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Diocleziano

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Oppresso dai suoi mali interni e minacciato dalle aggressioni dei barbari, alla metà del terzo secolo il mondo romano era un organismo invecchiato sull’orlo del collasso.
Diocleziano salì dal nulla ai vertici della carriera, si impadronì dell’impero con la violenza, governò con feroce determinazione per più di venti anni, dal 284 al 305. Ma i fasti del potere non cambiarono la sua Diocleziano rimase sempre un soldato. Diocleziano non fu un rivoluzionario, come Augusto o Costantino. Seguendo il suo istinto di soldato, pensava che la rifondazione dell’impero dovesse procedere nel rispetto supremo della tradizione, della religione dei padri. Alla fine trionfò su tutti i suoi usurpatori, barbari, Persiani. In segno di riconoscenza agli dei scatenò durissime persecuzioni contro i dissidenti, gli empi seguaci di religioni ostili e lontane dalla i manichei, che arrivavano dalla Persia sassanide; e, avversari ancora più insidiosi, i cristiani.
Al culmine della gloria, al momento di godere di una pace finalmente riconquistata, Diocleziano abdicò. Fu una scelta inaudita, inaspettata, unica nella storia dell’impero romano. Si ritirò lontano, in un grande palazzo che s’era fatto costruire vicino Salona, in riva all’Adriatico. Erano i luoghi della sua infanzia, delle sue memorie più care; i luoghi che aveva scelto per il suo ultimo riposo.

387 pages, Paperback

First published June 1, 2014

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518 reviews94 followers
February 28, 2026
28/02/2017 (****)

Un ottimo saggio su una figura fondamentale dell'antichità classica, su cui (credo) non esistano altre biografie o tomi di taglio divulgativo sul mercato.

Fu Diocleziano l'uomo che rallentò in maniera significativa il declino della romanità, che ne rafforzò l'unità dopo un secolo di quasi totale anarchia (e dopo una pletora di imperatori passatisi l'un l'altro a fil di spada), che stabilizzò le frontiere sconfiggendo ripetutamente i barbari a Nord e i temutissimi Sasanidi a Est, che rilanciò (in parte, ma significativamente) l'economia dell'Impero.
Ma a che prezzo? D., da uomo qualunque venuto dall'esercito - di cui aveva scalato tutti i ranghi - agì in questa missione, apparentemente improba, con energia, determinazione, freddezza straordinarie, come un buon soldato (quale lui si riteneva e si ritenne sempre essere prima di tutto). E un soldato, quando comanda, pretende soprattutto obbedienza cieca e assoluta.

Fu così che, per salvare la romanità, pretese che tutto l'Impero gli obbedisse: trasfigurò la figura dell'imperatore in quella di una semi-divinità inaccessibile, in contatto diretto con le divinità e da esse prescelta per la missione di guidare l'immenso impero; eliminò costantemente libertà acquisite nel tempo, soprattutto alle città e ai municipi, ma anche alle singole persone; suddivise lo Stato in quattro parti, da governare in collegialità con uomini simili a lui, scelti per capacità e fermezza e a lui sottoposti, fondando la tetrarchia (Diocleziano, Massimiano, Costanzo e Galerio); tentò di frenare l'inflazione, agganciando a una monetazione bimetallica pregiata e pesante la valuta di conto che usava il popolino, bloccando altresì la salita dei prezzi con il celeberrimo Editto; aumentò di circa un terzo gli effettivi dell'esercito, pacificando le frontiere e sconfiggendo uno dopo l'altro nemici e usurpatori; aumentò di gran lunga gli effettivi dell'esercito delle scartoffie, creando una burocrazia efficiente ma pesante, opprimente, tentacolare; riformò il sistema fiscale, introducendo l'accatastamento e imponendo un pagamento delle imposte parametrato su patrimonio e proprietà; aumentò ovviamente le tasse, per reperire le risorse per tutto quanto sopra descritto.

Si capisce che l'uomo era molto intelligente e estremamente lucido e costantemente operò con l'unico obiettivo di ricompattare la romanità e lo smisurato impero. Non riuscì in tutto, e il grosso dei suoi provvedimenti fallì, alcune volte per demeriti suoi (affrontare l'inflazione come si affronta un barbaro furioso non darà evidentemente frutti: o ti assesti e indietreggi o ti ammazzo a colpi di editti) altri per ambizione altrui (si veda il destino fallimentare del sistema tetrarchico, che di fatto si fondava solo sull'autorità di D. e che fu da lui invece concepito per cogliere tre piccioni con una fava: garantire la copertura militare di tutto il territorio; togliere ai generali locali l'autorità su grossi contingenti di truppe - disinnescando di fatto la possibilità di usurpazioni - consegnando nel contempo queste a principi fra di loro legati da vincoli famigliari, politici, religiosi; garantire una successione automatica al trono).

Stupisce tuttavia che una figura tanto grande sia stata sostanzialmente dimenticata se non guardata con scherno come si guarda con compatimento a Don Chisciotte che cavalca lancia in resta contro i mulini a vento. Il fatto è che il buon D., che sicuramente non era uno stinco di santo e che sapeva essere spietato, non ebbe buona stampa (diremo noi oggi) e, comunque, a noi moderni ci è pervenuta quasi soltanto la voce di una sola campana, ovviamente quella cristiana; e D. fu colui che mise in atto la più brutale, pianificata, estesa persecuzione ai cristiani che la storia antica ricordi. Lo fece non per fanatismo, ma per semplice calcolo: semplicemente, mise in atto quello che TUTTI gli imperatori romani a lui precedenti - almeno da una certa data in poi - avrebbero voluto (ma che per svariati motivi non poterono) fare contro una setta di fanatici che non ne riconoscevano l'autorità sulle genti e che, rifiutando questa insieme a tutta l'impalcatura religiosa che teneva in piedi l'intera concezione romana del mondo, ne erano più di quanto apparisse un corpo estraneo, per essendo largamente integrati nel tessuto sociale dell'Impero. D. intuì il senso politico deflagrante di tutto questo e mise in atto la repressione, che fu sistematica e netta; la qual cosa non gli fu ovviamente perdonata, né dagli (orribili) intellettuali cristiani dell'epoca né dall'uomo che fu la sua antitesi storica, pur assomigliandogli assai, e che da rivoluzionario distrusse il figlio di D., la tetrarchia, e addirittura si alleò coi cristiani, comprendendone diabolicamente le immense potenzialità come stampella alla sua autorità suprema di derivazione divina: Costantino.
En passant , D. fu anche l'unico imperatore che abdicò volontariamente, rimettendo il potere assoluto che aveva nelle mani dei suoi successori e andando a passare tranquillamente gli ultimi anni della sua vita nel meraviglioso palazzo che s'era fatto costruire vicino a Salona, sua città natale (e che poi divenne il centro storico dell'attuale Spalato - vi consiglio caldamente di andare a visitarlo!).

Quando qualche anno dopo i rimanenti tetrarchi, mentre tutto il sistema crollava roso alle fondamenta dalle loro ambizioni, lo supplicarono di riprendere in mano il comando della baracca, D. disse loro con una delle più straordinarie risposte mai concepite in tutta la storia umana: "Ah, non mi chiedereste questo se poteste vedere come cresce la lattuga del mio orto!" .

Non che non sia stato un uomo ambizioso (anzi) il buon D., e non che non sia stato un padrone assolutista, ma che volete...mi piacciono i grandi perdenti dotati di intelligenzia, arguzia e equilibrio.
Costantino il vincitore e il santo, per dire, mi sta profondamente sulle palle.
Saggio vivamente consigliato, scritto bene e interessante.
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