A finales de los setenta, en un mercado de Turín, un carnicero despieza un cordero delante de sus clientes cuando de repente su perfecta coreografía se rompe y el cuchillo le atraviesa el pulgar. Empieza entonces la vorágine de su propia carne: primero una infección causada por una bacteria y luego el agotamiento, un diagnóstico feroz y viajes a clínicas en el extranjero. Su hijo Dario, de veinte años, asiste con una mirada llena de devoción y sufrimiento a este lento deterioro. Estas páginas precisas, esenciales y crudas, que narran hechos sucedidos cuarenta años antes, nos hablan de un padre –de su trabajo en el mercado, su pasión por el fútbol y de su enfermedad– que la fuerza del relato convierte en nuestro propio padre; y también del dolor de un hijo, un dolor que al alejarse del patetismo logra mostrar la condición humana en toda su fragilidad.
Finalista del premio Strega 2024, Invernal es un ejemplo magistral de delicadeza y de memoria, capaz de arrastrarnos impetuosamente a una espiral de recuerdos que son al mismo tiempo infierno y refugio.
«Una novela que contiene algunas de las páginas más bellas de la literatura italiana reciente.» Demetrio Paolin (Corriere della Sera)
«Leyendo a Dario Voltolini, uno piensa que puede prescindir del mundo: le bastan sus palabras, sus descripciones fulgurantes, capaces de captar las cosas y removerlas como nadie.» Tiziano Scarpa
«Invernal es una novela poderosa, que te aterriza a la vez que te eleva y que te agarra por detrás a la vez que te mira a la cara. Voltolini es un magnífico escritor.» Sandro Veronesi
«Escrita en estado de gracia, impregnada de reflexiones fulminantes, desbordante de amor y grandísimo respeto.» Federica de Paolis (La Stampa)
È autore di numerose raccolte di racconti, romanzi, volumi illustrati, radiogrammi, testi di canzoni e libretti per il teatro. È stato docente e direttore della “Scuola Holden – Storytelling and Performing Arts”, curatore della collana di libri “Holden Maps” per Rizzoli, della collana di narrativa italiana Pennisole per Hopefulmonster editore, collaboratore dell’“Indice dei libri del mese”, di “Pulp” e della “Stampa” (“Tuttolibri” e “TorinoSette”), cofondatore dei blog letterari “Nazione Indiana” e “Il Primo Amore”.
Dettaglio del polittico di Gand, o dell’Agnello Mistico, opera monumentale dipinta da Jan van Eyck tra il 1426 e il 1432.
La vita, che non sa fare altro, procede. Ciò che avviene intimamente in lui, inteso come soma, comincia a manifestarsi all’esterno. Un modo più circospetto di camminare, una cautela nel gesto, un’attenzione a cose che altri non vedono.
Il politico nella sua interezza.
Ecco come affrontare una storia nota – il lutto, in questo caso del padre – e raccontarla in modo diverso, nuovo. È forse il mezzo secolo trascorso dai fatti narrati, la prospettiva modellata dal tempo passato: ma è soprattutto la lingua che Voltolini adotta, che mette in bocca al figlio, timido io narrante, impotente di fronte alla malattia del padre e al ricordo che gliene resta, insieme a un dolente stupore, lingua morbida e pastosa. In questo memoir – genere letterario che è spesso inno dell’io più straripante – qui invece l’io-narrante, Dario, il figlio, racconta la malattia e la morte di suo padre, con cautela, con timore, quasi ritroso ad avvicinarsi troppo al dolore fisico dell’adulto, quasi avesse paura di dire troppo o di dire male. E più si tiene lontano dal patetico, più indaga quel qualcosa che sta da un’altra parte rispetto alle emozioni e ai sentimenti, e più, per contrasto, acuisce l’emozione di chi legge.
