una decina di giorni fa, dopo la seconda visione del classico cinematografico "pride and prejudice + zombie", scopro che quella che avevo appena visto, contrariamente alla mia credenza, non era un'opera originale, ma una reinterpretazione di un classico della letteratura inglese ottocentesca. recuperatolo immediatamente, lo inizio senza indugi. con sommo stupore, l'autrice dimostra da subito grande coraggio narrativo nella scelta di non citare gli zombie nelle prime pagine del libro, rinunciando completamente all'impatto di scene grafiche e sanguinolente, predilegendo in questo modo un incipit avvolgente, che mette in luce i rapporti tra i personaggi piuttosto che il contesto post-apocalittico. i non-morti sono completamente assenti nei discorsi nel salotti; dalle finestre non se ne scorge nemmeno l'ombra. anzi, le protagoniste non studiano kung-fu, non sono versate nell'arte della spada, girano noncuranti e disarmate nelle campagne circostante, andando a trovare le vicine in dimore prive di palizzate e pali acuminati, quasi come se dai cespugli non potessero spuntare fuori da un momento all'altro orde fameliche di zombie. dubbioso ma incuriosito, proseguo la lettura di quella che appare in tutto e per tutto una storia di matrimoni della piccola nobiltà inglese. una certa inquietudine serpeggia sullo sfondo dei boschetti -- dove pur intuisco nascondersi le grinfie marcescenti dei non-morti -- anche se ben presto mi trovo più interessato alle sorti economiche della famiglia Bennet che ai modi primitivi con cui in epoca edoardiana si tentava di fronteggiare l'epidemia infernale. alla fuga di L***, sono rimasto addirittura talmente magnetizzato dalla storia da dimenticare questo immenso buco di trama che ormai andava assumendo le sembianze di una voragine. dove sono i cavalieri dell'apocalisse? perché i personaggi si recano a Londra in tutta tranquillità, come se non fosse infestata? i ponti non sono crollati? dov'è la guerra? e i fossati? alla fine il romanzo mi ha coinvolto e appassionato grazie ai personaggi vividi e tridimensionali. mi sono sentito partecipe nelle loro fortune, li ho avuti in simpatia o in uggia, e alla fin fine mi sono divertito, nonostante la deplorevole assenza di zombie. forse l'abulico disinteresse della piccola nobiltà inglese nei confronti dell'epidemia - tale da non menzionarla in alcuno dei discorsi - sta a indicare l'altezzosa dissociazione di questa classe sociale rispetto alla realtà storica, e va di pari passo con la pressoché totale, muta e anonima assenza della servitù, i cui esponenti rimangono per lo più sullo sfondo, come una carta da parati, al pari degli eponimi zombie. rimango tuttavia stupito per la notevole diversità della storia rispetto al film. forse manca un secondo volume?