«È questo che fa un buon quadro o una storia d'amore. Lascia che qualcosa di selvaggio cresca da una crepa nella sua compostezza».
Viene raccontata la vicenda di Peggy Guggenheim, una delle più facoltose famiglie del Novecento. Ci addentriamo nella ricca nobiltà che vive nella Fifth Avenue, Peggy e le sorelle vengono educate alla cultura, al buon gusto, lingue e letterature, studiano la dizione. Vivono in una prigione d'oro dove devono muoversi leggiadre e mai alzare la voce.
Ma la tragedia porterà le figlie a muovere i primi passi nel mondo.
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La prosa è poetica e drammatica, una scrittura di impatto per farci intravedere la vera Peggy, un'ereditiera, che anela bellezza e violenza, sempre un po' anticonformista.
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Ne siamo catturati: spavalda, vivace, complessa, in un abbaglio di desideri e dolori. Avvertiamo come lei e la sorella, Benita, desiderino mordere la vita e non essere soffocate da frivolezze.
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Peggy sceglierà di perdersi a Parigi, città in fermento, fresca e colorata rispetto alla grigia e raffinata New York. E qui vivremo i cafè, l'arte, la stravaganza, il matrimonio, i figli. L'idillio che si frantuma: il marito violento, le tragedie della vita, il lutto, il dolore inconcepibile.
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Una vita rocambolesca: ha aiutato numerosi artisti, ha vissuto scandali e passioni, delusioni, paure. È una donna che pensa e ha delle opinioni ma spesso viene trattata con falsa affabilità, essendo un'ereditiera la colpevolizza sempre negli occhi altrui: viene vista come una persona che deve sempre dare, dare e dare.
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Ribelle ma attenta a non strabordare in un mondo maschile che aspettava di vederla traballare con difficoltà.
Eppure, smonta il convenzionale e crea qualcosa di innovativo, destinato a durare: una galleria d'arte all'insegna del Surrealismo.
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Peggy è un personaggio inquieto: diretta, sardonica e sfuggente. Le autrici sono riuscite a calcare la sua figura tormentata. Che attira scalpore, meraviglia, forte di una lucentezza che non diventa mai opaca. L'unica Principessa d'argento.