La statua in legno di Maria di Cleofa del “Compianto sul Cristo morto “ di Niccolò dell’Arca conservato nella chiesa di Santa Maria della Vita a Bologna (1463 – 1490)
Il memorabile incipit - se tale si può definire una porzione del testo che è lunga sette pagine sulle centotrentadue complessive – è una specie di movimento musicale ritmato a colpi di coltello e di mannaia, lame arrotate, ceppo sbattuto, animali spaccati spolpati disossati affettati, che si conclude con un battito di grancassa, la ferita che il padre, macellaio al mercato (di Porta Palazzo a Torino presumibilmente), si infligge per sbaglio. Un taglio profondo che gli trasmette il morbo, dalla bestia morta all’umano ancora sano e vitale: un percorso via crucis lungo mesi, lungo anni (gli anni Settanta), che si conclude alla fine del breve libro con “salutatemi Dario”, preghiera proferita in assenza del figlio appena prima di spirare. Il libro di una vita: quella di Dario figlio e quella di Dario scrittore. Quella di Gino, suo padre. Grazie Laura, ancora una volta.
Respingente la copertina (povera pecora, cosa mi avrà mai fatto, ma forse è colpa di quel rosso cupo), respingenti le prime pagine (uno, due, forse tre capitoli?), dove tutta quella carne, quel macellare, quel dissezionare, fanno rabbrividire, disgustano me che vegetariana non sono, invogliano a lasciar perdere, a uscire da quel ripetersi di gesti, da quel susseguirsi di gesti, di sangue e viscere, di ossa. È macellaio lui, quel lui dal quale Voltolini si tiene a distanza nel parlarcene e descriverne le abitudini, la vita, sempre la stessa, che si svolge intorno al suo lavoro. Fino all’incidente, incidente che recide non solo parte della sua carne, ma che segna l’inizio di qualcosa che si fatica a comprendere, di un’infezione, di quell'incidente che anticipa e segna l’intrusione del male. Nella sofferenza, dalla quale l’autore cerca di prendere le distanze emotive e trasformarla in narrazione, ci si avvicina, la distanza si accorcia, ma quasi senza accorgersene: poco alla volta, per giri concentrici, ma sempre con precisione, fino a esserne coinvolti, si inizia a far parte di un’altra routine fatta di cure e pellegrinaggi, di una ripetitività fatta di protocolli sanitari, di ospedali, di speranze, di altra carne, di altro sangue. Era suo padre, il macellaio, e si finisce per sentirlo il proprio.
Ecco, quando dico che il dolore, il proprio dolore si può narrarlo, che ha senso raccontarlo e non solo per sé ma anche per chi legge trasformando una storia in letteratura, un dolore proprio in qualcosa che può essere scritto, mi riferisco a libri come questo, a parole come queste di Dario Voltolini, che non conoscevo e che ora vorrò leggere ancora, che a distanza di tempo continuano ancora a scavare, a esistere, a non essere state vane. Può essere bello un libro che racconta la sofferenza in questo modo, con pudore e cura il distacco dal proprio padre? Sì, questo lo è, è tutto questo.
Quattro stelline e mezza.
«Magistero letterario, strazio, furia composta, bellezza, disperazione e pudore. Le ultime pagine di questo libro si leggono con le lacrime agli occhi.» Antonio Moresco
DISCESA NELLA CARNE Questo romanzo fa parte degli 82 titoli propositi dagli Amici della Domenica, da cui si formerà la rosa dei 12 candidati finali al premio Strega. Diario Voltolini non è un esordiente, anche se io prima non lo conoscevo. È di Torino e il romanzo è ambientato nella sua città, intorno agli anni 70, anche se non viene mai detto esplicitamente lo si intuisce per scarsi indizi il Mercato di Porta Palazzo e la percezione di montagne lì intorno. È un romanzo molto bello che ho cercato di valutare al netto del pregiudizio dello Strega, d'altronde Invernale per ora è ancora solo un romanzo come tanti altri, non il prossimo vincitore probabilmente disprezzato, da lettori snob. L'ho letto in virtù di un gruppo, in cui chi lo desidera prende in carico uno degli 82 dello Strega, lo legge, lo presenta agli altri, lo promuove o lo stronca. Io credo che lo promuoverò.
