Dopo un brillante esordio come scrittore con il romanzo "Domani e per sempre", Ermal Meta è tornato con il suo secondo libro: "Le camelie invernali", riconfermandosi un narratore capace di catturare i lettori con le sue parole, tanto in musica quanto su carta.
Con questo secondo romanzo, l'autore ci riporta nella sua terra d'origine, l'Albania. Una terra tanto vicina a noi italiani quanto ancora sconosciuta, ma ricca di fascino e al tempo stesso segnata da ferite profonde che faticano a guarire e che, forse, non lo faranno mai del tutto. Se in "Domani e per sempre" Ermal Meta ci aveva mostrato l'orrore del regime comunista che ha martoriato l'Albania dalla fine della Seconda Guerra Mondiale fino al 1990, qui ci racconta le inevitabili cicatrici che un regime così brutale ha lasciato nel paese.
"Le camelie invernali" offre uno spaccato di una realtà difficile, segnata da sporadiche luci e consistenti ombre derivate da ataviche tradizioni. È un racconto di vendetta, faide familiari e debiti di sangue sfociati in una spirale di violenza senza fine. Tra le sue pagine, l'autore apre una finestra su un volto drammatico dell'Albania post regime, quando, venuta meno la politica di repressione, il paese attraversò una grave crisi economica e sociale. È in questo contesto che ritornarono in vita spettri del passato, tradizioni che parevano dimenticate, ma che invece erano ancora vivide nella memoria collettiva.
La storia ruota tutta attorno al concetto del "Kanun", un'antica legge albanese che stabiliva che in caso di omicidio, la famiglia della vittima dovesse esigere vendetta, prendendo il sangue di uno degli uomini della famiglia dell'assassino e ristabilendo così il proprio onore. Sangue per lavare via altro sangue. È ciò di cui si sta occupando la giovane Lara, una studentessa di giornalismo che ha deciso di scrivere una tesi sull'argomento. Lara, infatti, è nata in Albania, ma la sua famiglia si è trasferita in Italia. La ragazza decide quindi di tornare nella sua terra natale per intervistare un uomo che vive recluso nella sua abitazione da trent’anni, proprio a causa del "Kanun". L'intervista aprirà la mente di Lara su tanti argomenti disparati e cambierà profondamente il punto di vista tanto della giovane quanto di noi lettori.
"Le camelie invernali" è un romanzo da leggere tutto d'un fiato, duecento pagine dense di avvenimenti, colpi di scena ma soprattutto emozioni. Una storia che cattura e coinvolge a pieno il lettore, breve ma ricca di un'intensità che non può lasciare indifferenti. Una trama concitata, scandita da eventi significativi che lasciano il segno in chi legge, oltre che nei protagonisti stessi. Tramite capitoli brevi e scene concise, l'autore tratteggia un quadro preciso dei diversi personaggi che si susseguono fra le pagine, attori inconsapevoli di un dramma il cui epilogo sembra scritto fin dalla prima pagina. Pur con poche battute e momenti ridotti sulla carta, i personaggi riescono a parlare al lettore, a mostrarsi a trecentosessanta gradi nei tratti più veri della loro indole. Bastano pochi gesti perché ognuno di loro sia ben identificato agli occhi di chi legge.
La prima di cui facciamo la conoscenza è Lara, un personaggio in cui secondo me l'autore ha riversato tanto della sua esperienza autobiografica. Una ragazza che vive sospesa fra due realtà diverse, senza sentire di appartenere davvero a nessuna delle due. "Troppo italiana in Albania e troppo albanese in Italia". Per Lara il ritorno in Albania è un passo cruciale del suo percorso di vita, un ricongiungimento con la terra che l'ha vista nascere e verso cui sente una sorta di debito. Lara vuole conoscere le sue radici, ma non sa che questo incontro la cambierà nel profondo.
