Contrariamente a quello che può suggerire il titolo, non è un romanzo gotico, per lo meno non nell'accezione più classica del termine, ma altrettanto sicuramente è una lettura cupa. Una trama non esile ma fragilissima come un vetro di Murano, sempre imprevedibile, ma di quell'imprevedibilità avvincente e coinvolgente, non di quella che ti lascia spaesato/a. E ancora, nonostante questo suo carattere singolarmente avvincente, non punta sul finale col botto, non punta sui colpi di scena, punta tutto sulle sfumature, sui dubbi, sulla non-morale, su una struttura circolare.
Per tutta la durata della lettura non ho mai potuto dirmi ben certa di dove l'autore volesse andare a parare, sia ha sempre l'impressione che da un momento all'altro il protagonista-voce narrante stia per iniziare un lunghissimo flashback, ma in ogni caso anche se il flashback non parte, il racconto è magnetico, ti attira come una calamita.
Una fortezza è una "cosa" fatta principalmente di muri, e infatti di questo si occupa l'autore: la fortezza nel senso di castello e/o bastione comparirà solo in brevissime e fugaci scene, e tuttavia la sua presenza incombe anche quando non vista, e così l'autore si dedica alla spiegazione del muro non fisico ma figurato, un muro che non si sa tanto bene se lo hai costruito tu protagonista o se lo hanno costruito gli altri, il resto del mondo, ma sta di fatto che sei chiuso dentro (o chiuso fuori), chi è al di là non ti vede e non ti sente e in definitiva non sa nemmeno che esisti.
La notte in cui ho concluso il quinto capitolo sono rimasta a bocca aperta: nel 1970 questo autore (a me perfettamente sconosciuto) aveva già scritto la stessa identica cosa che nove anni dopo avrebbe riscritto Waters con The Wall.
In seguito il concetto di muro-fortezza verrà riproposto anche secondo un paio di varianti leggermente diverse, come difesa personale contro la violenza del mondo che ci circonda, o come difesa dall'assedio della propria personale coscienza, comunque la si giri sempre di muri si tratta.
C'è il tema del disadattamento: la mancanza di considerazione per il soldato rientrato dalla guerra, e finanche la sua follia come estrema conseguenza del disadattamento. C'è il tema della coscienza e degli infiniti dubbi suscitati dalla mescolanza tra bene e male. C'è il tema dell'oppressione che la Casta esercita sui poveri e i deboli, e da dove derivi il diritto a governare per la suddetta Casta. Il tutto senza mai fare filosofia spicciola. Linguaggio semplice: sì; frasi da sottolineare: tante; frasette ad effetto buone da mettere sullo status di whatsapp: nessuna.
Last but not least: un canto d'amore per la terra natìa. Più che altro legato al concetto di terra, o quantomeno di città; l'argomento "patria" viene solo vagamente sfiorato.
Sull'orlo del crollo dell'impero ottomano - spiacente per chi ha vissuto gli stravolgimenti di persona, ma bisogna riconoscere che sul crollo dei grandi imperi sono state scritte le migliori pagine di letteratura di tutti i tempi - si assiste alle vicende occorse al protagonista nel corso di un paio d'anni circa, con ambientazione quasi interamente in Bosnia. Fa specie vedere nominare in maniera per cosi dire "neutra" tutti quei luoghi che solo molto tempo dopo saranno indelebilmente legati ad eventi così truci che non si sa bene neanche che aggettivi e sostantivi usare: Sarajevo, Mostar, Srebrenica.
Non scriverò nessuna anticipazione della trama, per via della fragilità di cui dicevo sopra. Mi limito ad annotare la mia solita raffica di assonanze e consonanze: L'Impossibile volo di De Bernières per l'epoca e l'ambientazione; Meccanica Celeste di Maggiani per il tono del monologo e il carattere del protagonista. Come in 1984 (Orwell) il protagonista assieme a tutta la comunità viene asservito/inglobato in un sistema troppo più grande e potente di lui, pur non avendo alcuna intenzione di esserne succube, un sistema che stritola il singolo nei suoi terribili ingranaggi. Così si dimostra ulteriormente che la qualità di Orwell non è tanto quella di una supposta "preveggenza" quanto quella di conoscere bene la Storia.
Il personaggio del serdar Avdaga richiama molto da vicino Javert (I Miserabili, Hugo): non cerca colpevoli per un tornaconto personale ma solo per un suo deformato senso del dovere, e proprio questa sua ottusità lo rende temibile e implacabile.
L'inizio della storia mi richiama piacevolissimamente il mio preferito, Il Mulino del Po (Bacchelli): così come Lazzaro, nella ritirata dalla Russia e più nello specifico nell'attraversare il Vop, salva la vita al colonnello il quale lo vorrà poi ricompensare ma al tempo stesso mettere in difficoltà con un sorprendente lascito; allo stesso modo qui c'è Ahmed che nella traversata del Dnestr salva la vita a Mula Ibrahim, il quale si sentirà comprensibilmente in dovere di sdebitarsi, però... ci saranno anche dei però.
Più in generale, ho ritrovato in questa narrazione la stessa solidità di Un anno sull'altipiano (Lussu) e di Nella pietra (Servignani). Come questi due è un libro solido, concreto, cementizio, una lettura assolutamente di peso.