Aspettavo con ansia la lettura di questa nuova raccolta fo racconti di Mircea Cărtărescu. Lo stile onirico e simbolico è inconfondibile. Di recente ho letto “Abbacinante. L’ala sinistra”., pubblicato da Voland.
E subito è balzato ai miei occhi che in Melancolia c’è tanto di “Abbacinante” (anche se mi manca da leggere ancora l’ala destra).
La raccolta di compone di cinque racconti: due brevi, uno all’inizio e uno alla fine, e tre corposi al centro. Anche la struttura ricalca quello degli insetti alati: in apertura e chiusa le ali del racconto, che sono sia danza che prigione; al centro il corpo (I ponti, Le volpi, Le pelli).
“E in questo crepuscolo che non mutava mai tonalità si udirono i primi scricchi, dapprima leggeri e puntuali, poi ripresi in schiocchi sempre più forti, come di alberi nel periodo del gelo. Scoppiavano pian piano le crisalidi dalle tombe, tutte allo stesso tempo, come se gli esseri chiusi all’interno avessero trovato un mezzo per comunicarsi la loro impazienza. Facendo forza su braccia bianche e sottili, uscivano a turno dalla loro corazza d’ambra creature alate, ancora umide e tremanti, ma già di una bellezza che non poteva più essere espressa a parole, tantomeno compresa, così come non si decifra, anche se la si vede bene, una complessa formula algebrica.”
Melancolia si affianca a un’altra raccolta di racconti di Cărtărescu: Nostalgia, pubblicato da Voland.
Il filo rosso è la solitudine. Ed è emozionante perdersi in queste pagine così intense, tra concetti di matematica, fisica e letteratura.
“Polpa bianca, polpa grigia, polpa rossa. Gli anelli concentrici del mio inferno, le bolge della città di Dite. E poi la pelle della mia fronte, su cui è scritto lasciate ogni speranza. Prigioniera nel claustrum, nel cervello e nel corpo, la mia pelle mi separa dal più vasto dei muri, il muro spesso quanto il mondo, perché è il mondo stesso. Il mondo stesso, l’aria intorno alla mia pelle, le case intorno all’aria, le foreste intorno alle case, i cieli e le piogge e gli arcobaleni ricurvi sopra di me, le centinaia e le migliaia di esseri umani con cui il mio corpo saltabella nel rumore assordante del tempo, gli aerei che brillano di notte nel firmamento, le città e le isole e i promontori del nostro globo luminoso, il vuoto pulsante fra i corpi celesti, le distanze enormi eppure minuscole tra ogni cosa, la luce che si trascina con esasperante lentezza in mezzo alla polvere di stelle, quindi tra la polvere di galassie allineate come gocce di mastice su un’inconcepibile ragnatela, bilioni, trilioni, quadrilioni, quintilioni, sestilioni di galassie e sciami di galassie che formano il Grande Attrattore e il superammasso Laniakea, ondeggianti simili alle alghe nelle correnti marine, il mondo senza limiti in cui la mia coscienza è sepolta è il muro di uno spessore infinito che sta intorno a me, intorno al mio io, intorno all’unico balenio che lo illumina. E il suo infinito è solo uno tra quelli più piccoli, poiché, così come esso incorpora questa pagina, con le sue due dimensioni, così è a sua volta incorporato, compresso, strettamente fissato, preso e alla fine annientato dal mondo prossimo, quello a quattro dimensioni, chiuso nel mondo a cinque dimensioni e sempre così, fino al mondo con un numero infinito di dimensioni e a quello con un infinito elevato alla potenza d’infinito di dimensioni e a quello con un infinito alla potenza d’infinito elevato alla potenza d’infinito di dimensioni e così via fino alla fine dello spazio, del tempo e della ragione.”
E infine, da matematico, come fare a non amare un autore che rende poetica la Teoria dei numeri e la Teoria degli infiniti di Cantor?
“Dopo aver terminato il primo infinito, sono passato al secondo e così via, finché sono arrivato a un infinito di infiniti. Poi, a un infinito elevato all’infinito. E a una sequenza infinita di infiniti elevati all’infinito. Sono sprofondato nell’abisso tra zero e uno, e lì, simile a certi pesci delle profondità che si divorano a vicenda, ho contato gli infinitesimali, più ancora degli infiniti precedenti, infinità interminabili che ho comunque finito di contare per passare poi all’abisso tra uno e due, e a tutti gli altri abissi. Questi giochi sono durati un istante soltanto dei tanti istanti in cui ho da sopportare il supplizio di questa prigione, ben più di tutti i numeri, razionali e irrazionali e razionalmente-irrazionali, e di chissà quanti altri tipi che ci saranno ancora stati.”