“Vi era un bel sole: tutto era chiaro e trasparente, solo nel cuore degli uomini era buio.”
Mario Rigoni Stern, sergente della 55ma compagnia del battaglione Vestone del 6° reggimento Alpini racconta la sua avventura durante la ritirata di Russia tra il dicembre 1942 e il febbraio 1943.
E' una storia di trincea, di freddo, di fatica fisica e mentale, di disagio, di mortai che sparano, di scarsità di cibo, di mancanza di comunicazione con il mondo e con i propri cari, di rabbia, di marce forzate, di neve masticata per simulare il cibo, di paura, di voglia di tornare a casa.
La domanda del commilitone Giuanin scandisce la narrazione, cadenzata, continua:
“Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?”
Arriveremo a casa? Torneremo vivi? Cosa ci facciamo qui? Questa domanda ossessiva guida gli Alpini; l'idea del ritorno. Nessuna ideologia, nessun senso di patria, nessuna speranza di vittoria. Tornare, al più presto, vivi.
Cosa rimane di positivo in mezzo a tanto dolore, a tanti uomini che si uccidono senza una ragione a loro evidente, a tanta assurdità? La conferma, improvvisa, inattesa, del fatto che sotto sotto, in certe condizioni, non ci sono nemici e amici, ma solo persone.
"Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste piú. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Cosí è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto piú del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro."
Rigoni racconta in modo diretto, chiaro, senza enfasi la guerra. Che senso ha leggere libri come "Il sergente nella neve"? Per ricordarci che "Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere" e per provare a evitare che succeda.