Torino, 1898. Clelia è l’unica donna iscritta alla facoltà di Medicina e molti giudicano sospetta e inappropriata la sua conoscenza dell’anatomia umana, ma la verità è che la morte non le fa alcun effetto. Da anni, infatti, Clelia aiuta la sua matrigna vampira Lucrezia a catturare le sue prede, rigorosamente uomini violenti contro le donne. Il suo equilibrio in una vita piena di segreti inizia a vacillare quando conosce Brando Ferraris, un giornalista squattrinato. Brando è convinto che a Torino ci sia un vampiro, lo stesso che ha ucciso suo padre, e desidera dimostrare l’esistenza della creatura sovrannaturale attraverso i suoi articoli. Clelia deve avvicinarsi a Brando e trovare il modo di fermarlo, o la persona per lei più importante da cacciatrice diventerà una preda. Ma conoscere il proprio nemico è un’arma a doppio taglio, e presto scegliere da che parte schierarsi non sarà più così semplice…
Sara Simoni è nata in Trentino-Alto Adige nel 1992 e vive da sempre in Lombardia. Si è laureata con lode in Scienze dell’Antichità presso l’Università degli Studi di Milano e in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria. Dal 2010 al 2015 ha frequentato i corsi di scrittura creativa di Raul Montanari a Milano. Ha pubblicato il primo romanzo, “Angeli artificiali”, nel 2010 per i tipi di Macchione editore (Varese), mentre nel 2014 è uscito per Giunti editore l’ebook “L’innocenza del serpente”, entrambi di genere noir. Ha ottenuto diversi riconoscimenti letterari. Tra questi, nel 2011 e nel 2014 è stata tra i semifinalisti del Premio Campiello Giovani, nel 2014 ha vinto il Premio Chiara Giovani e nel 2015 e nel 2016 si è classificata terza al concorso di narrativa fantastica Pagine Folk. Alcuni suoi racconti si possono leggere in riviste e antologie: nel 2015 il suo racconto “Mal di stelle” è stato pubblicato sulla celebre rivista Linus, per Baldini&Castoldi. Benché si sia dedicata spesso ad altri generi, la letteratura fantasy è il suo primo amore. E, come si suol dire, il primo amore non si scorda mai.
Questa lettura per me è stata un disastro e sì, mi dispiace molto, ma sarà una recensione brutalmente onesta. Spero di non offendere nessuno, anche perché ovviamente resterò esclusivamente nel merito del libro e di quello che non ha funzionato per me. Ho provato a leggere questo libro perché è stato scelto per il bookclub a cui partecipo; probabilmente è un testo che non avrei letto altrimenti, ma comunque aveva delle premesse che potevano attirarmi. Siamo a Torino nel 1898, ovvero nella mia città in un periodo storico che mi affascina moltissimo. La protagonista è una delle prime donne a poter studiare medicina all'università, e questo percorso di studi la aiuta nella sua ricerca di una cura per una strana "condizione del sangue" che affligge la sua adorata matrigna. Sulla sua strada incontrerà Brando, giornalista squattrinato che sta dando la caccia a un fantasma del suo passato. Ora, vampiri e romantasy non rientrano del tutto nella mia zona di comfort, ma tutti gli altri elementi sì: l'ambientazione familiare, le vibes gotiche, la tematica universitaria e femminile. Inoltre, conoscevo l'autrice di nome e sapevo che fosse molto amata per le sue opere precedenti, quindi mi sembrava di andare sul sicuro. Eppure, alla fine è andata esattamente al contrario di come pensavo: gli elementi che mi interessavano sono quelli su cui ho trovato più problemi (alcuni anche oggettivi), mentre quelli riusciti meglio sono stati i due che di solito non apprezzo. Andiamo con ordine. Come dicevo, siamo a Torino nel 1898, ma lo sappiamo solo grazie alle didascalie di inizio capitolo. Se dovessimo basarci sulla narrazione, non lo percepiremmo, e potremmo pensare invece di essere Inqualunqueluogo nel 2025. Non ci sono, infatti, abbastanza elementi caratterizzanti dell'ambientazione, né spaziale né temporale. Torino, scelta (dichiaratamente, se non sbaglio) per la sua ricca tradizione di città dell'occulto, non è riconoscibile, percepibile; insomma, non la si vive. Fatto salvo per i nomi dei luoghi e per una menzione (un po' assurda) degli agnolotti al sugo d'arrosto (!), non c'è altro. La ricerca storica e geografica sulla città c'è sicuramente stata, ma purtroppo nel testo non vive. La natura occulta non viene manco mai menzionata e ovviamente non la si percepisce in alcun modo, rendendo forse un po' futile averla scelta per quello. Il potenziale tra l'altro c'era, ci sono molti luoghi di Torino che hanno a che fare con l'occulto, punti specifici dove si dice si incrocino flussi ed energie, misteri, atmosfere… ma nulla di tutto ciò compare o viene sfruttato nel libro. Tutto quello che abbiamo sono nomi di vie e piazze, qualche riferimento storico (tipo l'Esposizione Generale), un "balengo" (lucianinaaaaa.gif) e una scena semi-spicy con un agnolotto. Non abbastanza per far vivere una città sulle pagine. Se sull'ambientazione cittadina si potrebbe comunque glissare, è molto più difficile farlo su quella temporale. Che sia il 1898, infatti, lo percepiamo più o meno dagli stessi elementi che l'autrice si è giocata per Torino: la data a inizio capitolo, qualche accenno storico e qualche comparsata tattica di camerierine in cuffia e grembiulino. Non solo non c'è nient'altro, però: il grosso, gigantesco (e oggettivo) problema è che quasi nessuno dei personaggi si comporta e/o parla davvero come se fosse un abitante di quell'epoca, specialmente i protagonisti, che sembrano davvero due millennial nel 2015, tipo. Il problema è trasversale. Innanzitutto, lo stile di scrittura non rispecchia il periodo sotto nessun aspetto; non nella narrazione, non nel lessico, ma soprattutto non nei dialoghi. I protagonisti non parlano come se fossero nell'Ottocento; darsi del "voi" non basta, se poi dicono cose come "maleducato del cazzo", "boh", o la cosa che mi ha fatto strabuzzare gli occhi: "'Colombella' [ci chiamerai, sottinteso] tua sorella!". Non solo: i protagonisti hanno una morale contemporanea, che stona infinitamente con quelle che erano la realtà e le abitudini dell'epoca. Insomma, trovo abbastanza anacronistica l'indignazione nei confronti di un vecchio medico che, alla sua prima e unica studentessa donna, dà dei consigli mirati al trovarsi un valido marito. Non si può davvero pensare che nel 1898 un uomo qualunque trovi indisponenti certi commenti, o che gli venga risposto "eh sai, lui è uno all'antica": nel 1898 quelli non sono commenti "all'antica"; quella è "l'antica"! Insomma, si sono inserite tematiche di genere (all'acqua di rose, ovviamente) un po' come jolly, per dare a Brando una fibra morale che non gli spetterebbe, per renderlo uno che "non è come tutti gli altri" (non tutti gli uomini?). Essendo una persona molto attenta e interessata a queste tematiche, è una roba su cui fatico a soprassedere. Anche perché non finisce qui. Questi temi, trattati in modo eccessivamente superficiale, non si esauriscono in una manciata di dialoghi usati per far scintillare Brando, ma si insinuano anche nella componente vampiresca della storia. Potevo accettare il taglio femminista accennato all'inizio, in cui la vampira costretta a nutrirsi sceglie appositamente degli uomini violenti come vittime, anche se un taglio giustizialista del genere è sempre da trattare con le pinze, di questi tempi. Ma il modo in cui è stata usata questa scelta narrativa non è abbastanza approfondito; dopo un po' si perde e viene lasciato da parte, non ha mai conseguenze né impatti sul resto della narrazione. All'inizio sembra un tema che sarà centrale, ma in realtà poi resta solo un accenno facilone e un po' acchiappaconsensi. Dopodiché, in questo romanzo l'unica violenza esistente nel mondo sembra essere quella di genere, unica violenza di cui sembrano capaci sia vampiri che umani. Oh, non fraintendiamoci; in quei tempi sicuramente la violenza sulle donne c'era ed era anche considerata poca cosa, o la norma, insomma. Ma non c'era solo quella e non era un tema sentito a livello globale, sicuramente non dagli uomini. Poi sì, certo, le donne non ne saranno state contente e il germe del femminismo poteva pure essere prossimo a nascere in loro, e non è impossibile fare un commentario sulla violenza di genere di quel periodo (mi viene in mente per esempio il meraviglioso The Abominable Bride). Il problema è che bisogna volerlo e saperlo fare, mentre qui è trattato, come ho già detto, in maniera troppo superficiale e facilona. Questi sono sicuramente stati i miei problemi maggiori con questa lettura. Purtroppo, il resto non è stato sufficiente a "salvare" la situazione, almeno per me. La tematica vampira l'ho trovata un po' un'occasione sprecata. I vampiri qua sono quelli estremamente classici, con connotazioni e caratteristiche che si rifanno appunto alla tradizione gotica. Personalmente, nel leggere una storia di vampiri di stampo così classico, io di solito cerco almeno un qualche twist più moderno e/o interessante, altrimenti faccio fatica a trovare qualcosa che sia all'altezza di tutto ciò che è già stato scritto, disegnato, pensato, girato, programmato, etc. È una tradizione già un po' troppo satura, per inserirvisi senza un guizzo distintivo. Il guizzo che ho trovato qui è stato quello del rapporto tra Lucrezia e Clelia, ma purtroppo è stata solo una scintilla, perché non è stato quasi per niente esplorato. L'amore non romantico ma filiale di un essere mortale nei confronti di un'umana, per quanto sicuramente non pioniere, sarebbe stato interessante, ma purtroppo Lucrezia si vede pochissimo e il loro rapporto si consuma in un paio di scene e una lettera strappalacrime finale. La storyline più interessante esaurita in un Odimo, per me è stato un peccato. Dico che era questa la storyline più interessante, perché purtroppo secondo me quella principale non era costruita in modo particolarmente efficace. Alla base di questo libro c'è una sorta di indagine, una linea narrativa mistery, che però fatica a coinvolgere e secondo me risulta un po' troppo ovvia. Nel momento in cui l'intero roster di personaggi ne comprende uno e mezzo oltre ai protagonisti, non è molto difficile intuire chi sia il colpevole, ecco. Troppi elementi poi