A tutti tocca vivere l’ultima estate. È quella in cui si perde l’innocenza, si sciolgono le compagnie spensierate, s’allungano ombre inattese e ferali. Per Vittorio e i suoi amici accade alle porte dell’adolescenza, nei dintorni di Venezia, in un paese con un nome da favola nera: Brondolo. La ricorderanno per sempre come «l’estate del cane bambino», quella in cui il piccolo Narciso (fratello minore di Ercole, uno dei cinque del gruppo) scomparve. Al suo posto, obbedendo ai canoni di una locale leggenda, apparve un piccolo cane cui misero nome Houdini, il mito del bambino sparito. Per illudersi, per non soffrire, vollero credere che davvero quell’animale fosse la reincarnazione dello scomparso. È una finzione a cui partecipa tutto il paese, immerso in un’atmosfera di umidità e omertà. Recitano gli uomini, gli uni spettatori dei vizi degli altri; le donne, acquiescenti in un silenzio dettato dall’amore o per amore mascherato; il prete, supremo complice. Mai un angolo di Veneto è parso tanto oscuro, tanto a sud nella geografia delle consuetudini narrative. Il culmine dell’estate e della storia è in un doppio, struggente sacrificio. Dopodiché, ognuno torna alla vita. Solo molti anni più tardi Vittorio farà il percorso inverso, ritroverà gli amici sopravvissuti al banco di un bar immutabile e su quel legno poserà un foglio come di calendario che apre infine una nuova stagione: lo spoglio inverno della verità.
“Menego aveva 14 anni, io, Michele e Ercole 12, Stalino quasi, e il cane nero chissà. Era l’estate del 1961. Il nostro mondo di allora era fatto di morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti. Era un tempo in cui le leggende erano vere, e se qualcuno ci avesse detto che non era possibile che un bambino si trasformasse in cane, ci saremmo stretti nelle spalle, infischiandocene.”
La fine dell’infanzia e la perdita dell’innocenza coincide per i sei ragazzini di Brondolo con l’improvvisa scomparsa di uno di loro e l’apparizione di un misterioso cane nero. Il susseguirsi degli eventi, ricordati da un ormai maturo Vittorio, costruiscono una storia da cui è molto difficile staccarsi prima di arrivare allo scioglimento.
Il senso della vicenda si può riassumere nel modo in cui il narratore sintetizza il tema centrale del Conte di Montecristo, la lettura che lo accompagna durante quella fatidica estate e, inevitabilmente, per tutta la vita.
“Vendicarsi, perdonare, essere perdonati.”
(Romanzo imperdibile per chi conosce un poco i luoghi - Chioggia, Pellestrina, le isole veneziane, la foce del Brenta - dagli anni Sessanta in qua).
Ho finito il romanzo ieri e sono ancora un po' scosso; queste sono tutte riflessioni a caldo.
A parte piccoli tocchi fiabeschi, dati dall'immaginazione dei personaggi più piccoli o dalle leggende di paese, questo libro è brutalmente realistico: un evento tragico e inspiegabile spinge gli abitanti di Brondolo a mostrare il peggio di sè: pregiudizi, scheletri nell'armadio da coprire a tutti i costi. Chi è diverso dalla norma, in ogni senso (per religione, per aspetto ecc.) diventa il capro espiatorio. A pagarne le conseguenze sono soprattutto i ragazzini, che vengono traditi e strumentalizzati dagli adulti per preservare lo status quo, anche a costo di pagare in vite umane.
E' un libro del nord-est italiano, e fiero di esserlo, che può aprirsi senza problemi a una lettura internazionale.
L'unica pecca che ho notato è uno stile ancora un po' immaturo, che qua e là cede all'espressione banale o fuori contesto. Però non sono riuscito a staccare gli occhi dal libro, mi dicevo sempre "Solo un capitolo stavolta", perché ci tengo a farmi durare i libri - e invece non ci sono riuscito, è durato solo qualche giorno. Mi ha davvero emozionato.
