"Le buone maniere non bastano a far un uomo giusto"
Il titolo “I sepolti vivi (Scene dalla ‘Casa morta’)” mi aveva sempre intrigato. È quello della copia in mio possesso pubblicata nel 1932 dalle Edizioni A. Barion di Sesto San Giovanni. Sapevo che in italiano quest’opera ha titoli molto mutevoli, e quando l’ho scovata quest’estate, lisa, sbrindellata, ingiallita e pigmentata , su una bancarella ho capito che aspettava me. Il non averla mai comprata, nonostante del Dosto abbia quasi al completo l’opera summa, non era che il segno del destino che aveva predisposto il giorno e il luogo:-)
Immaginavo altro. Non certo la denuncia antizarista sapendo come il “rivoluzionario” Fedor si fosse trasformato in un avversario implacabile dell’uomo nuovo russo.
Piuttosto mi aspettavo un percorso simile a quello di Raskolnicov in Siberia: una rinascita spirituale dopo il trauma di essere stato catapultato in quel mondo abitato da scarti umani.
“Come avrei potuto immaginare - scrive il suo alterego, il narratore interno - quale spaventosa tortura sarebbe stato il non potermi mai trovar solo, neppure per un momento, nel corso dei dieci anni d’ergastolo a cui ero condannato? Al lavoro, sempre sotto gli occhi della scorta, in casa sempre in compagnia di centinaia d’altri reclusi, e mai solo, mai!”. Mi ha ricordato la scena di Gesù tra i lebbrosi in Jesus Christ Superstar, quando tenta di sfuggirli tanta è l’angoscia di essere sopraffatto.
Ma non appena entra in contatto con quella gente, che a pensarla da fuori fa paura, ecco che dimentica i suoi guai e scruta i suoi compagni, narrandoci la vita che avevano condotto prima della deportazione. “In generale, i forzati parlavano poco del loro passato; rifuggivano dal raccontarlo, ed evidentemente cercavano di non ricordarsene neppure”.
Dostoevskij impara a conoscerne tutte le debolezze: la vanità, l’invidia, la violenza, la tendenza a rubare anche agli amici, la vigliaccheria, e tuttavia li salva. “... il tono di tutti consisteva, esteriormente, in una specie di dignità tutta propria, di cui era penetrato quasi ogni ospite della casa di pena. C’era da pensare che il titolo di forzato fosse un grado onorifico. Non una traccia di vergogna o di pentimento in alcuno. Si notava, comunque, nei detenuti, una specie di docilità apparente, un certo calmo, rassegnato modo di ragionare: ‘Siamo gente perduta’, dicevano”.
Dosto ha messo la sofferenza dell’uomo al centro dei suoi pensieri, sofferenza che si coagula in un luogo di reclusione, totalitario per definizione. Qualsiasi atto della vita viene regolato senza che si lasci nessuna libertà all’individuo. “Tutti i forzati di Russia sanno che le persone che più mostran loro compassione sono i medici. I medici non fanno mai distinzione fra i detenuti e gli altri, come involontariamente fanno quasi tutti, tranne, forse, la gente del popolo. Un popolano non rimprovera mai al detenuto il suo delitto, per quanto terribile esso sia, e gli perdona tutto in considerazione della pena che subisce e, in generale, della sua disgrazia”
Il forzato, però, si ritaglia il suo spazio di libertà, attraverso un lavoro utile sia per conto del penitenziario che clandestinamente, con la finalità di scambiare o vendere il prodotto delle proprie mani.
“Un giorno mi venne in mente che, se si volesse schiacciare, annichilire totalmente un uomo, infliggergli la più terribile delle punizioni, una punizione tale da far inorridire, da atterrire il più feroce assassino, basterebbe infondere al suo lavoro un carattere di perfetta inutilità e di assoluta assurdità. Se i lavori forzati, così come son oggi, riescono privi di interesse ed uggiosi per gli ergastolani, essi hanno tuttavia, come lavori in sé, una loro ragion d’essere, non sono assurdi: il forzato fabbrica mattoni, scava la terra, dà l’intonaco, costruisce: tutti lavori che hanno un senso e uno scopo. (…) Ma si obblighi, per esempio, a versar acqua da una tinozza in un’altra, e da questa in quella, a pestar la sabbia, a trasportare un mucchio di terra da un posto all’altro, e poi di nuovo a quello, e così via, continuamente: credo che in capo a qualche tempo il disgraziato finirebbe per appiccarsi, o commettere delitti su delitti, tanto da poter essere messo a morte, questa essendo molto preferibile a quello stato di umiliazione, di avvilimento, di sofferenza.”
Questo passo mi ha terrorizzato per la visionarietà: come faceva Fëdor, quasi cent’anni prima a sapere che l’uomo, un gruppo di indegnamente uomini, sarebbe arrivato a tanto?
Ecco dove sta la differenza tra il lager e il gulag. Basta leggere “Una giornata di Ivan Denisovič” di Solgenitsin e confrontarla con “I sepolti vivi” e “Se questo è un uomo”. Senza scambiare l’oro col piombo ( l’essere dissidente di un regime deprecato dall’occidente non ha potuto trasformare il santone russo in un grande, nonostante il nobel smaccatamente politico) i primi due sono molto simili, il terzo è un parto demoniaco: la vita nei due gulag, infatti, ha ancora la parvenza di vita, bandita con ferocia dal lager nazista il cui unico scopo era la disumanizzazione.