Tramite l'intervista della giovane all'uomo recluso a causa del "Kanun", quello che in paese tutti chiamano "il prigioniero", la narrazione si sposta quindi trent'anni prima, nel 1995, quando tutto ha avuto inizio. Come Lara, anche noi lettori ci addentriamo in una vicenda dai contorni oscuri, scoprendo finalmente l'identità dell'uomo. Apprendiamo quindi che la storia vede protagoniste due famiglie, legate da un destino avverso e crudele. Da un lato, abbiamo Halil e Rozafa, che vivono con il figlio Uksan dopo la scomparsa della figlia minore Nina; dall'altro, invece, c'è Zek, un uomo violento che picchia la moglie Odeta e che vive con lei e con il figlio Samir. Accanto a questi personaggi, ve ne sono poi anche altri che fanno la comparsa durante la storia, e ciascuno ricopre un ruolo ben preciso nella narrazione. Le loro vite si intrecciano come fili in modi talvolta inaspettati, andando a disegnare un arazzo complesso e angosciante. Niente è lasciato al caso e, anche se può sembrare dispersivo spostarsi dinamicamente dall'uno all'altro punto di vista all'interno dei vari capitoli, introducendo di volta in volta nuovi personaggi con la propria storia e il proprio background, pian piano tutto ritrova un senso nella globalità del racconto.
Ogni personaggio è un tassello essenziale nel puzzle di una storia complicata, che vede scontrarsi casualità e destino in un gioco pericoloso. Attraverso ognuno di essi, l'autore va a rappresentare facce diverse della stessa medaglia. E affronta tematiche forti in modo delicato ma mai superficiale. All'interno di un romanzo che potremmo definire corale, se volessi individuare il vero protagonista direi che è il contesto storico e sociale, arretrato e macchiato dagli echi di un regime che ha sconvolto un intero paese. Il "Kanun", le faide familiari, la vendetta, la violenza nelle sue forme più disparate, la crudeltà e la discriminazione sono tutti elementi che presentano un comune denominatore. La crisi identitaria lasciata dalla fine del regime che ha portato con sé altro dolore e sofferenza. Un tale livello di odio a cui la risposta sembrava essere solo altra violenza. E chi ne ha fatto le spese sono state, come sempre, le persone comuni.
Ho apprezzato tantissimo come, anche in questo romanzo dai toni ancora più cupi del precedente, l'autore sia riuscito a delineare un quadro preciso e straziante di una realtà neanche troppo lontana nel tempo da noi. Questo libro presenta tutti gli aspetti peggiori della natura umana, ma ci regala anche qualcosa di pari valore. La speranza, perché quelle vite destinate alle tenebre lottano con ogni mezzo per rimanere nella luce. A dominare il romanzo è un'umanità disperata, che però non ha rinunciato a sperare, neanche di fronte al buio più totale. Un'umanità che, nonostante tutto, è ancora capace di atti di gentilezza. "Le camelie invernali" è un romanzo che conquista il pubblico grazie a un continuo contrasto di luci e ombre, fra famiglie difficili, relazioni complicate e segreti inconfessabili. Complice della sua brutale bellezza, oltre ai temi trattati e alle drammatiche vicende, è anche la scrittura dell'autore. Lo stile è diretto ed essenziale. Va dritto al cuore degli eventi, ma non rinuncia ad immagini più vivide ed evocative. Il testo è ricco di metafore potenti, che acuiscono la carica emotiva del romanzo. La scrittura di Ermal Meta si adatta perfettamente alla natura del racconto. È una storia dura, cruenta, che non ha bisogno di essere addolcita con fronzoli di alcun tipo. Una storia che fa piangere e arrabbiare, ma che risulta quanto mai necessaria. Una storia in cui non ci sono vincitori né sconfitti, solo esseri umani che cercano disperatamente di dare pace alla propria anima. Ma, come afferma l'autore, "Forse l'anima è solo una macchia che non va via".