Brondolo, paesino del nord-est italiano, negli anni ’60. Vittorio, Menego, Ercole, Stalino e Michele sono quattro ragazzini che trascorrono la loro estate fra partite di calcio, giochi, scherzi, chiacchere e gite nella vicina Venezia. Un giorno, Narciso, il fratello minore di Ercole, ignorato dagli altri durante una partita di calcio, si allontana e scompare. Poco dopo compare, al suo posto, un piccolo cane nero, che, seguendo un’antica leggenda, i ragazzini credono sia la reincarnazione di Narciso. Il paese sprofonda nell’angoscia, e i carabinieri, nonostante le affannose ricerche, non arrivano a nulla. Solo molti anni dopo, Vittorio decide di ritornare nel paese natale e rispolverare quell’umida estate, alla ricerca di quello che è effettivamente accaduto. A distanza di settimane dalla lettura, posso dire che non ricordo nemmeno quale fosse la soluzione di questa splendida favola noir, ma non è quello che conta. Quello che conta è tutto il resto, l’atmosfera che avvolge la torbida e oscura Brondolo, la nostalgia che pervade i pensieri e i ricordi dei personaggi, quel senso di antico, leggendario e al tempo stesso nascosto e omertoso che caratterizza gli adulti del paese, incuriosendo il lettore. E’ come un acquarello rosa e nero, una combinazione di dolce ricordo e oscuro mistero, sullo sfondo di un paese di campagna che ha il sapore di altri tempi. Ho sempre detto di voler trovare un autore del genere del mio amato Eraldo Baldini, e posso dire che Mario Pistacchio e Laura Toffanello (tra l’altro mi sorprendo per il risultato, meritevole, di una scrittura a quattro mani!) ci vanno molto vicino. Si arriva alla fine scossi ed emozionati. Quello che io ricerco da un libro, sempre.
Fiaba nera con protagonisti un gruppo di adolescenti, di cui viene raccontato il brusco passaggio all'età adulta. Ambientato nella campagna veneta duranti gli anni Sessanta, L'estate del cane bambino è un libro coinvolgente, sebbene presenti zone d'ombra che rimangono opache agli occhi de lettore; è un romanzo dai tratti malinconici e dalla scrittura intensa, che riporta alla mente la spensieratezza di una fase della vita, le lunghe giornate estive passate a giocare con gli amici, le uscite, il desiderio di crescere. Un libro semplice nella sua struttura, ma che sfiora tematiche importanti come la scomparsa di un bambino, l'internamento nei manicomi, la malvagità che appartiene al genere umano. Un romanzo molto bello, che vi porterà a vedere con altri occhi i cani neri, a ricordare con nostalgia le figure dei nonni, a dare un nome al diavolo.
Questa è l'amara storia di una forte amicizia fra quattro dodicenni degli anni 60: Vittorio, Menego, Ercole, Stalino e Michele. Amano l'estate quando tutta la campagna di Chioggia si colora d'oro e loro possono correre e giocare fra campi, canne e lagune. Il paesaggio è molto vivido e ben descritto, forse perché io stessa da piccola ne ho fatto parte per tanti anni e i ricordi sono ancora tutti chiari nella mente. I nostri protagonisti non hanno pensieri, vivono la loro giovinezza in modo semplice e, a volte, con qualche avventura qua e là per spezzare la monotonia. Le partite a pallone nei campi sono molto gettonate e Narciso, il fratello minore di Ercole, decide di partecipare alla partita ma essendo ancora piccolo viene ignorato dai ragazzi infervorati e va a giocare per conto suo. Narciso scompare e al suo posto compare un cane randagio dal pelo nero e ispido. I ragazzini lo chiameranno Houdini in ricordo di Narciso e della sua passione per la magia. Iniziano le affannate ricerche per ritrovare Narciso ma, anche dopo aver setacciato il paese palmo a palmo, il bambino non si trova. I carabinieri non sono di aiuto: interrogano più volte gli abitanti di Brondolo ma nessuno sa nulla.
Per questa storia gli autori hanno voluto dare importanza a quella fase della vita dove un avvenimento imprevisto e d'impatto riesce a sconvolgere una vita, facendo superare quel labile confine che è l'arduo passaggio dell'infanzia alla maturità. Una favola dalle note noir ben riuscita, scritta a quattro mani e che mi ha tenuta incollata alle pagine. L'aspetto che ho veramente apprezzato è che gli autori hanno dato la medesima importanza sia all'aspetto noir sia alla parte più introspettiva, descrittiva della storia e dei personaggi. Una prosa semplice ma efficace ed effetto. Una lettura più che consigliata!