sono lasciati nella vaghezza (la cura che sta studiando Clelia, gli strumenti per uccidere i vampiri, le loro origini), oppure accennati una volta e poi lasciati da parte. Inoltre, la storia si muove, come accade spesso, con l'espediente dei personaggi che semplicemente non si parlano. Emblematica una scena in cui lui scopre una cosa, lei pensa che abbia scoperto una verità sconvolgente su di lei, ma lui non mostra il benché minimo stupore e lei non pensa che sia furbo provare a chiedergli perché non sia sorpreso. Procedono quindi a muoversi per equivoci. Insomma. I due protagonisti di per sé non mi hanno particolarmente conquistata (forse è Galeno il personaggio migliore del libro). Non hanno grossi difetti nella caratterizzazione, né nella storia che si sviluppa tra di loro, ma purtroppo semplicemente non mi hanno presa. Sicuramente uno dei motivi è stata la bassa tolleranza che avevo nei confronti di Clelia che, per via della sua introspezione e, soprattutto, del modo in cui è esposta, mi è risultata eccessivamente lagnosa. Un problema che per me è stato particolarmente rilevante, ma che riconosco essere totalmente dovuto a una questione di gusti personalissimi, è stata appunto la prosa. È un tipo di stile che non fa per me, quello così prolisso e descrittivo. Nello specifico, l'ho trovato un po' esasperato: ogni singola linea di dialogo è seguita e/o preceduta da righe e righe di descrizione delle azioni del parlante e/o dei suoi interlocutori nei minimi dettagli; in ogni dato momento sappiamo cosa stanno facendo, dove stanno guardando, che espressione hanno in viso; e soprattutto, sappiamo perfettamente ed esplicitissimamente che cosa stanno pensando. Sempre. In ogni secondo, anche ripetutamente (e, nel caso di Clelia, spesso è lei che si dà della stupida per sette paragrafi consecutivi). Ora, io lo so che qui qualcuno si triggera se cito una certa tecnica narrativa molto famosa, per cui mi limiterò a dire che queste narrazioni così verbose e descrittive non sono il mio. Specialmente se ti viene detto proprio tutto tutto tutto, subito, sempre; dove nulla viene mai lasciato alla tua immaginazione, o interpretazione, o comprensione. Non il mio, decisamente, ma boh, gusti. Ho trovato anche il finale poco azzeccato, per via di come i protagonisti reagiscono agli eventi:
Senza fare spoiler, diciamo che l'ho trovato poco credibile, ma anche quella è una questione di gusto.
Concludo qui questa recensione molto onesta. Spero di non aver offeso nessuno, ma mi sono attenuta a ciò che ho trovato nel libro e nulla di ciò che ha scritto ha valenza personale nei confronti dell'autrice o di chi l'ha apprezzato. Mi spiace molto che a me questo libro sia piaciuto così poco, avevo delle buone speranze. Secondo me avrebbe beneficiato di un'occhiata un po' più attenta in fase di pubblicazione, una revisione un po' più intensa, forse; anche perché parliamo di un volume che a prezzo pieno costa 24€, e 15€ in ebook, non proprio due spicci. Va beh, per me una delusione, ma magari c'è qualcuno là fuori che potrà apprezzarlo più di me.
La penna di Sara Simoni ci trasporta in un’oscura e magica Torino di fine ‘800 dove i vampiri girano indisturbati tra gli umani e la giovane Clelia, unica donna iscritta all’università di Medicina, tenta di affinare le sue conoscenze per trovare una cura alla piaga del vampirismo. Il fatto che la sua matrigna sia un vampiro “buono” mi ha entusiasmata perché è una dinamica che non si trova spesso e di certo il personaggio di Lucrezia ha il suo fascino. E non dimentichiamo Galeno, che per me è stata una stilettata nel petto ogni volta che compariva… Anche Brando ha il suo perché e la sua caratterizzazione cozza molto bene con quella seriosa di Clelia. All’inizio le loro incomprensioni erano divertenti, anche se… Ho come l’impressione che dopo la metà il libro si sia un po’ perso per strada. Per quanto mi sia piaciuto, ci sono alcuni problemi che mi hanno fatta storcere il naso. Prima di tutto, l’ho trovato estremamente prevedibile. Così tanto prevedibile che se fate attenzione potete individuare il cattivo già dai primi capitoli. Il che uccide del tutto la tensione narrativa. Ok che gli easter egg sono stati geniali e un tocco di classe, ma hanno aiutato poco. Plus, per quanto abbia adorato Clelia e Brando all’inizio, dopo la metà la loro caratterizzazione regredisce a quella dei bambini dell’asilo. Alcune delle loro interazioni e sfuriate erano del tutto fuori luogo, così come la scena spicy totalmente fan service che poteva tranquillamente non esserci. Ok che è un romantasy e “ci si aspetta” qualcosina di più di un bacetto, ma considerando il contesto storico, la caratterizzazione dei personaggi e l’inserimento nella trama è stata… nonsense? Anche se la cosa più nonsense è il modo in cui i due hanno tutte le risposte davanti agli occhi e non ci arrivano manco per sbaglio. Insomma, non posso lamentarmi perché in sé la lettura è stata caruccia e lo stile della Simoni merita, ma la trama aveva bisogno di un po’ di lavoro in più.
più lascio questo libro "stagionare", più mi si abbassa l'indice di gradimento. allora. partiamo dai lati positivi, al di là di quelli estetici perché ogni dettaglio, dalla copertina ai bordi agli interni illustrati, è stupendo e curatissimo (anche se...perché Clelia senza occhiali?). io i protagonisti li ho apprezzati (all'inizio, ma questo è un altro discorso). non particolarmente originali né particolarmente sfaccettati, ma gli aspetti chiave della loro personalità sono esplorati bene. ho apprezzato il rapporto tra Lucrezia e Clelia, che è il più complesso e contraddittorio tra quelli presentati. peccato che venga lasciato cadere in favore della ship. che è carina, per carità, ed è ciò che ti devi aspettare. ma finisce per seppellire ogni altro rapporto o plot point. l'opportunità di esplorare le emozioni contrastanti di Clelia viene accantonata perché la madre muore di una morte strappalacrime, e allora va tutto bene! e con la sua morte si chiude anche ogni possibilità di avere informazioni sul mondo dei vampiri, che dovrebbe essere al centro della narrazione. a fine libro non abbiamo risposte né sulla cura, né sul passato di Lucrezia, né sul simbolo che compare misteriosamente sulla facciata del palazzo, a parte qualche toppa vaga messa lì, e che regge per circa cinque minuti dopo aver chiuso il libro. i protagonisti inciampano sugli indizi (vedi il figlio del conte Ventimiglia che compare in biblioteca, droppa un indizio e scompare), e qualsiasi interrogativo ulteriore tali indizi possano risvegliare non è importante. insomma, un mistero in cui il mistero non conta niente, ma è il teatrino gotico in cui Brando e Clelia dicono cose del tipo "noi siamo la luce che sconfigge le ombre", "la notte non è dei mostri, ma solo nostra", ed è per questo che dico che loro due li preferivo nella loro fase yearning, perché poi diventano insopportabili. 5 pagine a descrivere la sensazione incredibile di ballare con lui MA SVEGLIATI SIETE IN CASA DI UN CAZZO DI VAMPIRO. e gran finale di Brando che si ritrova vampiro e tutto sommato accetta la cosa in maniera molto chill, "perché così ha la sua seconda occasione con Clelia". ...sì, l'uomo a cui un vampiro ha ucciso il padre davanti agli occhi. poi, grande questione parolacce e tono della voce narrante: a me non hanno dato fastidio come ho letto in altre recensioni. sì, nessuno parlerebbe così a fine '800, ma non mi aspettavo nulla di diverso dal libro in questione, che si presenta come un libro di intrattenimento. forse non ci si può nemmeno aspettare che in un libro uscito nel 2025 ma ambientato nel 1898 si usi lo stile dei Miserabili. mi ha molto più deluso il fatto che Torino e il mondo della medicina non fossero altro che cartonati per fare scena. le conoscenze mediche di Clelia vengono tirate fuori solo quando analizza la ferita di Brando, e per il resto diventano un po' una sua attrattiva sadomaso à la "dissect me babygirl". e Torino. la mia beloved Torino non si percepisce, è slavata, i luoghi sono appiccicati lì a caso e non sono evocati, ma spiattellati nell'indicazione a inizio capitolo. l'indagine si sarebbe potuta benissimo svolgere a New York, Parigi, Bari, se si sostituisce l'occasionale agnolotto con il pastrami o la soupe à l'oignon o le orecchiette alle cime di rapa. cosa veramente assurda se si pensa che, in pieno stile scrittura immersiva, nel mezzo di una scena piena di tensione la voce narrante ci tiene a farci notare gli intarsi del tavolino. Torino è LA città esoterica per eccellenza, esistono interi libri dedicati ai luoghi in cui si incrociano flussi di energia, alle sue leggende, alle logge massoniche e via così, e nessuno di questi luoghi viene menzionato. è un'occasione sprecata ENORME. scrivi di occulto e soprannaturale a Torino, i tuoi personaggi passano da Piazza Statuto e non menzioni nemmeno una volta la leggenda dietro la statua che lì si trova? per fare un esempio. altra cosa che non mi ha esattamente dato fastidio, ma che poteva essere sfruttata per creare realismo e tensione narrativa, è che tutti gli uomini sono misogini (hence l'insensatezza della frase "è un uomo all'antica" perché no, letteralmente è il pensiero dominante), tutti tranne Brando (e il proprietario della mescita, shotout, you'rea real one) che così diventa il bianco cavaliere moralmente superiore. okay, ma improbabile. in qualche modo deve essere vittima del suo tempo. altrimenti sembra un femminista del 2025 risputato un secolo e mezzo prima. e stessa cosa con la descrizione dei problemi del tempo: l'unico tipo di violenza che sembra esistere è quella di genere. sarebbe stato interessante se fosse stata l'unico tipo di violenza di cui Clelia si accorgeva, mentre Brando si accorgeva solo della violenza di classe. sarebbe stato uno scontro di mondi credibile che li avrebbe fatti crescere entrambi. invece le loro differenze vengono accantonate non appena si rendono conto che vogliono bombare idk. poi vabbè mi pare superfluo dire che questi due hanno problemi di comunicazione a livello comico e che se si fossero parlati un pelo prima il libro avrebbe avuto 100 pagine e un paio di morti in meno.
