Learco Ferrari è ormai diventato un personaggio quasi proverbiale della narrativa italiana contemporanea. Fa lo scrittore ma fa anche tante altre cose. Ha una ragazza che si chiama Francesca, traduce dal russo (traduce anche dei contratti commerciali), si preoccupa per i chili in eccesso che si porta addosso, gioca a free cell (e se ne vergogna), presenta i suoi libri in giro per l’Italia, cerca di risparmiare energie restringendo il suo quotidiano spazio di azione in un’area ristretta di deambulazione metropolitana. Ma soprattutto si sente "un deficiente in un mondo che io non lo so, cosa gli è successo al mondo qui ultimamente". Gli scarti è una sorta di estremo episodio delle avventure di Learco Ferrari, la conferma di un talento sospeso fra ironia e rabbia, fra satira e malessere. Come sia nato il romanzo lo spiega l’autore: "Dipende dal fatto che stavo scrivendo un altro romanzo con un tono molto preciso, tra il buffo e il sentimentale, e vago, e spaesato, che non ammetteva le frasi lapidarie che han cominciato a saltar fuori a partire da un certo momento per via di una cosa che m’era successa e che m’aveva fatto venire il nervoso. Io scrivevo scrivevo, dopo rileggevo, tutta roba da buttar via. Allora dopo ho pensato: E se comincio un romanzo nuovo, invece di buttar via tutta questa roba? Così ho cominciato a scriver Gli scarti. E andavo avanti, come se in quel nervoso ci fosse stata una propulsione che non si fermava dopo due giorni, o dopo una settimana, o dopo un mese. E quell’altro romanzo, quello sentimentale, e vago, e spaesato, facevo sempre più fatica. Dopo una sera una frase del romanzo sentimentale, riscritta, è andata a finire dentro Gli scarti. Dopo c’è andato a finire un paragrafo, riscritto. Dopo c’è andato a finire un capitolo, dopo un altro capitolo, e alla fine è saltata fuori una cosa che io una cosa del genere non l’avevo mai scritta".
Dopo il diploma in ragioneria ha lavorato in Algeria, Iraq e Francia. Tornato in Italia ha conseguito la laurea in Lingua e Letteratura Russa presso l'Università di Parma, con una tesi sulla poesia di Velimir Chlebnikov. Ha quindi esercitato per un certo tempo l'attività di traduttore di manuali tecnici dal russo part time. Alla redazione de Il semplice conosce Ermanno Cavazzoni, Gianni Celati, Ugo Cornia, Daniele Benati, con i quali collabora per anni, cominciando a pubblicare i suoi scritti fortemente influenzati dalle avanguardie russe ed emiliane. È fondatore e redattore della rivista L'Accalappiacani, edita da DeriveApprodi. Collabora con alcuni quotidiani tra cui Il Manifesto, Libero, Il Foglio e Il Fatto Quotidiano.
Pubblicato per la prima volta nel 2003 per Feltrinelli, “Gli scarti” ritorna in libreria, con Mondadori.
Il protagonista è Learco Ferrari, alter ego di Paolo Nori. E in Learco c’è tutto Paolo Nori, che io adoro! Ecco se non lo avete mai letto, magari all’inizio potrà non piacervi, perché potrebbe sembrarvi superficiale, un librettino da intrattenimento.
Invece non è così. Perché a una lettura più attenta si coglie la dote di Paolo nori di saper dire cose profonde con leggerezza, facendo ridere e sorridere, per poi sferzarti un nodo alla gola sul finale, tanto da rimanere sorpresi perché non ci si capacita di come ci sia potuti emozionare, fino a piangere, dopo aver riso tanto.
“Tutte le volte che finisco un romanzo mi sembra che è stato il romanzo che ho fatto più fatica a scriverlo. Con Gli scarti, a me sembra che ho fatto una fatica, a scriver Gli scarti, che io non avrei mai immaginato, di riuscire a fare una fatica editoriale del genere. Per esempio l’epigrafe, è stato faticosissimo, sceglier l’epigrafe. […]
Poi avrei voluto metterci un’altra opera di Learco Pignagnoli
Se non c’è niente da ridere vuol dire che non c’è niente di tragico, e se non c’è niente di tragico, che valore vuoi che abbia.”
"Io, le mie abitudini alimentari io non ne ho di preciso. Io più che altro, più che abitudini alimentari, io ci sono degli alimenti che non li posso mangiare. Per via di una malattia rara che io non so bene quando l'ho contratta, comunque una malattia grave, che adesso la stiamo studiando in collaborazione con l'Ospedale Maggiore di Parma e dei suoi luminari. Io, loro mi hanno spiegato, i luminari, che purtroppo sono un bombardista. Bombardista da bombardite, virus rarissimo, che non sappiamo bene da dove viene, lo stiamo osservando."
Non il miglior Learco Ferrari, anche se Nori un (bel) po’ di sorrisi, più o meno amari, te li tira sempre fuori con gran facilità. Le pagine migliori sono quelle in cui affronta, a suo modo, il processo di scrittura…con un libro, nel libro, nel libro. Oppure quando gli bastano davvero poche parole, all’apparenza superficiali e sconnesse, per dire tutto quello che c’è da dire sulle fasi di una vita di coppia.
È il primo libro che leggo di Paolo Nori, devo dire che come scrittura è davvero divertente. Un insieme di pensieri un po’ sconnessi, ma che seguono un loro filo logico. Tutto sommato, da leggere!
“Quali sono i suoi piani editoriali, mi interessa sapere, mi dice, I miei piani editoriali che io non voglio padroni se volevo padroni continuavo a fare il magazziniere, gli dico.”
Finora il meno bello tra i libri di Paolo Nori della saga di Learco Ferrari. Che poi, meno bello non vuol mica dire che è brutto, putanassa di una vacassa!
Sicuramente non uno dei migliori romanzi di Paolo Nori anche se, come tutti, si lascia leggere con piacere ed è molto scorrevole. Leggero e senza una vera e propria trama, un po' un capitolo riempitivo nell'epopea di Learco Ferrari, creato cucendo insieme gli scarti di altri romanzi. La voce narrante di Paolo Nori è sempre unica, a volte viene da pensare che sia meglio ascoltata tramite audiolibro che letta, per capirne fino a fondo l'inflessione, la natura del linguaggio stesso del romanzo, un concentrato di onomatopee, ripetizioni, colloquialismi e pura, semplice "emilianità".