Come si chiama quando ti divori un libro in meno di due giorni e non vorresti staccarti mai dalle pagine, e anche quando sei costretto a farlo non pensi ad altro e non vedi l'ora di riprendere da dove avevi lasciato? Come si chiama quando nel giro di poche pagine ti ritrovi a sorridere e poi a piangere di rabbia e tristezza, e anche a inorridire col cuore in gola e il fiato spezzato? L'estate del cane bambino è in grado di rivoltarti l'anima in un modo spietato. Ti fa provare tutta la nostalgia possibile per gli anni ingenui e spensierati di quando eravamo bambini e adolescenti, e lo fa tramite un gruppo di amici affiatati che passa il tempo giocando a calcio e sognando la grande Inter commentata da Sandro Ciotti. Lo fa con i successi di Adriano Celentano che passano alla radio e in tv, le storie strane e buffe di paese, i soprannomi, Il conte di Montecristo da leggere per le vacanze estive, i progetti fin troppo ambiziosi per il futuro, tipo diventare un esperto di magia, nel caso di Narciso, il più piccolo del gruppo e anche quello visto un po' come il rompi scatole o la palla al piede dell'intera compagnia.
Un giorno, però, Narciso mette a punto il suo trucco di magia migliore: scompare nel nulla, e al suo posto arriverà un cane nero di nome Houdini. E qui mi fermo.
In questo libro ho ritrovato un po' delle atmosfere di L'uomo nero e la bicicletta blu di Eraldo Baldini - credo sia il libro che ho consigliato più spesso, nella mia vita, ma nessuno vuole prestarmi ascolto, colpevolmente - e un po' di L'estate che sciolse ogni cosa di Tiffany McDaniel. Ma pensandoci bene c'è qualcos'altro che si trova pure in Lansdale, nel suo romanzo dal titolo In fondo alla palude.
L'estate del cane bambino è comunque un libro che non vuole copiare nessuno, mentre parla degli orrori taciuti di un piccolo paese della provincia veneta, Brondolo. Orrori da nascondere sotto la sabbia e infarciti di pregiudizi e scaramanzia, di fede religiosa che inchioda e condanna, di violenza che serpeggia silente, ma brutale, fra le mura domestiche, e che miete vittime innocenti, come Narciso e suo fratello Ercole.
Riassumendo: è davvero un libro molto intenso e doloroso, eppure bellissimo.
Appena ho letto per caso di questo libro ambientato a Brondolo (una frazione di Chioggia, verso la campagna e il Polesine) l'ho preso. La quarta di copertina, che diceva che questo era un nome da "favola nera", mi ha fatto sorridere, sono nata in via Orti nel 1978 ed era ancora molto simile al 1961 quando il libro è ambientato (le strade hanno avuto nomi negli anni '90), sono stata battezzata nella Chiesa di San Michele quella vecchia, e devo dire che l'atmosfera del quartiere, la sua toponomastica, le persone che lo abitano, è resa benissimo. Ma dopo poche pagine, più che dall' intorno, sono stata conquistata dalla storia di questi ragazzini, raccontata in prima persona dall'allora dodicenne Vittorio, che dopo 50 anni torna dagli amici per chiarire il mistero della sparizione del piccolo Narciso. Una storia non solo di mistero, ma di perdita dell'innocenza, di bambini che diventano cani e diavoli che in realtà sono uomini, di persone mai veramente tornate dalla guerra, di campi e orti su cui correre a perdifiato. Ho pianto, pianto con Ercole, con il suo misterioso cane Houdini, con questi amici segnati dagli avvenimenti di una estate, e da adulti che non hanno voluto proteggerli. Ho riso alle loro partite di calcio con la telecronaca, mi sono appassionata alla raccolta di figurine, ho provato il loro stupore a vedere Sottomarina quando arrivavano i primi "foresti". E' davvero un libro molto bello, ben scritto e appassionate, che consiglierò spesso! Leggetelo! (Adatto anche ad adolescenti, direi scuola superiore, per temi piuttosto crudi)