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Meraviglioso! Soprattutto la seconda metà, man mano che l'indagine va avanti, che si iniziano a collegare i puntini, sarà impossibile da lasciare giù. Ambientazione, personaggi, dramma, romance, crescita: tutto perfettamente dosato!
3.75 ⭐ La cosa che mi colpisce di più dei libri di Sara Simoni sono i personaggi, che non sono mai macchiette derivative del romantasy americano, dei tropi e dei cliché che vanno di moda adesso, ma sono sempre ben descritti, imperfetti e anche inaspettati. Sicuramente inusuali per il genere, così anche come la storia d’amore che è sempre molto delicata, lenta e basata sul rispetto reciproco prima di tutto, più che sull’attrazione fisica. Secondariamente, ho apprezzato molto l’ambientazione, quindi la ricostruzione storica della Torino di fine 1800. Sembra davvero di immergersi in un altro tempo. Non penso però che sia un libro perfetto. Il finale mi è sembrato arrivare troppo repentinamente, e mi è parso alquanto sospeso per essere un autoconclusivo. Inoltre, esclusi Brando e Clelia, gli altri personaggi sono sviluppati pochissimo. Sono rimasta soprattutto delusa dal personaggio di Lucrezia, che rimane sempre una presenza molto distante. Comunque sia, credo che Sara Simoni sia una delle autrici più valide per quanto riguarda il fantasy/romantasy italiano! I suoi libri sono sempre originali, immersivi, romantici. Adesso devo assolutamente continuare la trilogia della Mesmerista, Bas e Lena mi chiamano.
“Non volevo che vincesse.” Le labbra cineree di lui tremarono. “Non volevo che fosse più forte di quello che provo per te.” - Non ho veramente parole. Questa storia è stata meravigliosa dalla prima all’ultima pagina e mi ha appassionato in una maniera incredibile. Personalmente ho trovato la trama alquanto originale ed ero estremamente curiosa di vedere sempre cosa sarebbe successo, infatti l’ho finito in pochissimo; sono un po’ dispiaciuta perché questa storia mi mancherà, mi ci sono molto affezionata. Ho riso, ho pianto, e sono stata intrattenuta dalla splendida storia di Clelia e Brando, che mi porterò nel cuore sempre. Mentre loro si innamoravano mi sono innamorata anche io della loro storia d’amore mozzafiato. Ho trovato il mischiarsi dell’elemento romantico con la trama principale calibrato al punto giusto, era tutto perfetto e coerente, l’ho semplicemente adorato. Inaspettatamente mi sono tremendamente affezionata al personaggio di Lucrezia (questo rapporto madre e figlia in particolare mi ha fatto emozionare da morire) e ho temuto per lei fino all’ultimo. Il finale mi ha fatto sinceramente venire i lacrimoni. Ho provato tantissimi sentimenti durante la lettura e vorrei già tornare a pagina uno, mi è piaciuta veramente tantissimo. Un’altra cosa di cui mi sono innamorata oltre alle ambientazioni spettacolari e gli incredibili colpi di scena (pensavo di aver capito tutto ma non avevo capito proprio niente), è stata la scrittura dell’autrice, che mi ha incantata da subito. L’eleganza del nome “Clelia”, penso veramente di aver sentito pochi nomi più belli di questo. Delicato e particolare, come la protagonista. Ho solo belle parole per questo libro, davvero. Che bello!!
Sono trascorsi mesi da quando ho letto (divorato, perché si fa divorare) questo libro e in tutta sincerità non ero sicura di voler pubblicare la recensione, perché se da una parte mi piace essere sincera sulle letture che faccio, dall'altra mi si attorciglia lo stomaco all'idea di esprimere perplessità su un libro così ben apprezzato e di una penna italiana che stimo tantissimo per diversi motivi. Però ci sono anche tanti elementi interessanti e credo che potrebbe piacere a diverse persone, quindi alla fine eccomi qui. Chiedo scusa in anticipo per la lunghezza.
SCSAO è una storia che ragiona e ci fa ragionare su una domanda secondo me molto potente: che cosa ci rende umani e cosa mostri? Qual è il confine? E quanto siamo disposti a superarlo se si parla di amore o giuste cause? Lucrezia è, agli occhi di tutti, la seconda cosa: una creatura nata dal male per fare del male; eppure si prende carico di una bambina e di un gatto, e che per rimanere in vita – con quella contraddizione meravigliosa che sono i vampiri – sceglie di togliere quella di chi secondo lei se lo merita. Clelia è un'umana che è dilaniata dall'amore per la matrigna e quello che fa per aiutarla a sopravvivere: è dunque un mostro anche lei? O sono mostri solo coloro che compiono atti di viølęnza per il solo gusto di farlo? Insomma, è un tema succosissimo e mi ci ficco sempre di testa quando lo trovo. Datemene ancora e nessuno si farà male!
Inizio col dire che mi è piaciuta molto la penna di Sara Simoni ne La Mesmerista, quindi immaginavo che il suo stile mi avrebbe colpita di nuovo. Le premesse sono molto intriganti: si prende il trito e ritrito vampiro e lo si declina attraverso un tema molto attuale (sebbene la storia sia ambientata a fine Ottocento), ovvero la violenza di genere e il giustizialismo. Un tema molto oscuro e anche audace, se vogliamo dirla tutta, perché ha bisogno di delicatezza e attenzione nell'essere trattato, per non cadere nella banalità; purtroppo, però, si è un po' perso per strada. Altro spunto interessante è la ricerca di Clelia (innamoratissima di questo nome, btw) su una possibile cura del vampirismo; un'altra cosa che viene citata molte volte, ma alla fine si esaurisce nel vuoto, specie nel finale, e non ci dà risposte.
La trama è un po' traballante e il mistero non può definirsi tale. Da una parte abbiamo la totale ingenuità di una che per tutto il romanzo pensa che Lucrezia possa essere l'unico vampiro esistente al mondo – quando, tra l'altro, si capisce subito chi sia il colpevole appena compare per mezzo secondo (non è nemmeno considerabile come spoiler perché davvero, lo si capisce nei primissimi capitoli – a meno che non fosse questo l'obiettivo? Farlo capire a noi ma non ai personaggi?) Avrei capito se le vittime fossero state tutti uomini orribili in vita, perché lì il seme del dubbio potrebbe anche germogliare. Dall'altra, abbiamo una serie infinita di incomprensioni tra la coppia principale che mi ha frustrata immensamente. Ma ormai lo sapete, io e il tropo del fraintendimento non andiamo d'accordo, specie se tutto si basa su quello. Also, perché
Il rapporto tra Clelia e Lucrezia è davvero interessante: un perfetto mix di amore e tossicità – di sicuro è la relazione più bella di tutto il romanzo e mi ha fatta versare qualche lacrimuccia. Avrei voluto fosse esplorata di più, ma è un romantasy, quindi è giusto che l'attenzione sia sulla coppia principale. È che c'è tanto malsano affetto tra queste due, ma si è visto poco ed è stato, a mio avviso, reso quasi inutile dai timori e dai dubbi che Clelia nutre nei confronti della matrigna. Lucrezia è la persona di cui si fida di più al mondo, quella che le ha letteralmente salvato la vita e che in tutti quegli anni non le ha mai dato prova di essere per lei un pericolo, e poi le tiene nascoste cose perché ha paura della sua reazione o pensa che in realtà sia un mostro? Clelia, mannaggia a te.
La coppia non mi ha fatta impazzire come Lena e Bas, anche se ho amato il fatto che non fosse il classico umanx/vampirx. All'inizio mi stavano piacendo parecchio, poi sono diventati infantili e mi hanno persa. Carini i battibecchi, ma non ho sentito la chimica. La scena spicy, in tutta onestà, l'avrei evitata per diversi motivi – situazione e contesto storico in primis; ma è stata scritta bene (e lo dice una che quando legge scene di sęssø in italiano vorrebbe lanciare sempre il libro dalla finestra). Come già detto, ho apprezzato molto i dubbi di Clelia sul giusto/sbagliato e l'amore per la matrigna, ma per il resto si lagna troppo e non comunica. Brando, invece, è una boccata d'aria fresca e questo idiota squattrinato mi è piaciuto molto. Sara è sempre bravissima a scrivere green flag. Lucrezia, infine: ti ho amata tantissimo e tu con Galeno, il gatto vampiro, siete stati la parte migliore del romanzo. Ne voglio di piùùù!
