Da quando Jhumpa Lahiri si è trasferita a Roma per imparare meglio l'italiano, nel 2012, la domanda «perché l'italiano?» le è stata rivolta con insistenza, e ancor di piú dopo che in questa lingua ha cominciato anche a scrivere. «Per amore» è la prima risposta, la piú istintiva ma non meno vera. E come ogni amore, questo ha finito per trasformarla. Da autrice è diventata anche traduttrice, dei propri testi e di quelli altrui. Una metamorfosi personale che infonde grande lucidità e sentimento alle sue riflessioni sulle lingue e su quella preziosa attività del pensiero che consente di passare dall'una all'altra, creando nuovi innesti e prospettive.
«Perché l'italiano? riguarda le conseguenze dell'atto apparentemente semplice di scegliere le proprie parole. Questo libro contiene un messaggio di speranza nel loro potere liberatorio». «The New York Times»
Fin da bambina, da quando le è venuto il dubbio su quale lingua usare in un biglietto per la Festa della mamma - l'inglese imparato a scuola o il materno bengali? -, Jhumpa Lahiri si è posta problemi di traduzione. Cosí, quando ha affrontato il rischio di tradurre le proprie parole e quelle degli altri, ha sperimentato quella particolare forma di riconoscimento di sé che spesso chiamiamo destino. Ma il destino ha i suoi snodi, è un percorso fatto di incontri fortuiti, scelte e occasioni. In questo caso, è un avvincente percorso intellettuale, una ricerca senza fine il cui racconto conferisce un andamento narrativo a questa intensa raccolta di saggi sulla traduzione e l'autotraduzione. Nei tredici testi che compongono il libro, di cui quattro nati in italiano e nove in inglese, gli incontri sono fecondi e in primis, quello con la lingua italiana, per amore della quale Jhumpa Lahiri ha scelto di vivere metà della sua vita a Roma, e da cui tutto ha avuto inizio; poi quello con i romanzi di Domenico Starnone che l'autrice ha tradotto in inglese (Lacci, Scherzetto, Confidenza), un'esperienza nuova ed emozionante; quello con le Lettere dal carcere di Antonio Gramsci, un potente antidoto al confinamento della pandemia; e infine l'incontro di una vita, in un'altra lingua ancora, quello con il grande poema ovidiano, il cui argomento diventa la metafora principale per interpretare il processo traduttivo. Su tutti questi temi Jhumpa Lahiri posa il suo sguardo acuto e appassionato, uno sguardo bifronte che a ogni pagina trasmette l'urgenza di coltivare il dialogo tra lingue per creare una letteratura e una società piú aperte.
Nilanjana Sudeshna "Jhumpa" Lahiri is a British-American author known for her short stories, novels, and essays in English and, more recently, in Italian.
Her debut collection of short-stories, Interpreter of Maladies (1999), won the Pulitzer Prize for Fiction and the PEN/Hemingway Award, and her first novel, The Namesake (2003), was adapted into the popular film of the same name. The Namesake was a New York Times Notable Book, a Los Angeles Times Book Prize finalist and was made into a major motion picture.
Unaccustomed Earth (2008) won the Frank O'Connor International Short Story Award, while her second novel, The Lowland (2013) was a finalist for both the Man Booker Prize and the National Book Award for Fiction.
On January 22, 2015, Lahiri won the US$50,000 DSC Prize for Literature for The Lowland. In these works, Lahiri explored the Indian-immigrant experience in America.
In 2012, Lahiri moved to Rome, Italy and has since then published two books of essays, and began writing in Italian, first with the 2018 novel Dove mi trovo, then with her 2023 collection Roman Stories. She also compiled, edited, and translated the Penguin Book of Italian Short Stories which consists of 40 Italian short stories written by 40 different Italian writers. She has also translated some of her own writings and those of other authors from Italian into English.
In 2014, Lahiri was awarded the National Humanities Medal. She was a professor of creative writing at Princeton University from 2015 to 2022. In 2022, she became the Millicent C. McIntosh Professor of English and Director of Creative Writing at her alma mater, Barnard College of Columbia University.
Un libro che va assaporato e che sconsiglio di leggere tutto di seguito. Ogni capitolo affronta la questione della lingua da una nuova angolazione e tutti assieme mi hanno fornito piú di qualche spunto di riflessione. Per me era particolarmente interessante perché in qualche modo ormai vivo in due lingue, per l'autrice la situazione é decisamente molto piú complessa, ma con esempi e citazioni bibliografiche non é stato difficile trovare dei punti in comune. La parte che meno conoscevo era quella su Gramsci traduttore ed é stata anche quella che mi é piaciuta di piú.
Libro capitatomi nelle mani per caso. Mi ha aperto un piccolo scorcio su un mondo che non conoscevo. Non parla solo di traduzione, parla di metamorfosi, di amore e di vera passione. Lahiri versa in un saggio solo apparentemente di semplice tema letterario, episodi intimi della sua vita, mostrando agli americani e agli italiani la sua natura di Giano.