Il tema che racconta è universale, personalmente, o per riflesso, riguarda purtroppo tutti: quando la malattia irrompe nella vita di un individuo. È il viaggio di Gino che di mestiere fa il macellaio, un viaggio che comincia al mercato ogni mattina, sul suo banco di macelleria. Sezionare Spolpare Disossare Enucleare parti dell'animale Estrarre interiora Tagliare Ridurre a fettine, bistecche, cotolette Pesare Incartare Vendere Una ritualità di atti che rappresenta il quotidiano e che viene descritta con precisione da moviola e in maniera alquanto splatter. C'è molto sangue che cola, imbratta, ci sono schegge di ossa, tendini che fanno resistenza come riottosi elastici sul marmo lucido del banco. Un macellaio per mestiere ha dimestichezza con la morte, la maneggia ogni giorno.
Cara bestia, che arrivi già morta nelle mie mani, io ti seziono, ti riduco in cibo per altri umani come me. Stando al di qua del processo di cottura, quindi ancora nell’atavico, insieme a te.
Ma c'è anche un profondo rispetto per la bestia che il carnefice quotidianamente stupra quasi in un reato di vilipendio su cadavere. Un giorno, un incidente di mestiere: la coltellata diretta alla bestia devia verso sinistra e cala sulla sua mano. In ospedale i tessuti verranno riattaccati salvando il dito, ma quell'episodio diventa come un punto zero nella linea del tempo della vita: la malattia prima non c'era e da quel momento c'è. Come se nel taglio fosse avvenuto uno scambio di fluidi ematici tra la bestia morta, ma ancora brulicante di vita e batteri, e la mano del macellaio contro cui si rivolta. Il taglio nell'immaginario di Gino diventa la causa della malattia, come se in una malattia si dovesse per forza risalire ad una sua causa.
Cercare la causa aggiungere un remoto vago senso di colpa, ho sbagliato in qualcosa se si quando, e da quando? La malattia comincia a lavorare sottotraccia, nasce una nuova stanchezza, la malattia lancia dei segnali, un'incertezza, cambiando la prospettiva sul mondo e rimodulando le priorità. Storie universali che per scaramanzia si tende a scansare o viceversa ad affrontare immergendovicisi dentro per esorcizzarle, come faceva Hemingway nella sua forsennata passione per la caccia. Sia chiaro, questo romanzo non è letteratura del dolore perché Voltolini maneggia la sua storia con estrema cautela e misura, non so nemmeno se sia qualcosa di autobiografico, né mi interessa saperlo. E scrive benissimo. Mi piace pensare che potenzialmente ho letto uno dei possibili vincitore dello Strega 2024, quasi in anteprima.
Arriva dritto, come un pugno nello stomaco. La malattia del padre. Le parole del nonno, quando l’irreversibile è già accaduto.
“Mi dice le prime parole che mi pare di sentirmi rivolgere in questa cruda scena glaciale: “E tu non eri neanche là.””
La durezza e la crudezza di quelle parole… “Mi depone questo ordigno nel timpano e io immediatamente lo sento scendere nel cervello, nella comprensione, e poi diramarsi nel corpo, percorrendo dapprima i cunicoli scavati dalla frase del luminare a Villejuif, poi scavandone di nuovi, no, uno solo, nuovo, che porta direttamente nel mio centro, ormai è lanciato, non so se avrei potuto difendermi prima, non credo proprio, in ogni caso è già molto oltre le mie linee di difesa tracciate sulla sabbia, scende dritto come una bomba di profondità, sento che arriverà nel punto più intimo per finalmente detonare. Ma il punto più intimo è abbastanza intimo da non essere raggiunto subito, c’è tempo per devastazioni ausiliarie operate nel suo percorso prima dell’ultima, quanto tempo chi lo sa? Mentre l’ordigno sta andando a collocarsi ci sono cose da fare, non so come.”
E poi le parole del padre. Le ultime. Quell’ultimo pensiero rivolto al figlio, che disinnescano le parole crudeli del nonno.
“Mi resta lui, a cui chiedo parcamente le cose impossibili nella logica di qua, nella metafisica di qua, di come vanno le cose qua. Solo questioni di fondamentale importanza, penso che tu mi capisca. Magari qualcuno o qualcosa o un niente, di quelli imprevedibili persino per lui, gli sarà attorno nel non spazio, gli potrà far venire nella sua non mente una soluzione per me che, chissà, riuscirà a comunicarmi o a far capitare.”