So che la ricerca storica è stata oggetto di grande studio da parte dell'autrice ma, per quanto si percepisca sulla superficie, in realtà viene un po' annullata dalla città in cui i personaggi si muovono (non conosco Torino, ma per me poteva essere ambientato anche Roma o a New York che poco sarebbe cambiato) e soprattutto dal linguaggio usato. Lo stile di scrittura, che è vivido come sempre, mi è sembrato però fuori luogo in diverse parti, sia in quelle introspettive che nei dialoghi; non l'ho trovato adatto né all'epoca, né all'estrazione sociale dei due protagonisti, né al tono elegante della narrazione.
Sempre in tema ambientazione, il worldbuilding è solo accennato; non dico che si dovesse scendere nei dettagli, ma almeno un'infarinatura sugli altri vampiri? Come e quando sono nati? Si potranno davvero curare? Ce ne sono altri? E se sì, perché solo Brando è convinto della loro esistenza? In generale, ci sono un sacco di domande che rimangono senza risposta – e non mi riferisco solo al finale aperto, perché questi se fatti bene li apprezzo.
A proposito di finale, mi è piaciuto a metà (tralasciando il piano che avevano per stanare il cattivo; avrei da dire anche su quello, ma evito spoiler). Da una parte ho adorato che un certo personaggio faccia per amore esattamente il contrario di ciò che ha sempre fatto durante la sua esistenza e il conflitto che questa scelta dovrebbe scaturire nella persona che la subisce; dall'altra, tale conflitto è stato risolto velocissimamente, e data la storia di quest'altro personaggio mi sarei aspettata più rabbia, rancore e disgusto rispetto a ciò che è successo. In ogni caso, finale illegale. Ci sarà un seguito forse?
In sintesi, è un romanzo che aveva un potenziale ENORME e che secondo me non è stato sfruttato, né ha saputo osare. Forse è stato venduto con le premesse sbagliate e la grafica giusta (è davvero bellissimo!), e se lo avessi letto aspettandomi fin dall'inizio un romantasy senza troppe complicazioni e approfondimenti lo avrei apprezzato di più; o forse sono io che sono una rompiscatole su certi aspetti e mi rovino la lettura da sola, che è probabile.
Anche se non mi ha coinvolta come speravo, sono sicura che potrebbe piacere tantissimo a qualcunx di voi e mi sento comunque di consigliarlo, perché scorre che è una meraviglia ed è ottimo per il periodo spooky/autunnale.
DNF. Sarebbe la storia di una vampira "buona" che uccide solo uomini violenti con le donne in quel di Torino nel 1898 e dell'improbabile romance tra la figlia adottiva di lei e un giornalista che indaga sui misteriosi omicidi di cui la vampira è responsabile.
1) Okay, ma perché soltanto uomini violenti contro le donne? E un uomo che uccide un bambino? E gli uomini pedofili? E una donna che uccide un uomo? Ah, no, dimenticavo che non sono il tema acchiappa-consenso del momento. Se proprio si vuole fare, bisognerebbe approfondire la cosa in modo adeguato e non buttarla lì così, come se si ammazzassero mosche. Magari quelle che si entusiasmano sono le stesse (parlo al femminile solo perché il pubblico di questo libro è inevitabilmente quasi solo femminile) che poi si indignano per la giustizia privata in quei paesi dove basta andare al supermercato per comprare un fucile. Trovo che sia estremamente pericoloso banalizzare in questo modo un argomento tanto importante come la violenza sulle donne. 2) Ci sono tanti di quei buchi di trama che praticamente non è un libro, ma uno scolapasta. Tanto per citarne uno: il giornalista che indaga sulle morti causate dal vampiro di Torino trova un indizio sull'ultimo luogo del crimine e che fa? Lo scrive sul giornale, giusto per avvisare il vampiro e dargli la possibilità di scappare. Ma dai. O ancora: la vampira, Lucrezia, fugge da un compagno violento (vampiro anche lui) e invece di andarsene chissà dove resta a vivere nella stessa città dove vive anche lui, giusto per farsi scoprire. Che poi Torino è piccola, non è l'Australia, possibile che non si siano più incontrati per decenni e decenni, che nessuno dei due abbia mai sentito parlare dell'altro o avuto il minimo sospetto che ci fosse un altro vampiro in città? Boh, questi sono i vampiri più scemi della storia della letteratura. 3) I personaggi parlano, pensano e si comportano come se fossero nel 2025, anche se poi vanno in carrozza e indossano gonne ampie (giovani donne che hanno rapporti sessuali prima del matrimonio senza battere ciglio, come se fosse normalissimo). 4) Il world building non esiste. Da dove vengono i vampiri? Esistono altre creature sovrannaturali? Boh, chi lo sa. 5) Non vi pare che sia sufficiente così?
I miei tentativi di trovare un buon fantasy italiano per il momento si fermano qui. Resto sistematicamente delusa, quindi mi arrendo, come ho fatto con questo libro.
Non avevo in mente di leggere altro di Sara Simoni, perché nonostante la ritenga un'autrice validissima non rientra nei miei gusti, soprattutto a livello di stile. Tuttavia, la premessa di questo libro associata al dark era davvero troppo ghiotta per passarla e quindi eccomi qui.
Prima di leggerlo mi sono ritrovata diversi commenti negativi a riguardo, cosa che mi ha sorpreso proprio conoscendo già l'autrice. Dopo averlo letto e dopo aver letto anche i commenti ho capito quale è il problema, cioè il marketing legato a questo libro. Se sponsorizzi in maniera molto pressante che sia ambientato in un determinato periodo storico e in una determinata città italiana, il pubblico si fa determinate aspettative. Lo capisco benissimo, mi è successa la stessa cosa con "Stelle e Ottone" che guarda caso è della stessa casa editrice. Questo è un romance, l'attenzione è su quello, il resto è un contorno, è atmosfera. Parliamoci chiaro, fa molto più figo in un romance se i due protagonisti devono infiltrarsi a un ballo nell'ottocento che nel 2025, soprattutto se lo ricolleghiamo alle legende sui vampiri. Quindi no, non da aspettarsi chissà che storico, chissà che approfondimento del vampiro, io per fortuna lo sapevo e non ne sono rimasta delusa.
Veniamo quindi alla parte fondamentale: il romance. E' fatto bene? Sì, molto. I due protagonisti assieme funzionano davvero bene, i loro dialoghi sono simpatici, ho anche riso in diverse occasioni, e sebbene la tensione sia meno alta di quello che la premessa sembra far credere, funziona. Loro due funzionano, sono due caratteri molto buoni da gestire assieme.
Questo fino a metà. Poi non lo so cosa succede, ma ho trovato che il libro abbia perso completamente la bussola. Iniziano a esserci una serie di situazioni equivoche che si potrebbero risolvere se i personaggi avessero reazioni sensate, invece no, uno dice cosa A l'altro capisce B e l'equivoco prosegue. E' già senza senso la prima volta, il fatto che succeda tre volte di seguito lo rende ridicolo e mi ha fatto del tutto calare la tensione del climax in una maniera che non riesco a spiegarvi, proprio non me ne fregava più nulla perché si era arrivati a quel punto per nessuna ragione tranne che per forzature. Non aiuta che pure il resto del climax non l'abbia trovato così eccezionale, perché benché più sensato l'intero punto di tensione fra i personaggi mi è sembrato risolto all'acqua di rose perché c'era altro di cui occuparsi. Anche il finale non mi ha convinto, non mi pare in linea con il tema che si è voluto esplorare (e che purtroppo finisce per non riguardare la violenza di genere come la premessa sembrava far credere) e che quindi non sia riuscito a salvare la baracca.
Faccio una considerazione più generale. L'autrice ha fatto una premessa con la sua storia ma poi, all'interno del testo, ci è andata giù molto meno pesante di come sembrerebbe far intuire. E io, alla fine della storia, ho pensato che questo l'avesse annacquata. Per il mio gusto personale sarebbe stato molto più interessante se Clelia non avesse avuto sensi di colpa per quello che faceva (alla Dexter, per intenderci), se il padre di Brando fosse stato come le altre vittime, se non ci fosse stato quell'altro punto di trama. Penso che sarebbe stata un'ottima occasione per parlare della violenza di genere e del giustizialismo (perché sì, anche nei romance puoi parlare di temi seri), si poteva far evolvere Brando evitando di farlo essere "non come gli altri uomini all'antica". Ovviamente non posso incolpare l'autrice per aver voluto scrivere la storia a modo suo (al massimo, come ho detto, posso giudicare che non ho trovato il finale conforme al tema di cui lei voleva parlare) tuttavia non ho potuto fare a meno di pensare che ci sia stato poco coraggio in questo libro. Considerando che non è propriamente YA, credo che più errori e più moralità grigia avrebbero giovato (non per nulla quello che risalta è proprio la figura di Lucrezia e il suo rapporto con Clelia).
Poi oh, continuo a sostenere che Sara Simoni sia un'autrice validissima e continuerò a consigliarla a chi cerca buoni romantasy (e fra i libri pubblicati dal CastoroOff questo mi è comunque sembrato il migliore), è solo che speravo di migliorare la mia valutazione personale, soprattutto perché questa volta lo stile non mi ha dato fastidio come temevo.
