Il racconto di una storia privata, familiare, in cui si incrociano ricordi e documenti. Cronaca di una malattia, struggente resa dei conti, Cartella clinica è una narrazione vivida, ricca di particolari anche divertenti. È una lunga lettera d’amore alla sorella perduta.
Serena Vitale è una scrittrice e traduttrice italiana, vincitrice del Premio Bagutta nel 2001 con La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe, Premio letterario Piero Chiara e Premio Napoli nel 2015.
Pugliese d'origine, si trasferisce nel 1958 a Roma con la madre e uno dei fratelli.
Allieva di Angelo Maria Ripellino, si avvicina allo studio della lingua russa, trasferendosi dal 1967 al 1968 a Mosca per approfondirne la conoscenza. Proprio nella casa di Ripellino incontra per la prima volta il poeta Giovanni Raboni nel 1969. L'anno seguente inizia con lui una lunga convivenza, che culmina con le nozze del dicembre 1979.[1] Il matrimonio naufragò due anni più tardi, quando Raboni si lega sentimentalmente a Patrizia Valduga.
Nel 1972 è a Genova come docente di lingua russa presso la locale università.
Professore ordinario di letteratura russa presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, vive nel capoluogo lombardo.
Carriera letteraria Autrice dai primi anni settanta di saggi e approfondimenti su autori quali Josif Aleksandrovič Brodskij, Aleksandr Sergeevič Puškin, Vladimir Nabokov, Marina Ivanovna Cvetaeva, Sergej Esenin, Michail Bulgakov, Sergei Timofeevič Aksakov, Isaak Babel' o Jurij Valentinovič Trifonov, Vladimir Majakovskij.
Nel 1979 pubblica Testimone di un'epoca: conversazioni con Viktor Sklovskij.
Ha tradotto anche Bella Achmadulina, Ladislav Fuks, Ludvik Vaculik, Vladimir Majakovskij, Milan Kundera, Osip Mandel'štam, Vladimir Zazubrin, Vasilij Makarovič Šukšin, Andrej Platonov e Fëdor Dostoevskij.
Nel 1995 scrive per Adelphi Il bottone di Puškin, che ottiene successo internazionale e viene tradotto in sei lingue.
Nel 2000 con Arnoldo Mondadori Editore pubblica La casa di ghiaccio. Venti piccole storie russe, che si aggiudica il Premio Bagutta ed il Premio Chiara.
Nel 2006 ancora con Arnoldo Mondadori Editore pubblica altri venti racconti in L'imbroglio del turbante.
Si cimenta anche con il romanzo, sempre per la medesima casa editrice: esce nel 2010 A Mosca, a Mosca!.
“Le mani si muovevano rapide, leggerissime, e il volto era sereno, il corpo disteso, non si accaniva sulla tastiera, non allargava i gomiti, non teneva alte le spalle. Era perfetta. E felice – così almeno sembrava”.
Rossana Vitale era una ragazza bella e talentosa. Al suo saggio dí pianoforte la famiglia non mancava mai di applaudire. Ma all’improvviso, così pare, un equilibrio si spezza, una psiche va in frantumi. Sindrome schizofrenica, così recita la diagnosi, impietosa. È il 1958. Rossana ha 17 anni, Serena 13.
Sessantaquattro anni dopo Serena Vitale ripercorre quella vicenda straziante, dal percorso irreversibile. E lo fa rileggendo le cartelle cliniche della sorella, aride, feroci, a volte scritte in un italiano scadente. Lo fa descrivendo con poche efficaci pennellate il contesto: Brindisi, il vicolo buono e il vicolo cattivo, le stufette elettriche, le coperte verdi ruvide, lo scaldino per il letto, una famiglia. Lo fa interrogando i suoi ricordi sulla sorella, frammenti lucidi e immagini offuscate; lo fa soprattutto chiedendosi come mai lei non si fosse accorta di nulla.
Rossana viene sottoposta al trattamento psichiatrico in voga all’epoca: cinture di contenzione, bagni freddi, elettroshock. Si alternano alle fredde dichiarazioni delle cartelle cliniche le roventi immagini del dolore. Un dolore umano, terribile, inconsolabile.
