Nawal Al-Sa‘dawi, scrittrice, militante, psichiatra, insegnante, femminista egiziana, è una figura tra le più carismatiche del Novecento arabo-africano. Come si diventa una donna libera in un Egitto ancora in larga parte ostaggio del patriarcato, un luogo in cui una femmina che nasce in famiglia è una disgrazia? Nawal Al-Sa‘dawi attraversa i cambiamenti che segnano il suo Paese, tra un’infanzia rurale e un’adolescenza urbana, per poi diventare una Tabiba, una donna medico. Questo le permette di vedere da vicino le difficoltà e le tragedie della condizione femminile nelle città e nelle disagiate aree rurali, a cominciare dalle mutilazioni genitali femminili – a cui lei stessa è stata sottoposta – per continuare con la povertà e la violenza. Il suo pensiero femminista si fa pratico, la lotta concreta, e la sua militanza diventa scomoda al punto da mettere in pericolo la sua vita. Ma dall’esilio temporaneo negli Stati Uniti, ospite della Duke University, fino ai suoi ultimi anni al Cairo, Nawal sarà sempre in prima linea. Igiaba Scego, che ha sfiorato Al-Sa‘dawi «in un corridoio pieno di parole, a Stoccolma», la racconta in queste pagine con l’urgenza di chi parla del presente. Perché oggi l’intreccio di patriarcato, capitalismo e colonialismo che determina l’oppressione femminile è più stretto e mortale che mai. E più che mai il suo esempio e i suoi scritti devono ispirare tutte e tutti noi, nella battaglia per il cambiamento indispensabile.
Igiaba Scego is an Italian writer, journalist, and activist of Somali origin. She graduated with her BA in Foreign Literature at the First University of Rome (La Sapienza) as well as in pedagogy at the Third University of Rome. Presently, she is writing and researching cultural dialogue and migration.
She writes for various magazines that deal with migrant literature, in particular Carta, El-Ghibli and Migra. Her work, not devoid of autobiographical references, are characterized by the delicate balance between her two cultural realities, the Italian and Somalian.
In 2003, she won the Eks & Tra prize for migrant writers with her story "Salsicce", and published her debut novel, La nomade che amava Alfred Hitchcock. In 2006 she attended the Literature festival in Mantua.
Scego collaborates with newspapers such as La Repubblica and Il manifesto and also writes for the magazine Nigrizia with a column of news and reflection, "The colors of Eve". In 2007 along with Ingy Mubiayi, she edited the short story collection 'Quando nasci è una roulette. Giovani figli di migranti si raccontano.' It follows the story of seven boys and girls of African origin, who were born in Rome of foreign parents or came to Italy when young: the story of their schooling, their relationship with family and with peers, religion, racism in Italy, and their dreams.
Con orgoglio inizio questa recensione. Sono Zacaria Yassin, nato nel 1991 a Salé, scrittore, content creator e mediatore interculturale di lingua araba resistente in Italia, nipote spirituale di Nawal El Saadawi. Sì, e non sono l'unico. Ho tante sorelle e fratelli spirituali: lettrici e lettori che hanno ammirato la sua forza, il coraggio e la dissidenza e stanno facendo attivismo e blogging per muovere le acque, per una rivoluzione intellettuale. Una rivoluzione che non cambia solo la testa del sistema ma tutto il corpo.
Ma molti, nel mondo arabo, hanno paura di dirlo apertamente. Leggere Nawal, il diavolo bianco, in mezzo a dittature e militari armati dall’Occidente, tra fanatici religiosi e oppressioni sistemiche, era un atto di resistenza.
Non è strano che sia venuto in Italia il 1-01-2020 e abbia chiesto asilo politico. Voglio vivere, scrivere, e soprattutto baciare chi voglio.
La pubblicazione di questo libro in italiano mi ha colpito profondamente, mi ha rallegrato, è stato come un messaggio silenzioso: continua. Il pensiero di Nawal è più che mai urgente in un’Italia sempre più meloniana.
L’ho incontrato per caso, questo libro, in libreria. E insieme a lui ho incontrato la penna di Igiaba Scego, che leggo per la prima volta. È una raccolta non fiction, 7 articoli in circa 90 pagine, che ripercorrono la vita rivoluzionaria di Nawal El Saadawi, scrittrice dissidente, attivista contro le mutilazioni genitali femminili e una delle pensatrici chiave del mondo arabo.