Stavolta l’estetica supera il contenuto, per quanto mi riguarda. La trama, molto intrigante. La copertina, incredibile, per non parlare dei risguardi illustrati. Ma la connessione tra me e questo libro è stata blanda, e in gran parte a determinarlo è stato lo stile dell’autrice. Per i miei gusti, troppe descrizioni futili e inserite nei momenti meno opportuni. Amo le descrizione ben fatte, le pennellate accennate e necessarie che restituiscono l’atmosfera tangibile della storia, ma cosa m’importa di sapere se un tavolo o un orologio sono intagliati nel bel mezzo del movimento di un personaggio? O cosa sta facendo ogni singolo passante mentre un altro personaggio attraversa la strada? Descrizioni non indispensabili nel bel mezzo delle azioni o dei dialoghi, no grazie.
E poi il linguaggio. Non posso darlo per certo, ma credo che termini come “mer*a” e “ca**o” non passassero molto facilmente nella mente di un giovanotto di fine Ottocento. Non capisco perché quando si racconta dal punto di vista maschile, inevitabilmente ci siano turpiloqui, come se automaticamente questo rendesse più credibile la loro “virilità”. Non è il primo libro che leggo che abbraccia questa ingenuità.
E poi scene lasciate cadere all’improvviso (esempio: Clelia nella biblioteca di Palazzo Ventimiglia con il figlio del Conte, che si presenta anche, per poi scomparire un istante dopo e non tornare mai più, giusto per darle un’informazione di vitale importanza), una serie infinita di immagini stereotipiche che tolgono unicità alla storia e un finale che mi lascia perplessa: Brando si trasforma nel peggiore dei suoi incubi, nello stesso essere cui ha dato la caccia per tutta la vita. La sua reazione, tutto sommato pacata, mi pare a dir poco inverosimile.
Ciononostante, in alcuni momenti la storia è riuscita a farmi emozionare, nei suoi passaggi più dolorosi e drammatici. Il messaggio di un amore puro che riesce ad andare oltre il male è giunto a destinazione, ma come ovattato e depotenziato da una storia piuttosto lenta per le prime duecento pagine. Ecco quello che mi è mancato di più: ritmo, accuratezza, immersività.
Ed infine, molti punti restano ambigui. Tra questi, Lucrezia muore perché ridotta quasi in pezzi, Sallier a causa del sangue corrotto iniettato da Clelia. Ma viene anche dato alle fiamme, al contempo. Dunque la “cura” di Clelia conduce alla morte o avrebbe solo indebolito il vampiro? O lo avrebbe riportato alla sua natura umana? Ora che Brando è un vampiro potrebbe usare la cura su di lui? Cosa succede ai servi una volta che il padrone vampiro è morto? Effettivamente, qual è la storia di Lucrezia e Sallier, del loro stemma? Cos’era Palazzo Ventimiglia all’epoca in cui vi campeggiava lo stemma del cuore circondato di spine? Se Lucrezia e Sallier vi abitavano com’è possibile che lui, un vampiro cacciatore, non l’abbia trovata se era “nascosta” nella stessa città? In che modo Lucrezia ha perso un occhio? Sono stati gli uomini che l’hanno aggredita? E la famiglia di Brando? Esiste solo come sfondo e quando lui torna per un periodo a lavorare presso il fratello – tempo di un capitolo – non sappiamo assolutamente nulla di come ci sia arrivato, delle reazioni dei familiari al suo ritorno e alla sua ripartenza immediata. Certo, forse non era nelle intenzioni dell’autrice dare importanza a questi aspetti, e il lavoro e le scelte di un autore, affiancato da un team corposo, vanno sempre rispettate. Ma da lettrice mi restano troppi buchi da colmare e questo fa si che la storia non mi pervada completamente.
"Segreti che sussurriamo alle ombre" aveva tutte le carte per conquistarmi: l’ambientazione torinese di fine Ottocento e il tono gotico promettevano molto. In realtà, però, la storia vira più sul romance, che non è il mio genere prediletto.
Non ho trovato i personaggi particolarmente coinvolgenti, fatta eccezione per la dinamica tra Clelia e Lucrezia, che resta l’aspetto più interessante. A circa metà lettura ho perso interesse e sono andata avanti più per inerzia che per curiosità. Il finale, purtroppo, non mi ha convinta e ha lasciato un senso di delusione.
Un romanzo con buone premesse, ma che non ha saputo mantenere le aspettative.
Mi sono incagliata nella lettura di questo libro fin troppo tempo, basta. Sono arrivata a metà e purtroppo ho capito che questo libro non è riuscito a catturarmi per niente. I personaggi mi risultano piatti e noiosi, la ship citofonata dal primo istante e senza un minimo di trasposto (sono una ship semplicemente perché si incontrano. Punto.) e l'unico rapporto più interessante non viene minimamente esplorato. Si capisce benissimo che gli omicidi non sono commessi da Lucrezia e non c'è un vero intreccio che porti a pensare diversamente, ma nonostante questo viene creata un'indagine sul nulla cosmico. E poi oh, hanno stufato queste protagoniste toste forti indipendenti che nel 1800 fanno cose da uomini e non vogliono essere trattate con sufficienza. Non è così che si caratterizza un pg femminista e anticonformista. È un gran peccato perché le premesse mi interessavano molto.
Quando ha annunciato l’uscita di “Segreti che sussurriamo alle ombre” sapevo che lo avrei comprato a occhi chiusi, e non solo perché sono una grandissima fan del suo stile di scrittura: gli elementi della trama hanno fatto tutto il resto.
Vampiri a Torino, una giovane donna che si barcamena nel mondo della medicina (che nel contesto di fine Ottocento è ancora un ambiente maschile e maschilista), un giornalista ossessionato dalla sua sete di vendetta e ricerca della verità, un rapporto complicato tra madre/figlia, il trope del reluctant allies, segreti e omicidi… Count me in.
Il libro scorre, le vicende sono credibili e la storia d’amore funziona, non andando mai a oscurare il focus principale della trama. Credo, però, che il tema principale di “Segreti che sussurriamo alle ombre” sia proprio il rapporto genitoriale tra Lucrezia e Clelia. Senza fare spoiler, senza tenere conto della faccenda del vampirismo, c’ho visto tutta la questiona legata alla caduta degli eroi che, prima o poi, ognuno di noi ha sperimentato in qualche modo. Ci sono stati due pezzi in cui mi sono commossa.
Mi permetto di consigliare questo romanzo gotico a chi ha amato “La legge di Lidia Poët” per alcune dinamiche (e, visivamente parlando, “Crimson Peak” di Guillermo del Toro e “Dracula di Bram Stoker” di Francis Ford Coppola).
P.S. Sara, citare i mesmeristi… IO SO COSA STAI FACENDO.
La storia è carina, mi è piaciuta molto la storia iniziale con cui ha fuso l’elemento fantasy con i fatti di cronaca ahimè ancora attuali riguardanti la violenza domestica. In alcuni momenti ho avuto anche un po’ di paura e tensione. La scrittura è bella, scorrevole e si vede che dietro c’è tanta ricerca. Tuttavia ho trovato il tutto senza troppi slanci e in alcuni momenti un po’ piatto. Il finale molto affrettato e poco realistico! Brando insegue i vampiri per tutta la sua vita perché uno gli ha ucciso il padre davanti ai suoi occhi quando era bambino e ora si ritrova trasformato da un giorno all’altro e lo accetta come se fosse una cosa normale senza nemmeno prendersela un attimo? La scena spicy l’ho trovata davvero cringe!
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4.25 ⭐️ Quando non ci si riesce a staccare da un libro e ogni pagina fa voltare alla successiva, direi che l’autore/autrice ha fatto molto bene il suo dovere. Sara Simoni mi ha trasportato in una Torino oscura di fine 1800 tra indagini, strani omicidi e vampiri. La parte mystery forse si è lasciata “sgamare” un po’ troppo presto. La parte romance invece è ben costruita, credibile e sensuale senza mai risultare imbarazzante…una rarità nel panorama del genere ultimamente 🫢 Clelia e Brando sono super intriganti come personaggi, non banali. Mi piacerebbe leggere ancora di loro…chissà ☺️
3.5 🌟/5 Un romantasy ad ambientazione storica, stand alone, dalle atmosfere suggestive e misteriosi. Vampiri, sangue e amore, ma soprattutto coraggio. Per chi ha amato Quel che nasconde il fiume, questo libro lo adorerà! Una bella prosa ma soprattutto un finale sconvolgente 🔥
DNF 40% Mi dispiace tantissimo mollare questo libro, le premesse c’erano tutte, studentessa di medicina, fine 800, vampiri, edizione ed edges stupendi. Il problema è che per me l’inizio non ha mai ingranato, fino a pagina 150 ho avuto la sensazione che non succedesse nulla. Ho cercato di sforzarmi di concluderlo almeno per avere una idea generale della storia però questa cosa mi stava facendo finire in un blocco del lettore potentissimo e ho bisogno di salvaguardarmi, e soprattutto in questo periodo, leggere cose mi piacciano davvero. Non nego che in futuro potrei dargli una nuova possibilità
Purtroppo questo libro è stata una delusione. Era partito bene, ma mi ha persa per strada.
Clelia dovrebbe essere così intelligente, e non le passa neanche per l'anticamera del cervello che possano esistere altri vampiri oltre a Lucrezia.
Comunicazione pessima tra i due protagonisti (che va oltre i segreti che ovviamente Clelia sta celando) e poi all'improvviso frasi tipo "nessuno mi ha mai capito/a come lei/lui" e "eravamo una così bella squadra".
La spiegazione di Lucrezia poi, boh: decidi di scappare da tuo marito vampiro, hai soldi da parte, e rimani nella stessa città? Anche se alla fin fine mica ho capito lui come li abbia trovati. Ma magari lì ho perso un pezzo io...