Il 24 settembre 1961 Rossana Vitale viene trovata morta nel suo letto dell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà, a Roma. Aveva vent’anni.
Essenziale, duro, ma a tratti ironico, questo breve libro diventa una testimonianza intima e struggente, senza sentimentalismi e senza retorica. Diventa un’opera lucida e preziosa. Ancora una volta un dolore, un dolore profondo e incancellabile, ispira la penna di chi lo scrive e si fa letteratura.
Questa è la domanda che si pone Serena Vitale e che ossessiona l'intera vicenda di Cartella Clinica. Perché l'indagine condotta dall'autrice, volta a illuminare i silenzi e le contraddizioni della malattia della sorella, si scontra inevitabilmente con la memoria e i suoi vuoti.
Amo molto i libri nei quali il passato torna a galla, nei quali si gioca con la memoria e coi suoi vuoti. Ma ancor di più adoro l'idea che il passato sia in eterno divenire. Perché la letteratura, per me, è ricerca di ciò che è trascurato, dimenticato nelle maglie del tempo, ma non solo: è anche cristallizzare e rendere eterno ciò che si pensava smarrito nell'oblio della memoria e della propria storia familiare.
«La accompagnava sempre mia madre, almeno una volta insieme con Bruno, all'epoca studente di Medicina. Rossana era agitata, faceva brevi discorsi sconnessi, incomprensibili, non riusciva a stare ferma al suo posto, cercava di toccare i genitali degli uomini, di qualsiasi età, che si trovavano nello scompartimento. Tornava dalle cure più calma, distesa; mamma cuciva per lei abiti nuovi, la portava dal parrucchiere, la incoraggiava a suonare. Non durava molto. E ad ogni ritorno la vedevo cambiata. Gli stessi lineamenti, ma come appiattiti, e i bellissimi occhi dilatati, senza luce.».
5 ⭐️ È una cronaca di una malattia, dove Serena Vitale racconta la sindrome schizofrenica di sua sorella Rossana, diciassettenne, che nell’aprile del ‘58 comincia a guardarsi allo specchio preoccupandosi di avere gli occhi storti. Serena ripercorre le varie cartelle cliniche, dapprima della casa di cura Villa Verde di Lecce, dove si scopre che Rossana dichiara di voler morire. Nonostante una terapia insulinica rimane sempre “strana e bizzarra”. La madre, Fosca, decide di andare a vivere a Roma, per seguire la figlia nella nuova clinica. Si divide anche dal marito. A Brindisi rimane solo l’altro fratello, Giorgio,con la sua famiglia. Il 24 settembre del 1961, Rossana muore nell’ospedale psichiatrico di Santa Maria della Pietà a Roma, per un collasso cardiocircolatorio. Serena inizia allora a ricostruire quegli anni: sua sorella che, quando non si esercitava al pianoforte in Conservatorio, amava lavorare ai ferri. La difendeva sempre e non litigavano quasi mai. Piangeva se sentiva delle parolacce e odiava il sangue. Tutto ebbe inizio nel ‘58. Che cosa avvenne in quell’anno di disgrazia? Rossana cominciò ad avere manifestazioni antisociali verso la madre, tendenza al suicidio, diventò bugiarda, veniva anche legata al letto perché sentiva delle voci e infine gli venne praticato anche l’elettroschock. In tutto questo Serena si chiede “Ma io dov’ero?”. Una storia struggente ma anche una lunga lettera d’amore alla sorella perduta.
L’originalità di questo romanzo secondo me sta nel ripercorrere, attraverso la cartella clinica, la vita di Rossana, sorella dell’autrice, morta nel 1961 al Santa Maria della Pietà di Roma – luogo che ho vissuto in prima persona, frequentando lì per tre anni il corso di Fisioterapia. Camminare ogni giorno tra quei padiglioni che conservano ancora la memoria del manicomio e che oggi ospitano anche il bellissimo Museo della Mente, è stata un’esperienza suggestiva.
