È un libro scritto per arrivare a tutti. Sahebi ha un obiettivo preciso: avanzare una proposta politica chiara, senza perdersi in approfondimenti tematici che rischierebbero di far perdere il filo. Il messaggio centrale è potente: il capitalismo, prima ancora che un sistema economico, è un sistema culturale, scelto consapevolmente dalle élite per proteggere i propri privilegi. Come dice Marx, chi detiene i mezzi di produzione esercita il potere, e sa fare una lotta di classe, perché è coeso e organizza la difesa dei propri interessi.
La cultura capitalistica ci insegna che tutto dipende dall’individuo, dal merito. Ma l’individuo è sempre situato in un contesto, e le sue “risorse” dipendono da condizioni economiche, culturali, sociali. Sahebi riporta studi secondo cui chi nasce in un contesto di emergenza e sopravvivenza, a livello cognitivo si sviluppa diversamente da chi nasce in un contesto agiato. In particolare questo è evidente nella difficoltá ad astrarsi sopra un pensiero pratico e a breve termine: chi nasce in povertà non sa desiderare o immaginare altro al di fuori dei percorsi che ha vissuto perché tutto era concentrato li, per sopravvivere. E così smonta la retorica del merito: la meritocrazia è sempre una costruzione collettiva. Chi è meritevole? Chi studia e fa carriera, sì. Ma chi si occupa di un familiare? Il merito è un criterio storico e culturale, e lasciare che decida tutto è profondamente ingiusto.
Quando stiamo male al lavoro, andiamo in terapia e ci sentiamo fragili, colpevoli. Ma viviamo tutti le stesse condizioni, solo che nessuno riesce a trasformare il disagio individuale in azione collettiva. Questo è il grande successo del capitalismo: rende ogni problema personale e ogni soluzione individuale.
E la sinistra? Oggi si concentra su tematiche importanti, ma che Marx definirebbe sovrastrutturali: diritti civili, battaglie identitarie. Ma il lavoro? Lo sfruttamento? In un paese fondato sul lavoro, le condizioni lavorative sono sempre più disumane, e i working poor aumentano. È da qui che bisogna ripartire: dai bisogni materiali, dalla struttura, dalla sopravvivenza.
Serve una ricostruzione della coscienza di classe. E il canale per farlo non può che essere quello dei partiti, l’unico strumento reale per canalizzare bisogni e trasformarli in azione collettiva. Chi pensa che i social siano arene pubbliche e neutre si dimentica che tutti i contenuti vengono selezionati da un algoritmo che sceglie e premia contenuti polarizzanti perché scuotono le pance e vengono seguiti con più ardore, risultando premianti in termini di seguito e visualizzazioni. Questo porta all'appiattirsi di ogni dibattito, ad un'eccessiva semplificazione che spesso di riduce alla messa alla gogna di chi prova a fare ragionamenti diversi.