Viola Ardone mi aveva incantata con “Il treno dei bambini” e con “Oliva Denaro”, tanto che, appena ho saputo di questo terzo romanzo, mi ci sono fiondata.
Purtroppo non ne sono rimasta ugualmente entusiasta.
Rispetto ai primi due è un romanzo più moderno, rispecchia la vacuità del nostro tempo, sempre più povero in valori e relazioni umane, e forse per questo è risultato all’autrice ancora più difficile.
La prima parte è ambientata in un manicomio italiano in cui vive Elba, una ragazzina vivace e ironica…che, come si può facilmente immaginare, di pazzia ha ben poco. E' infatti finita lì dopo aver trascorso, con la madre, ragazza senza marito, i primi anni di vita presso un convento di suore, poi la madre è misteriosamente scomparsa e lei è rimasta appunto sola. Siamo negli anni 60-70, precedenti la legge Basaglia e per una donna di bassa estrazione sociale, bastava poco per essere considerata pazza…il ripudio da parte della famiglia, una fuga, la maldicenza da parte di un padre, fratello o marito, la ribellione.
Elba osserva e descrive tutto ciò che la circonda con uno sguardo divertito ma che in realtà comunica tanta tristezza, chiama tutti, pazienti, dottori e infermiere, con soprannomi e quando, dopo tanto tempo, rivede la madre, e si rende conto dello stato mentale in cui è caduta, le crolla il mondo addosso.
Ma nel frattempo siamo arrivati alla fine degli anni 70 e viene emanata la legge Basaglia, che impone la chiusura dei manicomi ed Elba beneficia della protezione del Dottor Meraviglia, uno strano e rivoluzionario giovane medico, che decide di prenderla con sé e di farla studiare, certo che, nella società, possa fiorire e trovare una sua collocazione.
Tutto bello, fino a qua.
Viola Ardone scrive bene, sa avvolgere con le sue parole, è rassicurante, coccola, emoziona, sa scegliere le espressioni che più ci conciliano con una visione del mondo in cui i veri valori sono sempre vivi e pulsanti. Legami affettivi, amore familiare, riscatto.
Poi però, nella seconda parte del romanzo, quando si esce dal manicomio, la sua penna si perde.
Meraviglia è un personaggio bizzarro e poco riuscito, un padre del nostro tempo, divorziato, poco considerato dai figli naturali, inserito in maniera buffa nel nostro tempo, in cui fatica a raccapezzarsi con le nuove tecnologie e pare confuso su tutto. Gli anni infatti passano e leggiamo che Elba, a un passo dalla laurea, fugge lasciandolo solo, e senza dare più sue notizie. Al loro legame affettivo e familiare viene dedicato poco spazio e non riusciamo ad affezionarci ai due, a vedere Elba crescere, capendo le sue difficoltà e le sue gioie. Manca qualcosa capace di saturare la prima parte della storia con l’ultima, in cui apprendiamo cosa è accaduto davvero ad Elba e quale è stata la sua scelta. Restano tante belle e confuse parole di Meraviglia ma ci sentiamo un po’ smarriti, proprio come lui.
Forse Viola Ardone ha rischiato troppo e, per una storia del genere, un ambizioso romanzo di formazione di un personaggio così complesso, avrebbe avuto bisogno di più pagine e di più approfondimento.
E’ una bella storia, ma troppo complessa, e le parole, ahimè, non bastano.
Gustato a metà.