Un ex collaborazionista del regime militare argentino ritorna alla sua terra d’origine, la Lomellina, per compiere, forse, una vendetta contro chi lo ha iniziato in gioventù, alla pratica della sopraffazione e della violenza. Dopo il crollo del regime, che farà crollare anche le granitiche certezze politiche del protagonista, l’uomo torna in Lomellina alla ricerca della grande casa padronale del latifondista, suo comandante in Argentina e causa delle sue scelte sbagliate di vita. Il latifondista si è suicidato e la casa è abitata dalle sue due figlie che, separate da bambine, incarnano, ex ribelle la più anziana e integrata nel sistema la più giovane, i due significati estremi della vita del padre defunto. Un termine: “patotas”, ricorre come un mantra nella narrazione. In spagnolo vuol dire banda di ragazzini. Era il nome in codice che designava i gruppi paramilitari della polizia segreta argentina.
Piani temporali si snodano tra un paesaggio desolato di una pianura italiana fatta di strade sbrecciare con la presenza di una raffineria che incombe su di esso e sui protagonisti come un’entità viva e demoniaca.
Ultima puntata della trilogia della pianura, tre noir che mi hanno trascinata di getto in un mondo a me completamente sconosciuto. Di getto come la stesura di questa recensione.
Sono sul Frecciarossa Milano – Napoli, torno a casa dopo una giornata di lavoro nel mio ufficio milanese, mi lascio alle spalle il capoluogo lombardo e attraverso la pianura. La stessa della trilogia.
Coincidenza?
Non credo alle coincidenze. Credo ai bivi, agli incontri, alle scelte. Alle luci che si accendono al momento giusto e all’istinto.
Mentre scrivo (sempre di getto) penso alle sensazioni, alle parole, alle immagini che i libri evocano e a ciò che è successo, alla mia anima, durante la lettura de L’odore del riso.
Un libro particolare, denso, da poltrona, tè speziato, silenzio e profumi forti. Un perfetto esempio di Slow Reading.
La prima volta ho iniziato a leggerlo come se fosse stato un Armony (non li leggo, non pensate male di me!); l’autore se n’è accorto, mi ha “presa a schiaffi” e costretta a ricominciare daccapo.
Non so se ho letto la trilogia (Sette sono i re, Notte di nebbia in pianura e L’odore del riso) nell’ordine corretto. In effetti non esiste un ordine, sono tre storie ben definite e distinte ma sono felice di avere tenuto per ultimo il libro, a mio avviso, più intenso dei tre (forse l’autore non sarà d’accordo).
La storia è difficilmente intuibile. Occorre, con pazienza, arrivare almeno al sessanta per cento della lettura per cominciare a delineare i personaggi, le esperienze, il loro vissuto e cosa se ne fanno della loro vita (in alcuni casi molto complicata).
Sono felice di averlo lasciato per ultimo perché mi ha dato modo di gustare, un poco alla volta, lo stile crescente ed ogni volta diverso dell’autore, entrare nella sua penna ed esserne trascinata.
L’odore del riso ha tre aspetti che emergono con una prepotenza quasi indisciplinata e, per questo, molto apprezzata.
Parto dal basso…
La prima cosa che ho notato è stato il coraggio nell’uso, quasi “illegale”, di aggettivi e avverbi; un plauso all’autore! Io ho il terrore di aggettivi e avverbi. Angelo Ricci lì ha domati, addolciti e incastonati in modo magistrale, con brillante sapienza.
La seconda caratteristica che salta agli occhi è la “geometria delle cose”; il mondo de L’odore del riso è un mondo quadrato, angolare, sferico, è il mondo delle rette, dei piani, dei cerchi. Il rispetto della geometria è anche nella scrittura, nell’incastro delle parole, nella scelta delle ripetizioni, a mio avviso, perfette.
“E’ tutta geometria. Non si scappa. Le cose sono tutte unite. Per i lati e per gli angoli. L’importante è calcolare bene le aree e le metrature. E basta saperlo, che è tutta geometria.”
Ultima ma meravigliosa qualità… (consentitemi la sospensione): i colori. Sarà che amo i colori e la musica ma i marroni, i verdi, i gialli, ed anche i grigi, il nero, il bianco, l’azzurro creano una melodia che non ho trovato in nessun altro libro fino ad ora. È il libro dei colori. Sono rimasta suggestionata. Ho seguito la scia delle parole ed ho capito che ogni singolo elemento era stato studiato con vera accuratezza. Forse sarò smentita ma credo in ciò che ho percepito, nel mio istinto.
