Lì a Padova, la prima sera del dopoguerra, il giorno dopo l’arrivo degli inglesi, mi trovai a camminare in Prà della Valle con la Simonetta. Venivamo dal Santo e andavamo verso via Roma: e d’un tratto mi accorsi delle finestre illuminate. Era la prima volta dopo tanti anni di oscuramento, e nessuna altra cosa in quegli strani giorni, e neanche in seguito, mi diede più vivamente il senso visivo della pace, con un misto di sollievo e di inquietudine.
Cento anni fa nasceva uno dei più grandi scrittori italiani del Novecento. Ideale seguito de “I piccoli maestri”, questo libro forse è un episodio minore rispetto ad altri suoi romanzi. E’ il racconto dei due anni che vanno dalla Liberazione al dispatrio di Meneghello in Inghilterra. Più scoppiettante la prima parte, meno a fuoco la seconda, ma lo sguardo di Meneghello rimane sempre quello: lucido, ironico, preciso, leggero, antiretorico.
Il trambusto si notava un po’ dappertutto. In un paese dalle parti di Cogollo, in Valdastico, il popolo stava portando a termine l’assedio del municipio nel quale si erano asserragliati un segretario (comunale) e una segretaria (del segretario). La segretaria l’avevano già pigliata e qualcuno la stava depilando coram populo sul balcone, e gettava gli avanzi sulla folla festante; mentre altri procuravano di demolire gli ultimi diaframmi per mettere le mani sul segretario. Nell’attesa, un signore mingherlino annunciò dal balcone che ci sarebbe stata un’esecuzione pubblica, e disse che aveva mandato a prendere i coltelli e la mesa, la cassa dove si spella il maiale. Il municipio si appoggia direttamente al fianco dell’Altipiano, e lungo il fianco dell’Altipiano, per la strada del Costo, scendeva in quel momento, nella posa di un giovane maresciallo napoleonico motorizzato, Tempesta, il mio amico Renzo, su una gigantesca macchina di Stato Maggiore predata ai tedeschi. Scoperta, si capisce. Da vari punti della strada, nel va e vieni dei tornanti, si vedevano scorci del paese e la piazza piena di gente agitata; Tempesta fece fermare la macchina su uno degli ultimi tornanti e in atto quasi imperiale guardò giù col binocolo. Un attimo: e ordinò all’autista di gettarsi sul paese e irrompere nella piazza. Irruppero, Tempesta sparando forte (verso l’alto). La strepitosa piazza ammutolì, Tempesta salì sul balcone e spiegò al popolo cosa avrebbe fatto a chi avesse compiuto atti di violenza contro la segretaria (salvo finire di raparla, per simmetria) o contro il segretario che intanto era stato preso e portato sul balcone, e si era fatto avanti tremando come Agag: e che Tempesta a denti stretti prese momentaneamente in consegna. Non ho dubbi che questo è il giusto schema di come bisognava irrompere, un pizzico di teatro ci voleva; devo riconoscere però che a volte irrompevamo a vanvera, e in molti casi non irrompemmo (e non successe niente). Oggi non sembra necessario domandarsi perché non volevamo che la gente linciasse la gente, ma effettivamente credo che allora qualche incertezza (sul perché, non sul fatto del volere) ci sia stata. Io almeno avrei esitato a riconoscere che in profondo, e a dispetto di ciò che tendevo a dire, non credevo nella “giustizia popolare”, cioè nella capacità innata della gente di linciare la gente giusta.