Irma ha poco più di trent’anni e un tic che non l’abbandona. Il romanzo di Carlevero racconta le vite un po’ scombinate di una generazione che si ostina a inseguire ogni futuro possibile e a curarsi le ferite di un passato implacabile. Una voce tagliente e senza freni, tragica e comica. Un romanzo traboccante di fatti – surreali, goffi, grotteschi, verissimi.
«Carlevero, questa autrice frizzante, scrive con pastelli morbidissimi su fogli di carta vetrata». Dario Voltolini
La difficoltosa vita di una vita che si apre a un’altra vita. Irma ha poco più di 30 anni, un passato difficile, un presente instabile, un figlio, e tutto è come un vortice. Sicuramente una sorta di alter ego letterario della scrittrice. Gessica Carlevero vive a Marsiglia, ha una passione per Dostoevskij e scrive senza dubbio in modo originale, tanto che questo romanzo si distanzia in maniera sensibile dalle tendenze italiane contemporanee centrate sul ritorno alle origini ed è più vicino alla letteratura autobiografica che probabilmente è più rappresentata in Francia (Annie Ernaux, philippe forest) Faccio la pediatra e ogni giorno mi sfilano davanti giovani Irme sperdute e sprovvedute, che cercano di dare certezze e solidità alla loro prole senza neanche averne un po’ per se. Mi fanno tenerezza e ammirazione, stessi sentimenti che suscita la protagonista del libro Un romanzo originale e veritiero Molto elitario tuttavia, questo potrebbe essere l’unico limite.
un romanzo che potrebbe essere tranquillamente una storia vera. Una scrittura a tratti ironica che però arriva come un pugno in pieno viso. Una disagio che ne nasconde tanti altri. Un dolore silenzioso che scava dentro e fuori piano piano.
«Pensavo al momento in cui avevo detto a Giacomo di essere incinta. Eravamo in cucina, davanti al trigo. Avevamo appena comperato duecento grammi di erba idroponica coltivata da un antiquario in una cascina sul lago di Avigliana. La tenevamo in frigo, un vasetto per la marmellata pieno di fiori grassi e gonfi. Giacomo era appena tornato dall'Agenzia Fatuska e l'aveva preso. Sono incinta, avevo detto. Mi aveva abbracciata, poi aveva messo il vasetto in un sacchetto del pane e era sceso a buttarlo. Quella sera ci eravamo accoppiati con calma e infinita gentilezza. Prendendo sonno avevo pensato al giorno delle prime mestruazioni. Avevo chiamato mia madre in lavanderia facendo finta di non sapere cosa fosse. Mi aveva spiegato come fare. L'idea di essere diventata una signorina, come diceva lei, mi straziava. Per resistere mi ero fatta comprare un pigiama a tutina col collo rotondo che ricordava quelli da neonati Quello che portavo l'ultima volta che avevo visto mio padre. Mentre diceva che sarebbe partito, i debiti, l'amnistia, dentro quel pigiama mi ero sentita una cretina. Quando avevo saputo di essere incinta, la percezione di diventare madre non aveva turbato quella di essere sostanzialmente e innanzitutto figlia.»
3 ⭐️ Irma ha poco più di trent’anni e un tic che non la abbandona dal millenocentottantasette ossia la tricotillomania: si strappa i capelli per sentire piacere. Giacomo, il fidanzato, gli dice che ha un buco in testa allora chiama un clairvoyant per iniziare una cura per tre mesi, si spera risolutoria. La storia parte da quando era piccola, a scuola si “pisciava” addosso e si tirava i capelli, suo padre invece dopo un fallimento e il sequestro della casa di famiglia lascia la famiglia e la mamma inizia una relazione con un uomo poco più grande della figlia. Si ritrova con un fratellastro da parte di padre e una sorellastra di nome Greta da parte della madre. Nel frattempo Irma cresce e diventa adolescente. Irma ha conosciuto Giacomo a vent’anni, si laurea con 110 e lode e senza nessuno della famiglia che la sostiene, ha solo un desiderio: non ripetere mai quello che avevano fatto i suoi genitori a lei. Lei vuole scrivere per il teatro, lui tradurre romanzi russi ma nel frattempo che i sogni si avverano si susseguono vari lavori precari che li portano da Torino a spostarsi all’estero, a Marsiglia. In questa città si riscoprono una coppia e fanno un figlio, dopo i primi tempi scintillanti ritornano la fatica di tirare alla fine del mese e le reminiscenze dell’infanzia di Irma. Va letto con semplicità così come è semplice la scrittura di Gessica. Mi è piaciuto? Così e cosi, e voi lo avete letto?