Questo è un libro che parla di perdite e di innocenze , parla del male di un secolo e di anime semplici. Una storia terribile, quella che capita a Brondolo, un piccolo complesso di case nel Veneto più rurale. Il piccolo Narciso sembra scomparso nel nulla e al suo posto, sempre dal nulla, compare un cane nero. Sembra quasi, come dètta la leggenda del Morto, che quel cane sia proprio Narciso. Da questo momento si snoda una vicenda nera che ha la consistenza del fango delle paludi, l’odore della foschia sul molo… Pistacchio e Toffanello scrivono un libro a quattro mani, un capolavoro narrativo che strizza l’occhio agli Atti Impuri Pasoliniani e a quell’ Ammaniti di Io non ho paura e Come dio Comanda, più introspettivo, più vicino alle esigenze del romanzo formativo. Ho pianto lacrime amare, assieme a questi personaggi bambini che ti si incollano addosso come sanguisughe e ti toccano il cuore, e nel cuore ci restano. Il lessico è un carosello che gioca con il dialetto veneto, ci dona prestiti che abbelliscono una narrazione già preziosa e ci rimandano a una temporalità che non è più nostra ma di cui ne possediamo tutte le eredità storiche. Credo il libro più bello che abbia letto in questo 2021 . Una degna conclusione.
Letto d'un fiato, su consiglio di un amico: romanzo bellissimo, che non è mai quel che sembra. Un esordio letterario strordinario quello di Laura Toffanello e Mario Pistacchio, che continuano a spostare il senso della narrazione, di pagina in pagina: da racconto di formazione, il libro si trasforma in una sorta di noir per diventare poi scrittura introspettiva. Un racconto sul senso delle separazioni, dal passato, dai rapporti, da nostre dimensioni interiori e dai retaggi di un mondo brutale al quale sentiamo di non appartenere. Nonostante tratti una vicenda assai amara e dolorosa, lo fa con un tono leggero, quasi trasognato e qui è il merito dei due autori nell'aver reso credibili le voci narranti dell'infanzia. Un racconto meraviglioso sul senso dell'amicizia, quella duratura, che accompagna per tutta la vita. Assolutamente da leggere.
4 e 1/2 Siamo negli anni 60, in un paesino della laguna veneta, Brondolo Un ragazzino sparisce mentre sta giocando con i suoi amici.. "Se ti perdessi tu, secondo te io potrei stare bene?" Ci vorranno anni prima che la verità verrà scoperta, ma gli amici veri, quelli della partita dal campetto Doria, che per loro era S.Siro, non voglio e non possono dimenticarlo.. Cresciuti improvvisamente, Menego, Michele, Stalino e Vittorio faranno un viaggio a ritrovo molto doloroso ma necessario per chiudere una stagione della loro vita... E non è una novità scoprire che ...... Che bella sorpresa questo libro, scritto a due mani, da due giovani scrittori, Mario Pistacchio e Laura Toffanello. Libro nella prelista dei candidati al premio Strega 2015
Letto oggi, iniziato questa mattina e grazie alle condizioni meteo piuttosto inclementi, ma soprattutto all'appassionante lettura, finito un'oretta fa. Un romanzo che mi è stato consigliato da un'amica, e devo ammettere che ha colto precisamente nel segno. Una storia di un'estate che cambia le vite dei ragazzi protagonisti, che racconta una provincia microcosmo di esistenze chiuse nei piccoli gesti e abitudini lontana nel tempo (1961), ma vicina nei timori e nelle paure dei ragazzi, in cerca di un'estate da ricordare, di una stagione delle loro vite che non sarebbe tornata, e che volevano vivere al massimo di loro stessi. Perché a 12 anni nulla può accaderti, soprattutto in un piccolo paesino come il loro, dove nessuno si è "mai perso". E invece il male, l'ombra silenziosa, è li, in attesa, in quelle vite apparentemente semplici e quiete, pronto a riscuotere un tributo che cambierà per sempre le vite di tutti loro, e non solo. Un romanzo davvero appassionante, dove è il confine incerto tra giusto e sbagliato, giorno e notte, ad essere indefinito e vago, un crepuscolo che non vuole lasciare spazio alla notte ma che, inesorabile, vede il buio strisciare nel cielo e conquistarsi spazio nei cuori dei ragazzi. Una storia di amicizia, perdita, morte, colpa e perdono, che forse arriva, o che forse rimane solo agognato, ma che a prescindere non riesce a lenire le cicatrici di un'estate che non è mai finita
