L'Adalgisa di Gadda. Grande scrittura, ricchissima, spunti gustosi, incredibile capacità di rappresentare la realtà milanese della sua epoca, ma c'è da chiedersi quanti lettori non milanesi e privi dell'eccezionale cultura dell'ingegner Gadda riuscirebbero oggi a capire anche la metà dei contenuti del testo?
Il testo è un’impresa linguistica, una costruzione più ingegneristica, ed era logico essendo stata creata da un ingegnere, che letteraria. Forme dialettali, neologismi scherzosi, tecnicismi, termini latini, tutto si combina e si fonde, in una composizione che, incredibilmente, appare equilibrata e godibile.
A Gadda tutto è concesso e tutto si può perdonare, anche quello che si segnerebbe come gravissimo errore a un ragazzino, anche i “diti”, il “gnente”, i “capegli”, come si perdonano le “zittelle” a Landolfi.
Avevo letto il libro tantissimi anni fa e ne avevo un vago ricordo.
Lo ricordavo, a dir la verità, più triste e meno grottesco e divertente e forse non avevo torto, perché la deformazione a cui Gadda sottopone tutti i suoi personaggi, bianchi, neri o turchini che siano, produce in fondo una sensazione di profonda tristezza, forse in quanto rappresenta un mondo che ormai non esiste più.
Qualche notazione non troppo politicamente corretta è evidente e individuabile senza fatica.
Frasi come “il cencio caccoso d’una negra” e i “labbroni senegalesi dai piedi caprigni” non esprimono di certo stima e simpatia per le genti africane. In confronto, il fascista Lucio D’Ambra, nel suo romanzo La perla nera esprime molta più ammirazione per alcuni aspetti della cultura dei popoli dell’Africa. Sappiamo però che l’idea suprematista era tutto sommato dominante in ogni parte d’Europa ai tempi del fascio e ampiamente diffusa anche tra quelli che credevano in tutta sincerità di essere antifascisti.
Stimolante, Gadda, ma non imitabile. Purtroppo, invece, un nucleo duro di letterati amanti del virtuosismo, più che dell’affabulazione, in Italia ha gaddeggiato e continua a gaddeggiare, acclamato e ammirato da un uguale nucleo duro di lettori e critici, inconsapevolmente dannunziani, o forse joyciani, che non comprendono come certe forme di iperletterarietà siano tutto sommato le bare in cui la letteratura si autotumula, a vantaggio di autori meno raffinati, è vero, ma capaci di farsi leggere da stuoli di lettori più folti dei colti accademici che si prosternano di fronte alle squisitezze busimarianmoreschiane. Nessun problema, comunque. Ogni lettore ha il Gadda che si merita. La maggior parte dei fruitori delle italiche lettere invece continua serenamente a leggere i Carofigli, i Ferranti, gli Starnoni, i Tamari e i tanti tamarri, che pure esistono e sono pubblicati: tutti autori meno letterariamente complicati e di più facile comprensione. Ricordiamoci però che in Italia abbiamo avuto anche in tempi meno recenti esempi di buona e semplice scrittura, non dissimile da quella che si praticava e si pratica ad esempio nell’universo francofono, ad opera di Camus, Sartre, Mauriac, Gide, Modiano, Simenon, Ernaux. Abbiamo avuto anche noi scrittori che raccontavano storie, anziché imbellettare con ciprie e diamanti le pagine stampate. Questi scrittori si chiamavano Deledda, Tomizza, Soldati, Saba, Primo Levi, Rigoni Stern, Arpino, Prisco, Sciascia, e sono probabilmente la parte più sana e duratura della nostra storia letteraria, checché ne pensino i critici.
In conclusione, Gadda è una divinità da adorare, padrone assoluto della lingua, anzi dei linguaggi, compresi quelli classici, dialettali, stranieri, tecnici, capace di scrivere pagine da applausi a scena aperta, da clapandeggiare all’infinito, ma da non tentare di riprodurre, Dio ci scampi, come succede purtroppo anche a me, quando lo leggo per troppo tempo, cosa che invece non mi capita con Landolfi, con Stefano D’Arrigo, più condizionati da semplici bizzarrie arcaistiche o dialettismi.
Insomma, Gadda scrive pagine entusiasmanti, stupende, può essere utile per comprendere come si può agire sul linguaggio, come si può utilizzare la propria cultura nello scrivere, a patto che ognuno rimanga nelle proprie stanze e conosca i suoi limiti. Lui viveva su un altro pianeta e noi non troveremo mai scale sufficientemente lunghe per raggiungerlo. E poi, se volete capire alcune delle frasi più belle del Gadda de L’Adalgisa, andate a studiare il milanese, magari cominciando dai testi di Carlo Porta.