Dedicato a tutti quei figli orfani di padre. Come Dario. Come me. 🥰
Fasci muscolari, costato, sangue e vita. Quella che rendeva viva la carne che, in mano a sapienti gesti chirurgici, viene predisposta per essere cucinata.
La carne, la stessa carne di cui l'uomo che macella è costituito. Lo stesso sangue che ad un certo punto comincia, forse a causa di innesto di altra vita batterica, a fare le bizze. A ribellarsi alla vita.
La stanchezza prima. La consapevolezza poi che questa stanchezza sia qualcosa di anormale. La presa di coscienza della malattia e l'ascolto della sentenza da parte dei famigliari più stretti, moglie e figlio.
“Non c’è più niente da fare”. Ci passano dentro. Continuano a scendere e scenderanno per sempre.
Fino all'inevitabile epilogo.
"Lui è steso, immobile, ancora riconoscibile. Per ciascuno il lutto è proprio, non c’è chi si avvicini a un altro o a un’altra per abbracciarlo o consolarla, ognuno ne avrebbe bisogno ma non riesce a fare quel gesto nei confronti altrui."[..] Eppure gesti, movimenti, rumori e persino parole devono esserci. Ci sono, nel freddo del congelamento. C’è però soprattutto il congelamento."
E il nonno che dice al nipote davanti al figlio defunto. “E tu non eri neanche là.”
Come se il figlio non ci pensasse in autonomia. Come se solo avvertire questo pensiero non producesse una detonazione interiore immediata e un senso di colpa da cui per tutta la vita sarà impossibile fuggire.
Non fosse stato per le recensioni molto positive di miei fidati amici lettori, non avrei mai affrontato questa lettura.
Grazie a Umberto Stradella, Piperitapitta e Laura Gotti.
Un romanzo che oltrepassa il genere del memoir per diventare paradigma di un’esperienza umana, la malattia del genitore. C’è un arco narrativo esile e scontato, che è la vita, descritto con sole parole esatte e necessarie, scelte con cura e legate fra loro da un ritmo eccellente.
Ci metto un po' a scrivere di questo libro e non mi sembra il caso di chiamarla recensione. Ci sono romanzi belli, romanzi brutti, romanzi noiosi e poi ci sono romanzi che fanno parte di una categoria diversa, quelli che ti vengono incontro anche se non lo hai chiesto. Quelli che aspettavi e non lo sapevi, magari non lo volevi nemmeno. E invece era necessario, necessario proprio adesso. Necessario tutto, dal titolo alla marcia a ranghi serrati della scrittura che è un assedio, preciso, grandioso. È epos, crescendo, una progressiva crepa che fende il quotidiano, uno scioglimento ineluttabile eppure irrisolto
E quanto gli è costato scriverlo, mi sono chiesta subito. Chissà. Ma la parola di Voltolini è micidiale, perfetta, non salvifica ma capace di detonare, di liberare. Invernale è stato tutto questo, e so che questa volta non sono stata chiara. E il titolo che ho compreso solo alla fine è il pugno che nella mia vita gentile non ho mai dato ma che spesso ho ricevuto e so bene che fa male nel punto esatto in cui deve fare male. L'incipit, espressionismo puro che ci porta in un salto dalla macelleria all'ospedale in un continuum di tessuti e di sangue perché di corpo si parla. L'explicit: letto e riletto e riletto e da rileggere ancora. Il mio secondo libro della dozzina dello Strega di quest'anno è stato un disastro emotivo. Ma ha in sé la potenza e l'eleganza che mi aspetto da una lettura. Ma c'è di più e quel di più è ciò che non mi aspettavo e di cui avevo bisogno.
Le aspettative erano alte? Si certo. Ma dalla metà del libro si sente tutta la tristezza e la potenza di questo romanzo, sopratutto nelle ultime pagine. Giusto che sia candidato al premio strega.
Uno stile di scrittura che a me proprio non piace, il racconto tutto al presente ma non in prima persona, e gli esercizi di stile per ricercare le parole complicate, mi ha dato questa impressione. Mi spiace perché la storia da cui parte la malattia poteva risultare interessante.