Questo romanzo mi ha ricordato molto il film “Stand by me”. Cinque giovani amici nell'estate del 1961 perdono l’innocenza dell’infanzia e vengono catapultati nel mondo violento degli adulti, restandone segnati per la vita. La cornice è formata dal territorio di Brondolo, un piccolo paesino in provincia di Venezia, dove gli uomini fanno da padri-padroni per mogli e figli, dove alberga una superstizione anacronistica e becera e un’omertà ipocrita e opportunista. Dove è il parroco a concedere la licenza per fare la levatrice e dove basta una sua decisione per rinchiudere chiunque al manicomio di San Servolo. Bel romanzo, scorrevole e intrigante. Qualche mistero il lettore lo scopre presto (non perché il romanzo sia banalmente prevedibile ma perché gli autori ci conducono in una direzione precisa) ma qualche altro lo si scopre solo alla fine, quando il cerchio si chiude definitivamente e il peso dei ricordi smette di stringere il cuore.
Quando invece di crescere prima del tempo ti costringono a invecchiare prima del dovuto
“I vecchi della Bersagliera ripetevano spesso che, prima o poi, arriva un momento in cui tutte le cose belle della vita finiscono. Non si celebrano le nascite, ma solo i morti, le ferite non guariscono, i dolori non passano più. Il giorno del funerale di Ercole mi accorsi di essere diventato anch’io uno di loro.”
L’estate del cane bambino è la storia di un gruppo di ragazzini che si ritrovano ad invecchiare improvvisamente per colpa della brutalità disumana di un uomo che di umano ha ben poco, a niente valgono i tentavi di sfuggire alla verità con leggende di “morti che resuscitavano per uccidere pescatori ingrati, di velieri portatori di peste, topi e vampiri, di nuvole combattenti e cavalieri inesistenti” perché “Non si invecchia mai un po’ alla volta. C’è un momento preciso, nella vita, in cui ti accorgi che è successo. È una certezza, e non contano gli anni che hai. Capita quando smetti di andare avanti e ti scopri a guardarti alle spalle. Scruti il tempo che se n’è andato. Lì dietro sono rimasti i tuoi unici amici, i ricordi, l’illusione che niente possa mai finire davvero.” E nel momento in cui Vittorio realizza che quel bambino a cui non passarono la palla non tornerà più, nell’esatto istante in cui costruiscono la fantasia del cane bambino, capisce anche che la loro estate e la loro infanzia è finita, ma insieme a queste gli vengono strappate anche l’adolescenza e la giovinezza che avrebbero dovuto vivere. È una storia sul vendicarsi, perdonare, essere perdonati. È un libro in cui non c’è niente da capire perché ti dice da sè con estrema crudeltà tutto quello che c’è da capire
Ho scelto questo libro senza sapere niente degli autori e della trama, una di quelle classiche situazioni in cui l'affetto per la casa editrice e l'unicità di titolo e grafica bastano per comprare un romanzo a scatola chiusa. Sono molto felice di averlo fatto.
Ero scettica riguardo a questa scrittura a quattro mani, ma incredibilmente funziona: sebbene non ci siano virtuosismi e la prosa sia piuttosto semplice, alcuni capitoli sono di un'intensità bruciante; l'universo della periferia veneziana degli anni Sessanta è vivido, tangibile, avvolgente; i personaggi si svelano con una puntualità sintetica ma carica di colore.