Il piano finale faceva acqua da tutte le parti, e ha funzionato comunque (ma un vampiro centenario può essere così lento che un'umana riesce a pugnalarti con una siringa e a premere lo stantuffo prima che tu reagisca?).
Le ultime 60 pagine mi hanno sfinita al punto che non credo questa recensione sia neppure del tutto coerente.
Un vero peccato. L'edizione è così bella.
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Era da un po’ che non leggevo un fantasy dalle note noir e gotiche e posso solo dire che mi è piaciuto un sacco, ho persino rischiato di perdere la fermata del treno, tanto ero presa dalla lettura. La scrittura di Sara Simoni è magnetica, mi piace come sia sempre ricca di dettagli. Ho amato la protagonista, un personaggio morally grey secondo me molto ben scritto. Piccolo appello all’autrice: necessito di qualche side story, non può veramente essere finito così
Fin da quando questo titolo è stato annunciato, ho subito deciso che dovevo leggerlo. Da amante del genere gotico e dei racconti aventi per protagonisti i vampiri, un romanzo di questo tipo ambientato in Italia ha ovviamente risvegliato la mia curiosità. "Segreti che sussurriamo alle ombre" è un fantasy dalle tinte gotiche che intreccia abilmente la componente romance con quella più fantastica e mystery, il tutto all'interno della suggestiva cornice della Torino di fine ottocento. Protagonista di questa avventura è Clelia, unica studentessa di medicina all'università, che nasconde un oscuro segreto. La sua matrigna Lucrezia è infatti una vampira, che si nutre di uomini violenti, che si procura proprio con l'aiuto della figlia. Tuttavia, la pericolosa routine in cui Clelia è intrappolata viene spezzata dalla comparsa di Brando, un giornalista che sta indagando su alcuni omicidi. Il giovane è infatti convinto che ci sia un vampiro in città ed è intenzionato a far emergere la verità. Sebbene si tratti di un romanzo autoconclusivo, ho trovato "Segreti che sussurriamo alle ombre" un titolo ricco e ben costruito, ad eccezione di qualche piccola ingenuità. A mio avviso sono due gli elementi che fanno brillare questo racconto: l'ambientazione e i personaggi. Riguardo la prima, ho apprezzato tantissimo la scelta del contesto in cui collocare le vicende. La Torino di fine ottocento ricostruita dall'autrice è un mondo vivido e tridimensionale, una città piena di misteri e contraddizioni che diventa il perfetto scenario in cui ambientare un romanzo gotico. Un luogo ricco di contrasti sociali, dove un'aristocrazia che rimane ancorata ad un mondo patinato di facciate e privilegi ormai in declino si scontra con una classe più povera e indigente che lotta per sopravvivere. Gli scenari descritti sono realistici, frutto di un grande lavoro di ricerca dell'autrice. Troviamo scorci di diversi angoli della città, fra salotti nobiliari e quartieri periferici, prestigiose università e locali malfamati. Menzione speciale per l'esposizione universale, che diventa teatro di importanti avvenimenti. La Torino che ci viene mostrata è una città pervasa dal cambiamento, in cui il progresso incombente fa a pugni con il velo di decadenza che pervade ogni cosa. Il fascino oscuro di questa Torino la rende un'ambientazione perfetta per parlare di vampiri, e non ha nulla da invidiare alle più note - e anche abusate - Londra o Parigi. Inoltre, ho adorato anche la rappresentazione dei vampiri, che si rifà alle leggende originali su queste oscure creature. Interessante è poi l'inserimento di un punto di vista più medico e scientifico in riferimento alla condizione stessa del vampirismo. In questa cornice si muovono i tre protagonisti della storia: Clelia, Brando e Lucrezia. Punto forte del romanzo, li ho apprezzati tantissimo tutti. Sono caratterizzati ottimamente, al punto da sembrare quasi persone vive pronte a saltare fuori dalle pagine. La prima che incontriamo è Clelia, una ragazza determinata e coraggiosa, che persegue con forza il suo sogno di diventare medico. Clelia è costretta a scontrarsi con una società fortemente maschilista, che la sminuisce di continuo e cerca di ostacolarla in ogni modo, in quanto non vista conforme all'immagine femminile comune. Eppure, tutto questo non fa che rendere la giovane ancora più salda nei suoi propositi, dimostrando un'eccezionale forza d'animo. Ciò che ho apprezzato di Clelia è che non ricalca quello stereotipo iper-riutilizzato della donna forte perché ribelle e guerriera. Clelia è una persona comune, un'umana cresciuta con un vampiro, e ciononostante è forte perché crede fermamente nei suoi sogni e lotta affinché si possano realizzare. E parimenti sarebbe sbagliato ridurla soltanto a questo, in quanto Clelia ha un suo lato oscuro. È un personaggio dalla moralità ambigua, dilaniata dal dilemma fra ciò che la coscienza le impone e il sentimento profondo che la lega alla matrigna. È giusto aiutare la vampira a uccidere uomini violenti che facevano del male a donne innocenti? Si tratta di una giustizia necessaria, di fronte all'omertà delle autorità competenti, oppure di omicidio da condannare in ogni caso? Come era accaduto per "L'avvelenatrice di uomini", anche qui l'autrice non ci dà una risposta. Si limita solo a mostrarci stralci di un'umanità fragile e combattuta, dove non esiste il bene e il male, ma solo persone (e vampiri) che cercano di sopravvivere e proteggere coloro che amano. A fianco di Clelia troviamo Lucrezia, forse il personaggio meglio riuscito della storia. La vampira che si prende cura di Clelia e del suo gatto nero Galeno. Anche Lucrezia è un personaggio ambiguo, con una moralità tutta sua, che oscilla fra giusto e sbagliato. Non posso rivelare molto su questo personaggio per non fare spoiler, ma la sua storia mi ha molto toccata, pur nella sua tragica semplicità. Lucrezia è sia vittima che carnefice, sia mostro che salvatrice. È un personaggio che scopriamo piano piano durante la lettura e di cui impariamo ad apprezzare la resilienza e la profondità d'animo. Il suo rapporto con Clelia è meraviglioso. Un sentimento complicato e spesso contorto, che anche noi lettori, assieme alla protagonista, fatichiamo a comprendere del tutto. Come può un vampiro assetato di sangue provare un sentimento così umano come la maternità? Eppure quello fra Clelia e Lucrezia è un rapporto madre-figlia fatto di alti e bassi, complicità e incomprensioni. Non è un rapporto sempre sano, ma non può non farci commuovere per la sua delicatezza e per la sua profonda realtà. Credo che ciò che ho preferito del libro sia stata proprio questa relazione molto particolare e la sua evoluzione, al pari di quella del personaggio di Lucrezia, entrambe molto coerenti e in grado di regalarci un finale di grande bellezza. Se Clelia e Lucrezia si presentano tutto sommato come personaggi moralmente grigi, Brando invece è un giovane dall'animo buono. Il giornalista squattrinato, e direi anche abbastanza sfortunato, è un personaggio ironico e impertinente, ma sempre pronto a fare la cosa giusta, incurante delle conseguenze. Brando è deciso a rivelare a tutti i costi la verità e a fare luce sulla serie di omicidi che hanno travolto Torino, ignorati però dalle autorità. È così che farà la conoscenza di Clelia. Il loro incontro segna uno scontro di intenti, enfatizzato nella narrazione dalla presenza dei pov di entrambi i personaggi. Da un lato, Brando che vuole fermare il vampiro, dall'altro Clelia, che invece quel vampiro lo deve proteggere. E nonostante questo, i due scopriranno di essere una squadra affiatata. Brando si ritroverà affascinato da questa misteriosa e bizzarra ragazza, che sembra essere l'unica in grado di capire i suoi tormenti. Clelia, d'altro canto, verrà travolta dall'impulsività di Brando e si ritroverà a fare i conti con tutto ciò che le rigide regole di Lucrezia le hanno tenuto lontano. Il romance che nasce tra i due è molto coinvolgente, con momenti di leggerezza e altri di maggiore intensità emotiva. L'ho apprezzato davvero tantissimo, in ogni sfaccettatura all'interno di un percorso di crescita, tradimenti e sacrifici. Fino ad un epilogo dal sapore dolceamaro, ma che rende assolutamente giustizia alla coppia di personaggi. Le vicende che vedono protagonisti questi tre personaggi sono ben costruite. La trama è scorrevole, equilibra bene romance e mystery. Non ho mai trovato momenti statici o noiosi e mi sono sempre sentita coinvolta nella lettura. L'unico difetto che ho trovato è forse la presenza di alcune ingenuità nella struttura narrativa del mistero che i protagonisti si trovano ad affrontare. Ad esempio, il grande colpo di scena personalmente l'avevo già intuito a metà libro. Forse è una questione soggettiva, e soprattutto credo dipenda dal fatto che si tratta di un libro autoconclusivo e pertanto la trama non poteva diramarsi troppo. Ad ogni modo, per me non è stato un problema durante la lettura, né ha inficiato sull'esperienza generale. La trama è assolutamente godibile, costruita in un crescendo di emozioni, fino ad un finale travolgente, ma che ho trovato meraviglioso e in linea con ciascun personaggio. Forse solo l'epilogo è stato un po' affrettato e spero che l'autrice scriverà altro sulla vicenda, magari anche un breve racconto, proprio per chiarire alcuni punti rimasti volutamente in sospeso. Infine, non posso non elogiare lo stile di scrittura. Sempre diretto e lineare, ma al tempo stesso ricco di immagini fortemente evocative e sensoriali, è riuscito a disegnare perfettamente l'atmosfera gotica della storia. In particolare, ho apprezzato tantissimo la scelta di inserire metafore e immagini riferite alla medicina, soprattutto nei capitoli di Clelia. L'ho trovata una decisione particolarmente calzante e funzionale a settare le vibes del racconto anche a livello visivo. Insomma, non posso che consigliarvi questo libro. Non un titolo privo di difetti, ma se amate i romanzi gotici con vampiri e misteri tutti da scoprire, senza rinunciare ad un tocco di romanticismo, allora dovete assolutamente dargli un'opportunità.