“E’ l’aria che mescola tutti i colori. Che mescola il verde e il grigio e l’azzurro. Che mescola anche il bianco di una carrozzeria, sporco dal rossiccio della ruggine, sporco dal nocciola dell’argilla dei fossi. Che mescola il nero, stinto dal troppo uso, di quattro pneumatici che reggono il bianco chiazzato di ruggine e di argilla di un furgone.”
L’odore del riso è il libro dei sensi; pagine che evocano odori, immagini, sensazioni a pelle… Sensazioni vissute dall’autore e trasmesse, come un fluido, nell’anima del lettore (in questo caso lettrice: io!).
Un libro che non si legge in due giorni: pretende attenzione e la merita!!! J
Guardatelo da vicino e poi allontanatevi poco alla volta.
Un tempo, fui assistente di un pittore famoso negli anni '70, poi decaduto. Il suo motto era: “Il colore è tutto.” O forse era il motto di Carlo Carrà, non ricordo. Angelo Ricci potrebbe assumerlo come proprio. Il colore in tutte le sue declinazioni screziate ravviva ogni pagina del suo scrivere.
L'incipit è fulminante, inchioda alla sedia/divano/letto/tazzadelcesso e impedisce di pensare ad altro. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi? Eppure, c'è già tutto. Lo spazio: quella troia della pianura padana. Il tempo: l'oggi coi suoi soldi sporchi da lavare. I protagonisti: gli americani del sud che costruiscono. Il cosa: villette a schiera. Il chi: il venditore/narratore, sgamato.
Patotas. Daglielo al Mondo! Si susseguono parole messe lì non a caso, ma solo per renderti incapace di capire. Si direbbe poesia in prosa, anzi, meglio, prosa in forma di poesia. Sensualità. Sessualità. Scorci. Squarci di colore e fiori e finestre.
“La Taverna. Insegna a pezzi. Plastica opalescente annerita dallo sfinimento dei neon. Memorie perse dai colori morti.” Ecco dove si trova la poesia di Ricci: nelle plastiche consunte. “Tir dalle bocche sguaiate e urlanti muggiscono la loro presenza definitiva. Muovendo pacchi caldi di aria bollente.” Ma anche nel movimento dei Tir. Una poesia che sorprende, che spiazza, che narra l'inenarrabile. “Io so tutto di voi.” Io chi? Voi chi?
Dopo un centinaio di pagine si capisce che quel Mondo con la maiuscola è una persona che fa lo sfasciacarrozze. Il “Daglielo” è l'invito a dargli un vecchio motorino arrugginito. L'invito è pretesto per un dramma consumato tra ragazzini. È preludio per la costruzione di uno dei personaggi chiave.
“Ancora una volta si volse a guardare la porta del garage. Era lì che era successo tutto. Era lì.” Per l'ennesima volta sembra riaffacciarsi un ricordo di una ricca ragazza grassa che appare a sprazzi. Per l'ennesima volta, Ricci non ce lo svela.
Poi c'è la faccenda di una ragazza nuda e prigioniera. Di uomini che si direbbero dalla parte della legge. Ma violentemente grezzi. La ragazza muore per sbaglio. Infine sapremo che è solo uno degli innumerevoli interrogatori a suon di pungolate elettriche, di cadaveri che spariscono nell'Atlantico dell'America del Sud.
Infine sapremo anche cosa successe nel garage. Ma non ne farò spoiler, perché è annodato strettamente ai cadaveri nascosti nell'Atlantico. E anche a colui che afferma: “Io so tutto di voi.”
Infine sapremo anche della parola misteriosa. Patotas. E il significato dell'odore del riso. Scopriremo anche come tutto si lega in una di quelle geometrie perfette che aprono il libro e lo chiudono. Ricci, geometra perfetto della narrazione. Dopo Scerbanenco, solo Ricci, che sta reinventando la narrativa gialla.
Consigliato a chi ama gli incastri geometrici della narrazione, a chi vuole uscire dai consumati rigori del giallo. Ai poeti della banalità del male.