“Il buco” di Gessica Franco Carlevero Bertolt Brecht diceva: “Che cosa ne é del buco una volta finito il formaggio?” Quel buco nei capelli, nel petto, nell’anima. Il buco che si crea e si trasforma, si plasma, ricorda, estrapola dall’interiorità la propria mancanza. Né fa passato e futuro, accartoccia il presente, tangibile,villano, storia astratta e metamorfica. Il buco dell’infanzia sbilenca, marginale, creatura figlia vitrea e invisibile, si scontra con la maternità cruda e solitaria dell’imparare ad essere. Madre, figlia, moglie. Donna. Distinguere il buco e risalire alla superficie dell’io, della scoperta, del proprio midollo, della profondità interiore viva e ferita. Un romanzo che snoda i sentimenti intensi, prende forma e apre l’abisso intrinseco con parole e illustrazioni crude e grezze, diamanti della propria essenza.
L’autrice non scrive solo del gesto compulsivo di strapparsi i capelli, quel “buco” fisico in testa, ma esplora un’assenza interiore, di qualcosa che manca e urla dentro. Gessica racconta tutto con un coraggio disarmante e una scrittura autentica, senza filtri, che arriva dritta al cuore.
Mi ci sono ritrovata. Mi ha fatto riflettere — soprattutto sul rapporto madre-figli e sul significato di “moglie”, parole che spesso portano con sé aspettative e identità fragili. È un libro che ti mette davanti alle tue crepe e a quelle degli altri, ma lo fa con una voce che sa di complicità, di verità condivisa.
Lo consiglio a chi non ha paura di guardarsi dentro, a chi vuole sentire, ridere, tremare e fare pace con le proprie parti nascoste. Un libro che lascia il segno — come un buco da cui finalmente può entrare un po’ di luce. Forse.
Un ritratto impietoso della mia generazione, mi trovavo a leggere e pensare "ma che c... stai facendo?" e poi rendermi conto che sì, le cose spesso sono andate così, che anche io conosco tante Irma e tanti Giacomo figli dello stesso contesto economico, sociale, generazionale.
Mi è piaciuta tantissimo l'abilità dell'autrice di rendere con poche pennellate lo sfondo sociale e culturale in cui la mia generazione è cresciuta (gli anni 80-90 e primi 2000)
Non mi sono piaciuti i personaggi e le loro scelte, ma la resa dell'alienazione materna nei primi anni di vita di un bambino piccolo è perfetta.
Non mi sono mai immedesimato tanto in una storia così lontana dai miei futuri possibili. Verso la fine volevo urlare (letteralmente), entrare nella pagina e prestare soccorso, intervenire, gettare il libro contro il muro e poi riprenderlo per sapere quello che non volevo scoprire. Un ritmo incalzante e raffinato che mostra senza pietà o stupidi lirismi una vita sacrificata sull'altare dell'amore per un figlio tenero e mostruoso, come solo i bambini sanno essere. A mio parere, un libro dal potentissimo potere contraccettivo.
Inizialmente la storia mi aveva incuriosita tantissimo, proseguendo nella lettura mi sono però resa conto che lo stile di scrittura dell’autrice non mi stava coinvolgendo, l’ho trovato eccessivamente sbrigativo e poco dettagliato. Purtroppo un grande no per me 😕