Ho sottolineato solo un unico passaggio che mi è piaciuto, lo riporto di seguito:
[Ci sono mangrovie che piovono legno nell’acqua, fanno cattedrali che si specchiano in laghi senza trasparenza, sbarre che scendono e irretiscono tutta la scena in una geometria di gabbia. Ci sono aurore boreali che sventagliano nei cieli gelati come scogliere che disperatamente vogliono emanciparsi dall’assalto dell’oceano che sempre si muove, e allora ci divincoliamo anche noi scogliere, sempre ferme a reggere gli urti senza intelligenza della massa d’acqua, in alto nei cieli, festoni festanti, ci divincoliamo come sipari che non ne possono più di tutto questo cazzo di teatro.]
Quella di Invernale è una lettura breve -di appena 140 pagine- ma certamente non facile. L’incipit del romanzo descrive con precisione rituale i gesti della macellazione, che Gino, padre dell’autore, proprio come un sacerdote svolge in sequenza da una vita intera. Lo sfondo è quello del “caos vitale” (parole dello stesso Voltolini) del mercato di Porta Palazzo, nella Torino di fine anni Settanta. Un banale intoppo in questa coreografia perfetta e l’incidente che provoca saranno, idealmente, una breccia nel confine tra uomo e animale, carnefice e vittima; nei fatti, sta per manifestarsi una malattia ben più grave. Quella che era cominciata come una trascurabile spossatezza, uno spiraglio negli spazi da sempre occupati da casa e lavoro, con il passare dei mesi si allarga in un vortice che senza sconti si prende tutto: la mente, il corpo, la quotidianità e le movenze di quel lavoro che per Gino è un’estensione di sé.
“La vita, che non sa fare altro, procede. Ciò che avviene intimamente in lui, inteso come soma, comincia a manifestarsi all’esterno. Un modo più circospetto di camminare, una cautela nel gesto, un’attenzione a cose che altri non vedono.”
Al momento dei fatti Dario, figlio e narratore, ha circa vent’anni, ma la sua voce non è quella di chi per la prima volta è costretto a fare i conti con la malattia; racconta, sì, la rabbia e l’impotenza, ma con la lucidità analitica che solo il sedimentarsi del tempo può dare. La trama del romanzo è di per sé scarna perché la narrazione procede per immagini, affiancando riflessioni, ambienti onirici e istantanee di vita. I personaggi secondari -familiari, amici, clienti della macelleria- sono tratteggiati con poche pennellate: un po’ perché l’uso delle parole in quest’opera è chirurgico; ma soprattutto perché è Gino, nella sua umanità semplice (una Nazionale senza filtro, una partita di calcio seguita con l’occhio critico dell’ex giocatore), il vero protagonista del romanzo. Dario è testimone degli eventi e cerca di farsi interprete della mente del padre, di arrivare al centro del “globo di silenzio” che lo circonda: ma, come quello della malattia, è un mistero senza soluzione, perché tra padre e figlio c'è un legame discreto e intessuto di non detto.
“Lui fissa un punto. Oh ma che punto è, perdio!, come è possibile che in ogni sua immagine, che sia un ricordo una fotografia o un racconto, lui abbia quel punto da fissare? Cosa guarda? Cosa vede?”
Lo stile è alto e, al netto dei pochissimi passaggi in cui la complessità della scrittura appesantisce la narrazione piuttosto che darle spessore, è il punto di forza del libro. Ho apprezzato il ripensamento del cliché che vede la malattia come una battaglia e il malato come il guerriero che ha l’onere di combatterla (e vincerla) armato della propria forza di volontà. Qui, in effetti, una guerra c’è ancora: ma è quella tra la malattia e i farmaci, loro sì, deputati a contenerne l’avanzata. Il corpo altro non è che un contenitore: semmai, la vittima collaterale di un conflitto che ha tempi e logiche tutti suoi. Le pagine conclusive, come e più di quelle di apertura, sono di una bellezza devastante. Alla fine, nonostante tutto, resta un grande atto d’amore e di speranza.
