Uno zaino sulle spalle, e Silvia Di Natale torna quella che è sempre stata: una grande viaggiatrice. Ha sei mesi davanti e un paese di cui molto ha letto, molto ha sentito raccontare, molto ha immaginato e molto ha voglia di sapere. E per sapere c’è solo una strada: la gente. Testarda e determinata, decide di mettere alla prova i pregiudizi su un paese che, in fondo, è ancora poco conosciuto. E lo fa da sola. Lo fa come può farlo una vera scrittrice: pronta ad ascoltare, pronta a riconoscere storie dietro uno sguardo, dietro un invito a pranzo, dietro un paesaggio. Arriva a Bogotá e da lì comincia per strade dissestate e carreteras infangate, colline coltivate a caffè, campi di coca, fiumi in piena e pendii a precipizio, tombe scavate nel tufo, città e villaggi che suonano magici come Arboleda de Berruecos, San Andrés de Pisimbalá, Santa Cruz de Mompox. Incrocia le vie segnate dalle contraddizioni storiche del paese, dalle forme endemiche della violenza, dalla presenza invadente di antichi e moderni conquistadores, dall’affabile dolcezza indigena, dal turismo. Ma soprattutto incrocia uomini e donne che non temono di raccontarsi e di lasciarsi raccontare: un autista, un alcalde con le orecchie a sventola, l’impiegata di un municipio, un calzolaio, un giudice che fabbrica origami, una madre che cerca la figlia ‟rubata”, un abuelo che ripete, come un ritornello, che ha sempre coltivato yucca, banane e mais. Come un domino, la voce di un ‟personaggio” provoca la confessione dell’altro, e così via, in un flusso di esperienze – divertenti, tragiche, violente, spesso colme di speranza. Folgorante libro di viaggio ma anche riflessione sul senso del viaggiare, profondo e allo stesso tempo colmo di ironica leggerezza, Millevite è una testimonianza che, con ricchezza di documenti e originalità di taglio visivo, travolge inesorabilmente tutti i cliché sulla Colombia.
Uffa, non mi prende per nulla. continuo a far paragoni con "Piombo e tenerezza" del compianto Enzo Baldoni*, e le millevite non ne escono benissimo. Non mi affeziono a nessun personaggio, tutti solo sfiorati, e nemmeno alla scrittrice. Non proprio duppalle, lo finirò, ma c'è davvero di meglio.
EDIT ecco, finito. Poteva essere un bellissimo libro: un viaggio in Colombia, da sola, abbastanza all'avventura, alla ricerca di persone per raccontare le loro storie. Un paese, dice più o meno l'autrice, si conosce attraverso le persone che lo abitano. Solo che per raccontare "millestorie" alla fine ne racconta una. E' troppo superficiale, corre come una matta su e giù, scambia 4 parole e se la batte. Ogni tanto copia testuale un pezzo di diario di qualcuno che ha voluto regalarle parte della sua vita. Solo che noi tutti crediamo di essere speciali specialissimi, invece siamo tutti simili. E simili sono le storie (e non tutte scritte in modo brillante) anche se ad essere speciale è il paese: un sacco di figli, alcuni ammazzati dalla guerriglia altri dalla polizia altri dai paramilitari. Povertà e desiderio di riscatto, sogni spesso infranti, gran donne instancabili lavoratrici, politica incerta, narcotraffico, coca e caffè, futuro vago. Poche voci diverse e soprattutto pochissima empatia da parte dell'autrice: ascolta, prende nota, e se ne va. O almeno non riesce a trasmetterla nello scritto. E sopra tutto ciò, pioggia, pioggia, pioggia, fango e strade dissestate. Quasi 400 pagine così sono molto molto tediose.