Allora, è complicato. Premettendo che non conosco molto Torino, conosco ciò che la lega alla Massoneria e al triangolo della magia bianca, rossa e nera. Ma il legame che ha con l'occulto è molto più vasto delle mie conoscenze, e mi piacerebbe scoprirne di più a riguardo. Parlando della storia di "Segreti che sussuriamo alle ombre" invece, sono un po' confusa ma rimasta comunque affascinata nel mio piccolo. Mi è piaciuta la storia, da una parte. Dall'altra, sono perplessa da molto punti.
Parliamo del 1890-98, periodo in cui le donne non avevano molte possibilità di studi o di carriera. Clelia ci mostra come, in quest'epoca, una donna potrebbe essere qualcosa di diverso da una semplice dama: lei frequenta un'università e vuole diventare medico. Studia il corpo umano, e si impegna al massimo per un unico scopo: trovare una cura. Perché sua madre - matrigna - è una donna particolare, lei è un vampiro. E Clelia vuole aiutarla a trovare una cura per tornare umana. Prendendo queste informazioni, la cosa sorge spontanea: come può essere che la protagonista sia entrata alla facoltà di medicina? E come ha fatto? Non ce lo spiegano. Partiamo già che la protagonista è una delle allieve più attente e pratiche sulla materia, ma non sappiamo come ci sia arrivata e come sia stato possibile ammetterla.
Continuiamo, abbiamo un secondo protagonista: un giornalista di nome Brando, un ragazzo che è "ossessionato" dal trovare il vampiro che si aggira per le strade di Torino e uccide degli innocenti. Clelia quando scopre che Brando sta cercando un vampiro, pensa che stia cercando sua madre Lucrezia. Invece, si viene a scoprire che c'è un altro vampiro in città e molto più pericolo e sadico. Brando e Clelia uniscono le forze per trovare questo vampiro: Clelia perché vuole assicurarsi che Brando non scopra il segreto della madre, Brando perché vuole vendetta.
Scopriamo che Lucrezia non vuole fare del male agli esseri umani, ma per dissetarsi in qualche modo deve riuscire a far fronte a questa realtà: Clelia la aiuta trovando degli uomini poco raccomandabili e crudeli, lasciando che sia la madre ad occuparsi di loro.
Okay, questo è il quadro generale, interessante. Parlando di Brando, come personaggio è dolce, protettivo, e anche coraggioso se vogliamo, ma non sono riuscita ad empatizzare troppo né con lui né con Clelia, nonostante comunque il loro rapporto si solidifichi sempre di più mano a mano nel racconto e anche in modo sano e genuino. Parlando di Clelia, mi piace com'è strutturata ma non riesco ad affezionarmici: il suo rapporto con la matrigna è a tratti intenso e dolce e a tratti tossico. Come ha suggerito l'autrice, abbiamo un rapporto simile a Madre Gothel e Rapunzel. Ma vediamo subito come Lucrezia ami follemente sua figlia, e vuole solo proteggerla da un mondo crudele dove una donna sola e fragile può diventare facilmente preda e vittima, come accadde a lei.
Il tasto dolente più grande di questo libro onestamente è il linguaggio scelto per la narrazione: troppo moderno, troppo poco ricercato nonostante sia ambientato a fine Ottocento. "Merda", "Cazzo", "vaffanculo" sono termini ripetuti più volte nei dialoghi e nei pensieri dei personaggi che onestamente li ho visti davvero poco azzeccati.
Il finale? Mi ha lasciato indifferente, se posso essere sincera. SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER SPOILER Che morisse o Brando o Clelia lo pensavo, e mi ha garbato questa scelta di far sacrificare lui per proteggere Clelia. Il sacrificio di Lucrezia per permettere alla figlia di vivere e di amare l'uomo che desidera è stato toccante. Ma mi aspettavo che Clelia rimanesse sola, senza madre e senza l'amore della sua vita. Un po' perché l'avrei vista anche maturare e magari sarebbe stata una spinta a crescere come medico. Invece, scopriamo che Brando è "vivo": utilizzando la tattica del "prima ha fatto bere il suo sangue a Lucrezia per mantenerla in vita" e poi "il vampiro fa bere il suo sangue all'umano per salvarlo" ovviamente il ragazzo diventa un vampiro. La chiusura finale dove Clelia si prende cura di lui, promettendogli che avrebbe continuato i suoi studi per trovare una cura al vampirismo... Ci dà l'idea che l'autrice ha in mente un secondo libro? Oppure rimarremo così con un finale aperto, con l'immaginario di Clelia che convive con l'immortale amore della sua vita? Ci sta. Ma non mi sconfiffera. Ripeto, mi lascia indifferente. E mi dispiace.
Questo libro mi ha dato molte curve basse e poche curve alte, non saprei se consigliarlo. Ma è stato godibile, si legge in poco tempo e intrattiene.
Sara Simoni è una scrittrice italiana con una formazione in Lettere Moderne e una passione evidente per le ambientazioni storiche e gotiche. Negli ultimi anni si è fatta conoscere nel panorama della narrativa italiana per il suo stile accessibile e il tono fresco, rivolto soprattutto a un pubblico giovane o alla ricerca di storie leggere ma ambientate in epoche passate. Vive e lavora nel mondo dell’editoria, e ha all’attivo già diverse pubblicazioni.
“Segreti che sussurriamo alle ombre” è ambientato nella Torino di fine Ottocento, una città che personalmente trovo affascinante e narrativa per natura: ricca di storia, mistero, simbologia, leggende. È una città che può offrire moltissimo a chi scrive, soprattutto se si desidera creare un’atmosfera densa, ricca di tensione o suggestione. E proprio per questo, devo ammettere di aver trovato la rappresentazione della città deludente. Torino, in questo romanzo, non è protagonista, né personaggio, né scenario vivo. È più una cartolina, una scelta dichiarata ma mai davvero sfruttata. E se è vero che vengono citati nomi di vie, palazzi e opere urbanistiche, è anche vero che inserirli senza un reale contesto narrativo o simbolico non aggiunge nulla. Anzi, rischia l’effetto opposto: sembrano dettagli messi lì per dovere, e non per costruire un vero worldbuilding. Con o senza, la sensazione finale è la stessa, e questo purtroppo indebolisce fortemente la struttura della narrazione. E qui mi permetto una considerazione personale a cui tengo molto: anche quando un romanzo ha una forte connotazione romantica – come in questo caso – non è accettabile che il contesto sia trattato in modo superficiale o secondario. Al contrario, credo che un’ambientazione ben costruita possa esaltare una storia d’amore, darle corpo, respiro e significato. Non serve solo una cornice: serve un paesaggio, un mondo coerente e vivo in cui la vicenda possa fiorire. Qui, invece, tutto resta sospeso, e il risultato è una storia che fatica a trovare profondità.
Il romanzo è scritto con uno stile che definirei scorrevole e giovane, perfetto per chi cerca una lettura semplice e non troppo impegnativa. Il ritmo è piuttosto lento, e questo non è necessariamente un difetto: personalmente apprezzo le storie che si prendono il tempo per costruire l’atmosfera. Il problema è che, in questo caso, l’atmosfera non si costruisce mai davvero. Una nota che mi ha dato molto fastidio riguarda l’uso delle parolacce. Non tanto perché mi disturbi il linguaggio diretto in sé, quanto per il fatto che stonano completamente con l’ambientazione storica e con il tono generale del romanzo. Rompono l’equilibrio, appiattiscono l’eleganza che l’autrice sembrava cercare e soprattutto suonano profondamente anacronistiche. Mi sono sembrate fuori luogo, fuori tempo e purtroppo dannose per l'immersione nel racconto. E’ vero, le parolacce che la Simoni inserisce esistevano già ma erano pronunciate da personaggi di bassa estrazione in un contesto esplicitamente volgare, crudo o violento oppure inserite se lo stile narrativo scelto è moderno e dichiaratamente “contaminato”, cosa che però nel suo caso non sembra voluto. Se il romanzo vuole rispettare una certa verosimiglianza storica e sociale, allora sì che questi termini risultano forzati e stonati. Non sono parole che una Clelia o un Brando dell’epoca avrebbero usato.
Clelia, la protagonista, avrebbe dovuto incarnare una figura indipendente, moderna, in anticipo sui tempi. Purtroppo, questa intenzione resta sulla carta: nella pratica, non riesce mai davvero a risaltare, e la sua personalità si perde in una narrazione che non le dà il giusto spazio né la giusta profondità. Brando, invece, funziona. Porta leggerezza, ironia e un pizzico di introspezione, e riesce a dare un po’ di movimento a una storia altrimenti piuttosto statica. Una piccola riflessione che mi sento di aggiungere riguarda la scelta del nome “Brando”. Per quanto il suono sia moderno e accattivante, ho trovato questa scelta poco convincente rispetto al contesto storico del romanzo. Nei primi decenni del Novecento, epoca in cui si svolge la vicenda, Brando non era affatto un nome comune, né a Torino né nel resto d’Italia. Non compare nei registri anagrafici dell’epoca, né sembra legato a usi familiari, culturali o religiosi tipici di quegli anni. (Ho provato a documentarmi perché ero molto curiosa). Certo, non si tratta di una nota determinante, ma in un racconto che vuole restituire un’ambientazione storica credibile, anche un dettaglio apparentemente piccolo come un nome può fare la differenza nella coerenza dell’insieme. In questo caso, purtroppo, anziché contribuire all’immersione, crea un piccolo scarto che si nota. Lucrezia, invece, è la vera occasione sprecata: un personaggio interessante, con molto potenziale, ma lasciato ai margini senza una vera motivazione narrativa. È un peccato, perché la sua trama prometteva davvero qualcosa di diverso.Perfino il gatto, che inizialmente pare suggerire una certa simbologia, rimane un dettaglio puramente ornamentale.