Ci si perde qualche frase con lo stile un po’ artificioso e a volte troppo poetico di Voltolini, ma non penso importi. Mi importa che, nonostante fossi spaesata in alcuni punti, alla fine ho trovato una narrazione sublime di uno degli argomenti più banali del mondo. Questo distacco del narratore lo ho adorato, tra ció che dice timidamente e ció che omette mi si è creata nel cuore un’aura di evocazione del dolore talmente forte che è esplosa sul finale. Le riflessioni sul comportamento dei parenti in lutto mi hanno fatto rivivere intensamente tanti momenti realmente vissuti e non avrebbe potuto descriverli meglio. Ufficialmente: il primo libro che mi ha proprio fatto piangere!
• Libro che si concentra su un tema intimo e doloroso, la malattia del padre, esplorata con delicatezza ma senza sconti. Sfiora corde emotive scoperte per quanto mi riguarda per cui la lettura diventa disturbante, ma disturbante è bello.
• La scrittura di Voltolini è intima, secca, frammentaria, capace di catturare lo smarrimento e la fragilità di chi assiste, impotente, al declino di una persona amata. Così il libro risulta sobrio, fatto di una prosa scarna, mai eccessiva.
• Il breve racconto si sviluppa come una serie di istantanee che colgono momenti di vita familiare sospesi tra presente e passato, tra l’asetticità delle cure mediche e i ricordi di un padre vitale, ora ridotto alla vulnerabilità. Voltolini si concentra sull'essenziale, evitando sentimentalismi eccessivi, ma senza mai sottrarsi alla crudezza di ciò che significa affrontare la malattia e la fine imminente.
• Il "disturbante" qui non è costruito per scuotere in maniera artificiosa, ma emerge dalla verità che si ritrova in ogni pagina: la consapevolezza della fragilità umana, la difficoltà di accettare la perdita e il senso di inadeguatezza di chi, come il figlio, è chiamato a fare da testimone e custode di un dolore indicibile.
• È inverno in questo libro, è come camminare su un lago ghiacciato: ogni passo è incerto, il paesaggio è bellissimo ma anche gelido, e il timore di cadere nell’abisso del dolore è costante. Ma proprio in questo equilibrio precario risiede la forza di Invernale, che è senz'altro un libro non facile, un monito sussurrato sul valore della vita, della memoria e dell’amore, anche quando sembra perduto.
Una brevissima, ma intensa lettura. Il lavoro di un uomo fatto con passione nonostante si tratti di un lavoro che ha a che vedere tutta la vita con animali morti, un figlio che racconta il padre, che ne racconta il declino rapido e umano verso la morte precoce. Non ci sono dialoghi fra questi personaggi che si guardano, ci saranno ricordi per il figlio, quei ricordi intimi che trasfonde nelle pagine di un libro doloroso
L’autore esplora la sottile linea che separa l’uomo dall’animale la quale scopre man mano dissiparsi. Una danza metodica, rituale, è interrotta bruscamente da un evento fortuito che diventa simbolo potente per iniziare un “viaggio” in cui si ribalta la prospettiva mescolando e unendo ancora di più l’animale e l’uomo .
Scende dritto, come una bomba di profondità, sento che arriverà nel punto più intimo per finalmente detonare. Ma il punto più intimo è abbastanza intimo da non essere raggiunto subito. #quote
Ho apprezzato che la voce narrante, il figlio, si sia fatto da parte e abbia raccontato con i suoi occhi e la sua parola gli ultimi travagli del padre, senza però mai mettersi in mezzo, senza infarcire un memoir così denso, preciso, chirurgico, di autobiografismi sciapi.
Il racconto parte dalla profondissima ferita che il padre dell'autore, Gino, un macellaio, si procura sul dito tagliando la carne. Segue il racconto della convalescenza e della grande stanchezza che pervade il corpo di Gino con il timore della brucellosi, già sperimentata trent'anni prima, dovuta al contatto tra il sangue umano con quello dell'animale macellato. La stanchezza è invece dovuta a un linfoma e il racconto segue Gino nel processo diagnostico, nelle cure fatte a Parigi fino all'abbandono delle stesse e alla morte. Sinceramente, ho trovato il libro molto noioso e la sua lettura inutile. La malattia, propria o dei propri cari, è qualcosa che capita a una grande maggioranza di umani. Se non ci metti valore letterario nel raccontarla, scrivi solo per te e in questo libro il valore letterario non c'è. Merita una menzione positiva solo il primo capitolo, con la descrizione ritmata della macellazione.