Attraverso referti e “indagini sociali”, Vitale ricostruisce la storia della sua famiglia e del ricovero di Rossana. Ogni dato clinico è commentato, tra paradossi e aneddoti: emergono fragilità, ricordi, smarrimenti. Poi una domanda che l’autrice si pone – lei che aveva solo tredici anni allora – “Ma io dov’ero?” – arriva a spiazzare e indagare da dove tutto sembra essere partito ma “la schizofrenia non è un’influenza: «Ieri ho preso freddo, oggi ho la febbre». È un tragico addio alla realtà di cui va rispettato il mistero.”
Rossana era una giovane pianista di talento. Poi arrivarono i primi segni della schizofrenia. E i “trattamenti” dell’epoca: elettroshock, contenzione, farmaci sperimentali. Una famiglia che crede di aiutare ma si sgretola, mentre la vita di Rossana si spegne sempre di più.
Un libro breve ma intenso, che porta con sé il Sud, gli anni ’50-’60 e cristallizza nel tempo un’esistenza perduta troppo presto.
Pensare che io faccio lezione ogni settimana nell'ex manicomio di Santa Maria della Pietà. Oggi è una sede dell'ASL dentro un parco pubblico, ci sono i bambini che giocano, gli anziani che passeggiano, quelli che corrono. Dalla finestra del bagno si vedono solo alberi e campi tra le pareti di numerosissimi padiglioni d'epoca. Io vado ogni Lunedì al padiglione 6, attraverso i corridoi vuoti verso l'aula Basaglia. Mi ha sempre pervaso una sensazione di bellezza e inquietudine, di tetro silenzio quando cala la notte, di maestosa attesa quando cammino sui viali alberati tra i palazzoni in ristrutturazione. Non riesco a non pensare alla follia disumana di questo posto, all'isolamento e all'incompresa sofferenza di chi l'ha abitato per decenni. Lunedì provo a cercare il padiglione 17, chissà che ne rimane, chissà se come il resto è pervaso da questo irreale silenzio, da questa languida bellezza così sola, invalicabile dal tempo.
“Cartella clinica” di Serena Vitale racconta della lunga malattia e della morte della sorella dell’autrice. Personalmente, avendo vissuto qualcosa di simile a quanto narrato, ho trovato il tema così sconvolgente, intimo e personale da non esserne riuscito ad apprezzarne le (probabilmente) indubbie qualità. Mi astengo da ulteriori commenti consigliando il libro a chi si ritiene pronto ad affrontarne “serenamente” i contenuti. Io non lo ero.
Un libro che racconta una storia tragica e importante (la malattia mentale e la morte, giovanissima, della promettente sorella maggiore dell’autrice) usando la cartella clinica dei ricoveri e i pochi ricordi della sorella minore. Rossana ha lasciato tracce intense e misteriose allo stesso tempo; tracce che la scrittura a volte segue o accompagna, altre volte lascia in sospeso, in un modo che non ho trovato interamente convincente. Ma si tratta di un libro molto originale, a cui ripenserò sicuramente per il dolore di una famiglia, il trattamento della malattia mentale nelle giovani donne all’epoca (anni ‘50 e ‘60), e per la oggettiva difficoltà che pone sempre la ricostruzione di drammi familiari a posteriori.
Secondo libro dell’anno che leggo che parla di familiari finiti in manicomio .
Nonostante sia la storia della sorella maggiore dell’autrice quella che viene raccontata e non quella di una bisnonna lontana nel tempo e nello spazio, è sempre sfuggente il motivo profondo della reclusione. Triste la storia della giovane reclusa Rossana e soprattutto triste storia quella della madre, che attraverso la sua si indovina. Per il lettore un’’ occasione in più di riflessione su ciò che siamo stati, su come abbiamo trattato gli stravaganti, su quanto abbiamo interpretato diversamente il temperamento artistico negli uomini rispetto allo stesso nelle donne . Piccolo libro ben fatto
Un'indagine interiore nell'increscioso malessere intimo che coinvolge l'essere umano. La storia di una sorella impotente di fronte alla sofferenza di chi pensava di conoscere e capire, ma che, forse il mondo, troppo distante e disumano, ha lasciato sprofondare nel mal di vivere. Un inno alla bellezza delle anime fragili e un monito alla società. Perché vengano date più validità e rilevanza al dolore interiore, ricercando la simmetrica vera natura del male d'amore, così insidioso, così perfido. Le malattie invisibili, queste fugaci dichiarazioni di vita.