Il libro si apre con una bella introduzione. Igiaba racconta il suo primo incontro con Nawal a Stoccolma da giovane scrittrice, dove rimane a bocca aperta a sentirla. Ti credo, cara Igiaba, io la sentivo ogni giorno quando ero in Marocco, proprio per la sua espressione brutalmente onesta e la speranza che offre.
Direttamente ci spostiamo al primo articolo, in Egitto nel 1931, per conoscere la bambina Nawal, la sua infanzia e crescita in una colonia inglese, fra una mamma non scolarizzata ma con la pelle più chiara e un senso molto forte di dignità, e un padre nato da una famiglia di contadini ed è stato il primo a laurearsi in famiglia e ha una visione liberale dell'Islam.
È stato interessante il fatto che Igiaba, nel secondo articolo, Un Paese che cambia, non racconta solo di Nawal, ma offre descrizioni del contesto sociopolitico dell'Egitto e del mondo arabo fra colonialismo britannico, monarchia egiziana traditrice e i Fratelli Musulmani, e arriva fino agli anni '70 con la riforma politica dell'ex presidente carismatico Gamal Abdel Nasser, e dopo al-Sadat, che ha firmato la pace con Israele e imprigionato Nawal.
Durante la sua crescita, Nawal osservava il mondo esterno e si fidava di sé stessa, dopo la mamma e la nonna contadina, si ispirava anche agli interessi del padre per la politica e i libri, e non agli interessi associati alla femminilità come cucina e bellezza estetica.
La scuola era un punto di svolta per Nawal. Entrambi i genitori, per fortuna, hanno favorito la sua istruzione perché consideravano lo studio come strumento di ascesa sociale.
Sceglierà dopo la carriera medica, ma rimane fedele alla vocazione letteraria e all'interesse per la politica. Dunque, quando inizierà il lavoro da medica nelle zone rurali, si scontra con tanta ignoranza e violenza, e dunque sarà medica militante che non rimane indifferente e zitta davanti alle ingiustizie e soprattutto davanti alle mutilazioni genitali. Qui devo dire che Nawal era contraria anche alla circoncisione, che ovviamente si ignora perché è citata nella Torah e praticata dagli ebrei.
Ora andiamo all’articolo 5 “Complessità”, che era il più interessante perché, nonostante che la scrittrice racconti Nawal da una posizione da lettrice ammiratrice, che inizia nella pagina 49 con “Nawal era intersezionale prima ancora che esistesse la parola.” Ma ha menzionato alcuni punti controversi come la sua posizione ambigua sull'attuale presidente militare dittatore al-Sisi. Nawal diceva sempre che voleva critiche, non complimenti, dunque ho apprezzato molto l'onestà intellettuale di Igiaba.
Una bella citazione qui: “Ogni lotta intrapresa nasce da una lotta personale, combattuta in prima persona”. E il suo percorso lo dimostra.
Il capitolo 6: Firdaus, era il più nostalgico e parla del romanzo che ha avuto più popolarità e ispirato anche l'album del 2016 "Dangerous Woman" della pop star Arianna Grande, ma Nawal ha altri ancora non tradotti e veramente mi piacerebbe tradurne uno, ma ancora a 33 anni sono senza rapporti nel mondo editoriale. E non so da dove iniziare di fronte a molti rifiuti e indifferenza. Vorrei tradurre soprattutto la sua autobiografia. In arabo è così: "I miei fogli, la mia vita."
Il capitolo 7: è arrivato fino agli anni '80 e '90, dove, dopo le persecuzioni subite e minacce di morte, ha dovuto autoesiliarsi negli Stati Uniti d'America per lavorare come docente di dissidenza e creatività, un corso che ha inventato, e scrivere liberamente. Ma Obama avrà un altro punto di vista.
Dopo questo ultimo articolo, Igiaba ha concluso con una sua interazione con il pensiero di Nawal sul hijab e altro, anche questo è stato super interessante. Peccato però che il libro si è concluso, perché Nawal, dopo la tappa americana, è tornata in Egitto nel 2011 per rispondere alle rivolte dei giovani dal Marocco al Yamen fino al Libano e Siria, per partecipare alla primavera araba. La rivoluzione che ha sempre sognato ed è stata abortita, usando il suo termine. A me piacerebbe molto scrivere, per esempio, la seconda parte di questo libro. Nawal dopo il 2010. “La seminatrice della primavera araba o la mamma della rivoluzione." o magari "Il Nipote italiano di Nawal".