«Invernale» dovrebbe essere il secondo o terzo volta me di runa tetralogia delle stagioni in cui l’inverno chiaramente segna l’epoca della morte. E infatti di morte si parla: la morte lenta di un padre tanto amato che vive nel suo mondo lavoro/casa/lavoro e la morte ripetuta e nauseante delle bestie che (sempre) il padre macella, essendo appunto macellaio di Porta Palazzo - lo storico mercato torinese. Credo che tutta la vicenda mi sia chiara e nota soltanto perché vivo a Torino e perché ho ascoltato varie presentazioni di questo volume. Leggendo il libro la storia diventa meno lineare e soprattutto molto più stomachevole. Sarà che non mangio la carne, ma mi sfugge proprio il collegamento tra il padre che si taglia un dito mentre lavora con i coltelli e la successiva ma non conseguente malattia sempre del padre. Non è sicuramente il mio preferito tra i finalisti dello Strega 2024.
Entre records i memòries provinents de ben bé no sabem on, l'autor ens parla de la carn i de l'enfermetat, i d'aquells organismes que incubem dins nostre fins que arriba un dia en què ja no poden fer més que rebel·lar-se. I parla d'aquesta rebel·lió, i d'aquells éssers que necessiten ser escoltats.
Ha sigut un super plaer perdrem entre la suggerència i bellesa d'aquestes pàgines i capítols tan curts, la majoria dels quals rellegia una o més vegades abans de permetre'm continuar, com si esperant atrapar alguna coseta més que potser m'havia passat per alt.
He tingut algunes reserves amb el tram final, però em guanya tot lo altre. Quina emoció, quina tendresa i quin amor :").
Sono ore dense e strane, quelle poche si passano con questo ultimo di Voltolini. Un libro che ho letto e riletto istantaneamente, perché le frasi non arrivavano subito, il senso sfuggiva, si percepiva il profumo del poetico ma era necessario quello razionale per procedere. Tuttavia non è sugli avvenimenti che si costruisce il testo, ma su un sentimento diffuso di inesorabilità. Un respiro alla volta, un fruscio, una immagine di sghembo: Voltolini è bravissimo nel portarci in questo sentiero non stretto, non spaventoso, ma in lieve, lieve discesa. Lo fa con un linguaggio ricercato, a volte enigmatico, sempre evocativo.
«In questa fase, quello che era il volume della sua vita diventa la superficie del foglio su cui un sismografo disegna andamenti che succedono altrove»
Che dire. Copertina magnifica, magnifica la sinossi, scandalosi €17 per 140 pagine in formato ridotto. Il libro, invece, è un potenziale non esaurito.
Come sempre, quando i libri sono autobiografici è dura esprimersi in merito, mi sento sempre un'infame a commentare tecnicismi, a trovare il pelo nell'uovo. Però ho scoperto la natura autobiografica del libro solo cinque minuti fa, quindi sono dolorosamente consapevole di quanto abbia influenzato il mio giudizio.
Il problema per me è tutto nella scrittura: linguaggio secco e inutili intrugli sintattici, lirismo quasi asettico ma, soprattutto, la forzatura di uno stile chiaramente costruito a tavolino. Sono con l'autore nell'intento, concordo sul fatto che questo è un libro che necessita di una penna con personalità, di una scrittura non banale: in Invernale un uomo - un padre - contrae la brucellosi lavorando nella sua macelleria e, poco dopo, sviluppa un cancro. Nel romanzo non accade nulla, tutto è metamorfosi interna, mentale e organica.
