sogno di farne un film.
È un bel racconto, studiato, immaginato, scritto. Si vede che c'è un'idea, o forse un pretesto, e poi c'è del lavoro, dell'approfondimento, c'è una scavarsi dentro e uno scavare in fondo agli altri, alle sue amiche ma anche ai sogni, alle relazioni, a cosa significa fare un film. Da leggere se si ha voglia di andare da un'altra parte sapendo che tanto non cambia niente, sapendo che quello che non deve andare non va lo stesso, sapendo che il viaggio e un'illusione e che la California è l'illusione più grande della gioventù (una volta eh, ora non più).