Segreti che sussurriamo alle ombre è un romanzo che parte da buone idee, ma che fatica a trasformarle in una storia coinvolgente e coerente. Ci sono elementi gradevoli, lo stile è accessibile, Brando è un personaggio riuscito ma tutto il resto sembra trattenersi, non approfondire, non rischiare. L’impressione è che ci fosse molto più potenziale di quello che è stato effettivamente sfruttato, tanto nei personaggi quanto nell’ambientazione. Non è un libro privo di qualità, ma un libro che lascia un senso di occasione mancata. Scegliere un’ambientazione potente come Torino e poi non valorizzarla pienamente lascia inevitabilmente un senso di occasione mancata. Quello che resta è una storia che sussurra, sì, ma che non lascia molto dietro di sé.
Recensione veloce. Una lettura leggera senza pretese, che personalmente non mi ha lasciato nulla.
L'ambientazione non è sfruttata quasi per niente. Siamo a Torino a fine 800 ma non si sente, non si percepisce. ed è un peccato perché il potenziale c'era! La storia sembrava carina e tutto, ma alla fine l'ho trovata deludente e non vedevo l'ora che finisse. Cioè la mia impressione è che l'autrice abbia allungato troppo il brodo, perché se i protagonisti si fossero parlati la storia sarebbe finita prima. La love story è carina, ci sono delle scene molto tenere, ma non mi è rimasta impressa più di tanto.
Mia opinione personale, ma in generale la parte "investigativa" è abbastanza mediocre e il finale mi ha delusa tantissimo.
Ho deciso di modificare la recensione scrivendone una che contiene spoiler per spiegare meglio ciò che non mi ha convinta e perché.
Questo è il primo romantasy italiano che leggo e nel complesso trovo che sia un buon libro, con dei punti che secondo me potevano essere gestiti un poco meglio, ma andiamo con ordine.
Sicuramente ciò che mi è piaciuto molto è stata l'ambientazione gotica di questa Torino di fine '800, dove fanno la loro comparsa le creature della notte per eccellenza: i vampiri. Mi è piaciuto anche che non si è trattato della "classica" storia di vampiri, dove almeno uno dei due protagonisti lo è e l'altro è umano. L'autrice riesce senz'altro a mantenere vivida la curiosità del lettore, sia per quanto riguarda la storia d'amore tra i due protagonisti, Clelia e Brando, sia per il mistero su chi sia il vero colpevole dietro le morti non organizzate da Clelia e la sua matrigna, Lucrezia. Devo dire, però, che questo mistero è gestito un po' maluccio, dal momento che arrivi a comprendere chi sia il vero colpevole molto presto e questo perché sostanzialmente, il caro principe Sallier, appare sempre con questa mal celata casualità nei principali luoghi di indagine del duo subito dopo che ci sono stati loro. E diciamo che se non sei un lettore alle prime armi, ci arrivi piuttosto facilmente a quale sarà il grande plot twist del libro.
Per quanto riguarda i personaggi, devo dire che la protagonista è quella che mi è piaciuta di meno (cosa che per quanto mi riguarda vedo che accomuna un po' tutti i romantasy, quindi forse qui il problema sono io a 'sto punto). I motivi sono molto semplici: eccessiva autocommiserazione e totale incapacità di comunicare e ascoltare. Davvero, se Clelia avesse deciso di parlare con Lucrezia, confidarle i suoi dubbi e permetterle di spiegarsi, ci saremmo risparmiati molti problemi, ma capisco che a quel punto il libro sarebbe durato molto di meno. Insomma, fraintendimenti su fraintendimenti che a un certo punto vorresti solo entrare nel libro e urlarle di darsi una svegliata. Brando e Lucrezia, invece, mi sono piaciuti molto, Soprattutto Lucrezia, di cui avrei letto volentieri di più sulla sua storia, ma capisco che il focus si volesse mantenere sull'indagine e sullo sviluppo della relazione tra Brando e Clelia.
Una cosa in particolare che, almeno io, avrei gestito diversamente (probabilmente per la mia tendenza alla drammaticità, lo ammetto) è il finale: la trasformazione di Brando in vampiro e come lui reagisce alla cosa. Per tutta la sua vita Brando ha dato la caccia ai vampiri, chiamandoli "mostri" e odiandoli con tutto sé stesso. Ecco, come minimo io mi aspetto più incazzatura da parte sua una volta svegliatosi e scoperto cos'è diventato. Mi aspetto magari anche più rancore verso Clelia, a maggior ragione considerando l'amore che prova per lei, per non aver fermato Lucrezia che in punto di morte gli ha fatto bere il suo sangue per "salvarlo". Clelia sapeva perfettamente cosa avrebbe comportato, dal momento che sappiamo che Lucrezia ha usato il suo sangue per riportare in vita il gatto di Clelia anni prima, e che questo poi si è trasformato in un felino-vampiro. Quello che voglio dire, quindi, è che avrei voluto vedere molta più rabbia da parte di Brando per questo. Ok che è un romantasy e quindi si tifa affinché la coppia sopravviva alle avversità, ma secondo me qui sarebbe stato interessante vedere una maggior crepatura in quello che è il rapporto tra Brando e Clelia. Che poi, il finale è abbastanza aperto e quindi chissà, tutto può succedere, ma avrei voluto vederlo maggiormente in quel momento specifico dopo il risveglio.
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Anche se a tratti il ritmo della narrazione l'ho trovato un po' lento, la ritengo una lettura coinvolgente e piacevole. La Torino del 1898 rimane sullo sfondo, spettatrice delle vicende e delle dinamiche tra i personaggi. Brando e Clelia mi sono piaciuti molto! Per come è finito il libro, vorrei sperare in un sequel!
Leggi attentamente le avvertenze prima di proseguire con la lettura. "Segreti che sussurriamo alle ombre" tocca argomenti delicati, come: violenza domestica, fisica, psicologica e sessuale, abusi, dipendenze, tortura, morte di parenti prossimi o figure genitoriali. Può contenere tracce di linguaggio esplicito. Possibili effetti indesiderati durante la lettura: tensione , aumento della frequenza cardiaca, insonnia, perdita della cognizione del tempo. Assumere lontano dai pasti e tenere lontano dalla portata dei bambini.
(Nota sui contenuti, nel romanzo)
L’avevo visto pubblicizzato come un romance, ma “Segreti che sussurriamo alle ombre” è tutt’altro: di amore c’è poco, e di certo non è il tema centrale del romanzo. L’ambientazione, la Torino del 1898, presa nella frenesia dell’Esposizione Generale, è stupenda, così come stupende sono le decorazioni in stile liberty del retrocopertina, i risguardi illustrati, la copertina con sfondo scuro, con il richiamo rosso a delle rose e la seriosa figura femminile al centro, e gli edges neri e rossi (sì, l ‘editore Castoro Off ha fatto di questo romanzo un’opera d’arte, non manca nemmeno, fra le pagine, la cartolina dedicata all’Esposizione Generale di Torino del 1898) La protagonista, la giovane Clelia, è l’unica donna iscritta alla Facoltà di Medicina: tra le lezioni di anatomia e le ombre dei laboratori della facoltà spera infatti di trovare una “cura” alla sua matrigna Lucrezia, una vampira che, regolarmente, come una maledizione, deve cibarsi di sangue per sopravvivere. Ma nessuno lo sa, e nessuno sa che Lucrezia non è la vera madre di Clelia: è la donna che, anni prima, l’ha salvata dall’attacco di un assassino che le ha ucciso i genitori…ecco perché Clelia vive col desiderio di ricambiare il gesto che Lucrezia ha fatto per lei. Nell’attesa che questa “cura” venga trovata, Clelia aiuta Lucrezia trovare le sue prede, uomini violenti con le donne che sarebbe un bene per tutti scomparissero per sempre: in pratica, due giustiziere, due ombre nella notte che cercano sangue a fin di bene. Quando Clelia si imbatte in Brando, in giornalista squattrinato fermamente deciso a trovare quello che lui ha soprannominato il “Vampiro”, e che gli ha ucciso il padre, Clelia ha paura che vengano scoperte le azioni di Lucrezia e decide di mandarlo un po’ fuori strada. Poi, le cose si complicano: fra i due personaggi scatta un feeling (per quanto la loro alchimia, ahimè, non funzioni, come dicevo siamo comunque ben lontani da un romanzo d’amore!), Clelia comincia a dubitare che Lucrezia sia la responsabile anche di altri omicidi a lei a non noti, e poi subentra un nuovo personaggio che rende la trama inutilmente incomprensibile. Insomma, a tre quarti, il romanzo, che viaggiava sui binari in maniera discreta, si complica un po’, togliendo suspense alla narrazione e gusto alla lettura. E la coppia Clelia-Brando, tra segreti taciuti e poi confessati e azioni forzate, risulta troppo artificiosa, poco emotiva. Il risultato finale è quello di un’ampia sufficienza, ma resta il rammarico per un romanzo che, se avesse complicato meno la trama verso il finale, avrebbe meritato di più.