E sono piuttosto sconvolta dal fatto che di un'esperienza così intima e traumatica, così personale e dolorosa, a me sia arrivato così poco una volta tradotta in parole. Il primo istinto è stato: cavolo, forse devo rileggerlo tenendo a mente che è autobiografico. Però no, che senso avrebbe? Ho sempre avuto il dubbio che i libri autobiografici fossero quello che sono in virtù della loro autobiograficità, ma che sulle loro gambe camminerebbero di fatto molto meno lontano. Solo che la letteratura non si costruisce a suon di compassione.
Quindi, anche ora che so che Voltolini, in Invernale, narra di un uomo - suo padre- che contrae la brucellosi lavorando in macelleria e, poco dopo, sviluppa un cancro; anche ora che so quanto autentico fosse il sentimento dietro il libro, rimango della stessa opinione: Invernale è un'opera decente che sarebbe potuta essere grandiosa. Però assolutamente non lo è.
"Ci sono mangrovie che piovono legno nell’acqua, fanno cattedrali che si specchiano in laghi senza trasparenza, sbarre che scendono e irretiscono tutta la scena in una geometria di gabbia. Ci sono aurore boreali che sventagliano nei cieli gelati come scogliere che disperatamente vogliono emanciparsi dall’assalto dell’oceano che sempre si muove, e allora ci divincoliamo anche noi scogliere, sempre ferme a reggere gli urti senza intelligenza della massa d’acqua, in alto nei cieli, festoni festanti, ci divincoliamo come sipari che non ne possono più di tutto questo cazzo di teatro."
Raccontare la malattia di un genitore; l'inesorabile discesa e la perdita: non è un precipitare nello stucchevole quanto il raccontare l'avvicinamento verso l'irreparabile. Voltolini apre il memoir con un incipit di inaudita potenza: la routine del macellaio il sabato, e i giorni dopo tutti i domani. Da anni non leggevo pagine di così vibrante potenza, non tanto per l'accuratezza dei dettagli quanto nel rispetto verso una routine nascosta e professionale. Un attestato di stima. La prosa è ricca, inesausta nel suo proseguo; forse paga un po' troppa "costruzione" e non riesce a focalizzare il padre dal punto di vista caratteriale ed emotivo: la sua presenza in famiglia passa in sordina, scivola via senza sussulti. Nell'ottica di restituire una figura dimessa, finanche apprezzabile nella sua resilienza, l'opera l'ho percepita distaccata. Sfugge a qualunque giudizio l'ultimo capitolo, nel suo silenzio travolgente come una tempesta.
Novela corta pero intensa donde, a modo de fábula, y a raíz de un accidente laboral y una enfermedad posterior, nos sumergimos en la lucha de los protagonistas, en el amor entre un padre y su hijo, en el refugio de la memoria y el poder de la imaginación. Que nos enteremos del nombre del hijo en la última página es de una belleza poética brutal.
Per me è impossibile valutarlo oggettivamente perché parla della cosa più brutta che mi è successa nella vita proprio dal ‘mio’ punto di vista. Ha fatto male sia per i ricordi sia per il racconto. È ben scritto e colpisce da subito, ben prima di capire la tematica (che non sto scrivendo perché non è evidente da subito). Sono passati tanti anni e forse ci riesce per questo, ma il fatto che l’autore sia riuscito a raccontarlo in modo così lucido lo rende molto bravo.
Di Voltolini non avevo mai letto nulla. Questo mi aveva colpito da subito per la copertina; poi, complice la candidatura allo Strega, ho deciso di leggerlo. In sintesi, l’autore parla di suo padre, macellaio instancabile che, abile a confrontarsi con le carni in vendita sul suo bancone, si ritrova a fare i conti con la sua di carne, e con il sarcoma che l’ha colpita. Il tutto trattato con una ricerca ed eleganza di linguaggio ai limiti della poesia. Non c’è nulla di speciale nella vicenda, sia chiaro; questa è purtroppo una storia di tutti i giorni, la storia di chiunque si ritrovi ad affrontare un male del genere. Il finale lo si capisce dalla prima pagina, anzi dalla prima diagnosi. Quello che ho apprezzato (ed è questo il senso della letteratura, no!?) è la lente attraverso la quale sono stati osservati e quindi narrati i fatti…tutto sommato: con grande onestà e semplicità. Gli auguro il podio allo Strega.