Ci devo ancora pensare per un po' e, come è ovvio, saranno le opere da qui in poi a confermarlo o meno, ma mi sembra che Quando muori resta a me segni l'ingresso di Zerocalcare nella sua piena maturità artistica. È diventato, con il tempo ed espandendosi su altri media [credo che le serie TV abbiano molto influito, a riguardo], un narratore più fine e misurato, capace di intrecciare due piani narrativi totalmente distinti in modo che la tensione di uno traini la fase preparatoria dell'altro, e che il primo climax, dopo essere esploso, rada al suolo l'intero scenario per dare più spazio e respiro all'intimità del secondo. Certo, Zero ha saputo spesso scrivere incastri e rivelazioni riuscite, ma qui tutto è scandito con il metronomo: ha l'istintività di un regista che, dopo anni di pratica, sa eseguire i suoi movimenti di camera affidandosi solo all'istinto.
Nella famigliarità con il suo stile, il suo modo di fare i "disegnetti", emerge anche il timore per la ripetitività e il bisogno di trovare nuove vie. Non mancano i riferimenti culturali della sua adolescenza, né le stilettate alla classe politica attuale, ma sono in numero ridotto rispetto al solito. Allo stesso tempo, mi pare evidente un desiderio di riflessione sul suo modo di disegnare: lo si vede nel doppio che gli restituisce lo specchio in modo esplicito, ma anche in diverse tavole più curate ed elaborate del solito [è probabile che affidarsi ai grigi di Madrigal gli abbia dato tempo e spazio per "complicarsi"]. Non mi era mai capitato, nelle sue graphic novel precedenti, di fermarmi così spesso per godermi la bellezza dei disegni.
E poi, ovviamente, la lingua. Non è tanto la scelta del veneto a essere significativa, quando l'accantonamento parziale del romano, perché se c'è una cosa che per Zero è sempre stata identitaria, persino più del suo tratto, questa è la sua voce. Apprezzata o criticata, lo ha sempre reso riconoscibile, anche per quell'idea, oramai consolidata grazie a tanta TV, che il romano sia verace e schietto, caciarone e famigliare.
Se poi, dal punto di vista tematico, ci ha abituati da sempre alla riflessione di sé e su di sé, e quindi anche alla grande consapevolezza sulla propria carriera, in Quando muori resta a me non si tira indietro. È disposto a scoprirsi un altro po', a tentare di dare voce a ciò che sta sempre in silenzio, la mascolinità, anche per il peso che ha avuto nel renderlo così di successo. Perché nel padre che colpevolizza scherzosamente la sua spilorceria, c'è il bisogno di giustificarsi, forse persino di chiedere scusa, per il suo aver fatto i soldi senza rompersi la schiena con un lavoro di fatica, da maschio vero [che poi, con tutto quello stare chino, credo abbia più bisogno lui di un chiropratico che tanti altri]. In realtà, però, il successo gli è venuto non dal disegnare - che di disegnatori bravissimi, pure più di lui, ce ne è in quantità -, quanto dal suo essere disposto a esporsi come maschio fragile e fallibile - e questo è un coraggio ben più raro, soprattutto [lo so, mi ripeto], tra i maschi etero cis.
Forse è per questo che mi fermo a quattro stelle. Questo libro non è per me, che i miei soldi, negli anni, a Zero li ho dati volentieri proprio perché finalmente ho trovato in lui qualcuno che raccontasse un essere maschi meno asfissiante - certo, complesso e faticoso, una tribolazione inconclusa, ma almeno vivibile. Questo volume è per gli altri, gli uomini che magari sono arrivati al suo modo di scrivere su Netflix e che ne sono rimasti straniti e ora lo stanno cercando altrove. Perché, siamo onesti, questa non è la prima volta in cui Zerocalcare esprime la sua insofferenza per la mascolinità tossica, è solo la più esplicita. Io, da lui, ho bisogno di qualcosa in più, anche se so che è puro egoismo. Ci siamo già trovati qua, abbiamo già parlato di come nostro padre parli una lingua che non capiamo [hai notato anche tu come il modo in cui parla il personaggio di Zerocalcare diventa più freddo e distante e altisonante quando si rapporta con Ping Ping?], abbiamo anche già discusso di quanto è faticoso essere circondati da gente che procrea quando tu non vuoi/non puoi/non te la senti.
Zero, io speravo che tu mi dessi qualche soluzione - ma ti voglio bene lo stesso, forse pure di più proprio perché pure tu una soluzione non la trovi.