Mariella Mehr è nata Zurigo da madre zingara di ceppo jenische. Come molti altri figli del popolo nomade nati in quegli anni in Svizzera e in Svezia, la Mehr fu vittima dell'iniziativa di sedentarizzazione forzata del popolo zingaro organizzata dall'"Opera di soccorso per i bambini di strada". E da questa esperienza di sradicamento, segregazione e colpevolizzazione che nascono tutte le sue opere e in particolare i romanzi della "trilogia della violenza" di cui "Labambina" fa parte.
(1947) Born in Switzerland, Mehr is a poet, novelist, and dramatist belonging to the Yeniche, a nomadic group with Scottish Traveller origins. She identifies with the Romani people and champions the causes of outsiders and oppressed minorities. She was a victim of the government project, Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse (“Relief Organisation for Rural Street Children”), which separated Yeniche children from their parents. Mehr was moved between sixteen orphanages and three reformatories as a child. She was committed to a mental institution four times and spent nineteen months in a women’s prison. She is one of the founders of the “International Romani Writer’s Association” (IRWA) in Helsinki which was dissolved in 2008 due to lack of interest by Roma writers and Roma in general. Her debut novel, “Steinzeit” (Stoneage, 1981), was met with high acclaim which, 14 books later, has only grown, and in 1998, her work was recognized with an honorary doctorate from the University of Basel. Her poetry, translated into English, is featured in The Roads of the Roma: a PEN anthology of Gypsy Writers.
Un libro difficile da leggere, sia per i contenuti che per lo stile. Labambina non ha nome, Labambina non parla. Tutto viene descritto e raccontato attraverso il filtro distorto della percezione che Labambina ha del mondo, un ambiente crudele di morte e dolore, dove il dolore fisico è salvezza e non c'è nessuna speranza. A colpire duramente il lettore non sono soltanto le molestie fisiche, che in qualche modo ci si aspetta, ma ancora di più quelle psicologiche, la grettezza superstiziosa della gente del villaggio, la malignità, la cattiveria senza fine. Labambina non appartiene a niente e a nessuno, la solitudine fuori e dentro di sé è insopportabile.
Tagliente e crudo, una completa immersione nel punto di vista di un'infanzia turbata e senza luce. Espressionista eppure preciso, in un intreccio narrativo a tratti corale e a tratti estremamente introspettivo, svela i dettagli più crudi e disumani, e soprattutto contraddittori, di una realtà discriminatoria passata in sordina tra le pagine della storia europea del secolo scorso.
Un tema molto interessante ed una scrittura sicuramente innovativa. Ha il suo stile questo è certo ma è difficile da seguire, poco coinvolgente. Insomma mi è risultato pesante da portare a termine pur riconoscendo le doti della scrittrice
Un libro per chi ama i romanzi di formazione, anche quando hanno atmosfere cupe e raccontano con crudezza i traumi dell’infanzia-gioventù... https://www.piegodilibri.it/recension...