Promettente economista francese ha una crisi di coscienza, più di forma che di sostanza. Quale responsabilità hanno le scuole di economia, i docenti che formano gli economisti del prossimo futuro? Propongono un modello classico, o obsoleto? Facciamo così perché così si è sempre fatto, o perché è il migliore dei modi possibile? E soprattutto, quanta responsabilità hanno i grandi manager nelle crisi? Quanta lungimiranza nel prevederle?
Per quanto alcuni passaggi mi siano sembrati un po' ipocriti l'ho ritenuta una lettura interessante, che mi rivela un punto di vista mai sentito prima.
L'auteur (ou plutôt la journaliste) s'interroge sur le rôle des écoles de commerce dans la situation économique actuelle. Sur le fond, je suis plutôt d'accord avec elle. Sur la forme, c'est complètement anecdotique, elle pose une ou deux questions à quelques collègues de promo ou à des élèves actuels, et ca s'arrête là. Dommage, la question mérite mieux que ca.
Quelques idées mais rien de consistant. Plus proche d'une discussion de comptoir que d'un livre abouti. En plus je déteste ce genre de titre accrocheur
Plantea un problema cierto en el sistema actual, pero pienso que peca de cierto idealismo al proponer una nueva orientación imprecisa y exenta de un principio fundamental.
La storia di Florence (la chiamo per nome, come una compagna di corso) è comune a tanti di noi che, negli anni 80, scelsero gli studi economico-aziendali, non importa se alla HEC di Parigi o in una scalcinata facoltà di provincia. Allora era risaputo: i liceali più brillanti si dividevano tra Economia ed Ingegneria, uniche facoltàin grado di offrire sicuri sbocchi lavorativi, mentre Giurisprudenza e Medicina stavano un gradino sotto, per chi aveva la famiglia alle spalle. Il resto era roba da sfigati, sostanzialmente incapaci di farsi strada con le proprie forze, che, dopo lungo e penoso precariato, avrebbero conquistato l'agognato posto pubblico da insegnante. Ci sentivamo migliori, forse lo eravamo davvero: da un lato guardavamo con sufficienza gli utopisti di ogni colore, catto-fascio-anarco-comunisti, ormai in malinconico declino, che pensavano e agivano come se le leggi dell'economia non esistessero; dall'altra parte il disprezzo cadeva su chi ripiegava sul privato, sul disimpegno fine a sé stesso, sull'immagine, in altre parole sul cazzeggio. Che costoro si accontentassero pure della sovrastruttura e della superficie. Eravamo noi, happy few dell'economia, i predestinati a manovrare gli effettivi ingranaggi della società; la società, in contropartita, ci avrebbe adeguatamente remunerato.
Cos'è accaduto in seguito lo sappiamo: finanza e marketing hanno prevalso su tutto il resto. Cito testualmente: “Vediamo che cosa ha prodotto la finanza. L'intera economia mondiale è fondata oggi su gigantesche piramidi di debiti, che si appoggiano le une sulle altre in fragile equilibrio. Mai in passato si era mai osservato un tale accumulo di pagherò”. E ancora: “E il marketing che cosa ha prodotto? Un sovraconsumo febbrile. Una gigantesca piramide di falsi bisogni e di pesanti frustrazioni che, oggi più che mai, comportano rischi di sovrapproduzione, di disoccupazione massiccia, di spreco irreversibile delle risorse naturali. Insuperabile. Difficile sintetizzare meglio. Il resto è MMMRDC: Make More Money Rest we Don't Care. Un metodo che può funzionare per gli ambulanti da spiaggia, ma per i chioschetti diventa già impraticabile. Eppure oggi è adottato da banche, assicurazioni, industrie, blue chips e small caps. Alla fine perdono tutte le categorie classiche dell'economia: lavoratori, fornitori, fisco, consumatori, azionisti. Vince solo una ristretta oligarchia di privilegiati, di cui non si riesce ad individuare bene la funzione sociale. E cosa è accaduto ai ragazzi di quei lontani giorni? Ce lo racconta ancora Florence: chi cambia vita totalmente, chi si realizza in impensabili seconde attività (traduttore dall'arabo, psicoterapeuta, etc.), chi, secondo me la maggioranza, è stato emarginato e tira a campare. Qualcuno poi ha sfondato alla grande e si gode i soldi: più bravo, più fortunato, più forte di carattere o solo più cialtrone? Ovviamente non spetta a me dirlo, sono parte in causa. Spetta invece a tutti di rivoltare questo sistema prima che sia troppo tardi, spetta in particolare a chi l'economia l'ha studiata davvero. Solo così potremo esserne fieri e non pentiti.
La lettura di questo breve saggio, dichiaratamente, ci fa riflettere sulla responsabilità delle Alte Scuole di Economia (nel caso dell’autrice la HEC, Hautes Etudes Commerciales, francese) nella crisi economica del 2009 (o meglio iniziata in quell’anno) e, più in generale, sulla mancanza di principi etici nella formazione erogata da queste scuole alla futura classe dirigente che avrà in mano le leve dell’economia mondiale.
Le tesi sono supportate da interviste fatte a ex-colleghi, incontrati a 25 anni di distanza dalla fine degli studi in quella scuola.
Il quadro non è bello: la ricerca esasperata del maggior profitto e della crescita continua (possono gli alberi salire fino in cielo?) come fattori di successo sono alla base dello sfruttamento delle risorse umane e naturali e della crisi economica globale che sta mettendo in ginocchio il sistema liberal-capitalistico, creando i presupposti per una pericolosa estremizzazione dei conflitti di classe (i ricchi sempre più ricchi ed il numero dei poveri che aumenta ogni giorno).
Alla domanda sulle responsabilità di quelle Scuole si risponde 3 volte sì:
Sì, perché interrompono la formazione umana e morale degli studenti. Sì, perché mettono alle posizioni di comando dei manager imbevuti di elitismo e di cultura della performance. Sì, perché sopravvalutano il successo in termini economici.
Ci sono anche delle eccezioni a tutto questo, smentendo il principio secondo cui “si presta solo ai ricchi”, il premio Nobel per la Pace Muhammad Yunus ha messo in pratica un sistema di business alternativo, il microcredito, che è comunque un business a tutti gli effetti. Ed è bello constatare che il sistema si è appoggiato soprattutto sulle donne, sulla loro tenacia e operosità, aprendo la strada verso una vita migliore per molte famiglie.
Il libro si conclude con un auspicio:
Piacevole da leggere e spunto per qualche vivace discussione a cena, solo questo? Spero proprio di no! Penso che la riflessione dovrebbe portarci ad agire consapevolmente, ognuno nel proprio ambito, per cambiare veramente “il sistema”.
Consigliato a chi crede ancora nel progresso … sostenibile ;-)
Interessante e ben scritto, questo piccolo volume vorrebbe rappresentare un'autocritica del sistema finanziario. Solleva punti etico-morali importanti ma nella pratica risulta impoverito da una prospettiva tendenziosa e a tratti apriorista che svilisce il buon proposito del libro, rendendolo comunque un contributo parziale al problema.
Gentil mais complétement creux... Dommage. Relu en '23, j'ai ajouté une étoile pour la description de l'HEC du futur avec ses meilleures "grands enjeux du monde contemporain" (wink wink)