Poi è morta proprio nella 21 Marzo 2021, inizio della primavera e festa della mamma e giornata mondiale della poesia e non ditemi che si tratta di un caso.
così ho avuto certezza che non la vedrò di persona. Ero in contatto con il suo manager ventenne e stavo per incontrarla in una suo conferenza a Tangeri nel 2017 ma peccato peccato veramente, non sono riuscito e magari per questo non sento la sua morte.
Questa recensione è stata lunga e molto personale, ma vi invito a leggere il libro. Troverete molti dettagli che io, per forza di sintesi, ho lasciato fuori. Ovviamente non voglio scrivere per rispetto alla scrittrice e alla casa editrice. Poi costa anche poco: 10,90 €.
Concludo con due osservazioni:
1. Da arabofono ho apprezzato tantissimo l'uso delle parole arabe ma avrei gradito un glossario o delle note a piè di pagina per spiegare i termini arabi e i riferimenti culturali, così da semplificare per il lettore italiano. Potrebbe essere un'idea per una prossima edizione o come contenuto extra sul sito web.
2. In alcuni passaggi ho percepito il rischio di ridurre Nawal a una semplice figura del femminismo o strumentalizzazione femminista. Ma lei era molto di più. Parlava anche degli uomini, dei poveri, dei contadini, del linguaggio da decolonizzare. Parlava della Palestina, dell'Africa. La liberazione della donna, per lei, era la liberazione dell’intera società.
Nella cultura araba si dice che la donna è un simbolo della scuola. Da una poesia molto famosa di Hafez Ibrahim. La donna educa i figli, in altre parole educa l'uomo, trasmette la cultura orale.
La donna, e qui si parla di mamma, non solo lo porta nel grembo per 9 mesi e lo allatta per 2 anni, ma lo educa almeno per i prossimi 7 anni. Ovviamente anche l’uomo, il papà, deve educare, ma nella cultura popolare si dice che la donna è e metà della società ed educa l'altra metà, l'uomo. E ancora tanti ministeri arabi sono chiamati “ministro dell’educazione e istituzione”. Cioè, prima la morale e la buona educazione, e dopo l’istruzione e la formazione scolastica.
Nawal non si limitava all’antipatriarcato, ma incrociava la condizione della donna con l’anticolonialismo, l’antiimperialismo e l’antisionismo e la decolonizzazione del linguaggio. Nawal non era femminista nel senso europeo occidentale del termine, siccome il movimento di liberazione della donna in Egitto e nel mondo arabo esisteva indipendentemente dalle lotte delle donne femministe nel 1800 per ottenere il diritto di voto, è cresciuto in un altro contesto culturale e Nawal era contraria ad aspettare la liberazione dall’Occidente in un mondo eurocentrico. E il libro più noto per chiamare all'emancipazione della donna è chiamato "Liberazione della donna", scritto da un uomo, Qasem Amin, pubblicato nel 1899.
Il femminismo arabo era una lotta condivisa fra donne e uomini. Nawal parlava molto bene degli uomini. Ma ora hanno esportato, o magari è stato imposto soprattutto per il potere mediatico, il femminismo occidentale, ma secondo voi le femministe occidentali vogliono liberare le donne musulmane e arabe e africane? il Sud globale per non dire terzo mondo non sarà mai liberato dall'Occidente. Nawal diceva in altre parole,.ma queste sono mie hhh ovviamente ispirato da lei: "Non libererà gli uomini le donne, né gli europei gli africani, né gli arabi i palestinesi." Poi secondo me è successo dopo anche all’attivismo LGBTQI+. Mentre si poteva avere solidarietà globale e alleanze internazionali e collaborare senza imporre / esporre / imitare contenuti , termini o modi di pensare a popoli in contesti culturali diversi.
Ogni popolo e ogni cultura ha un contesto sociale e politico diverso e una lingua che va rispettata.
Nawal non è morta. La sua parola è seme. Il nostro compito è farla fiorire. Nawal ti amo. Igiaba sei stata bravissima, grazie mille.