E' un romanzo profondamente italiano, ma qualcosa nel modo in cui viene raccontato questo gruppo di ragazzini pre-adolescenti mi ricorda da vicino lo Stephen King di It e di Il Corpo ( Stand by me , per intenderci) in Stagioni diverse, che è poi per me lo Stephen King più riuscito. Sarà il misto di innocenza e crudeltà, il contrasto fra bisogno di giustizia dei piccoli e abuso arbitrario dei grandi, la frustrazione indescrivibile che si prova constatando che diventare adulti non è scoprire la crudeltà del mondo, ma accettare di conviverci.
Per correttezza, evitate se non volete leggere libri contenenti e .
Siamo a Brondolo, nelle campagne venete in provincia di Venezia, e quella che si narra è l’ultima estate insieme di un gruppo di amici che si sta affacciando all’adolescenza. C’è chi ha il privilegio di diventare adulto gradualmente, e chi invece è costretto a diventarlo in pochi mesi. Giusto il tempo di un’estate.
L’estate del cane bambino di Mario Pistacchio e Laura Toffanello non è un libro per i deboli di cuore, perché lo farà batterà più forte, incessantemente, ad ogni pagina.
Batterà di una nostalgia malinconica per le estati passate; quelle che abbiamo vissuto, ma anche quelle che ci hanno raccontato i nostri genitori, i nostri zii, le nostre nonne. Estati appiccicate, che sanno di polvere, sudore, corse, libertà.
Batterà di tensione, perché le atmosfere sono degne dei migliori Stephen King e David Lynch, solo nella Chioggia degli anni Sessanta.
Batterà di sgomento, perché ci saranno pagine che divorerete con gli occhi sgranati e una mano sulla bocca, mentre trattenete il fiato sperando in un epilogo diverso.
Batterà di rabbia, non solo per il male che esiste e alberga feroce in alcuni di noi, ma anche per tutte le volte in cui quel male, una volta rivelato, viene nascosto, taciuto, lasciato impunito.
Infine, batterà di dolore e amore, che non solo fanno rima ma sono spesso compagni, nel ricordare le amicizie dell’infanzia, quelle che, pur perdendosi, non avranno mai eguali, perché fondate su prime volte condivise e futuri immaginati. Perché quando si giocava insieme era tutto lì, e non serviva altro.
Un libro a cui mi sono avvicinata solamente per l’obiettivo è che forse non avrei purtroppo mai letto. Gli autori, attraverso la voce di Vittorio bambino ci raccontano della sua ‘ultima’ estate. La provincia di Venezia fa da sfondo all’infanzia di un gruppo di bambini profondamente legati dall’amicizia. Siamo negli anni 60 con i loro pregiudizi di provincia e tutte le difficoltà del periodo. La banda i loro pomeriggio li passano ritrovandosi alla Base, girando per il paese e giocando a calcio. Tutto è bello nella loro spensieratezza fino a quando Narciso, il piccolo fratello di uno del gruppo non scompare. I genitori e tutto il paese incolpano i ragazzi… è in quel momento che appare Houdini. Un cane tutto nero che si affeziona da subito al fratello di Narciso, facendo credere al gruppo che il cane sia Narciso stesso. Sono le leggende, le superstizioni, le ingiustizie, l’incapacità di amare dei grandi che faranno sfociare questa storia in una tragedia. Un romanzo che non lascia nulla all’immaginazione che descrive le scene più dure senza filtri, dove è impossibile non sentirsi pienamente coinvolti. Dopo quasi 50 anni Vittorio decide di tornare al paese, forse per cercare di mettere a posto quei tasselli mancanti ma soprattutto la sua coscienza. Una lettura che mi ha coinvolta e appassionata. Non è un caso per me che l’unico adulto ‘buono’ sia proprio il nonno di Vittorio, in qualche modo comunque, emarginato anche lui.
L’ascolto di questo libro mi ha lasciato con sentimenti contrastanti. Da una parte mi piace sempre quando un libro mi da emozione, positiva o negativa che sia, ma questa volta mi ha fatto stare veramente male. Una scena in particolare mi ha straziato l’anima, l’ho ascoltata con un groppo in gola, dopo ho dovuto mettere in pausa e piangere per cinque minuti buoni. Mi sono chiesta chi me l’avesse fatto fare. Però la storia ti tiene incollato alle pagine, ne vuoi sapere sempre di più, vuoi scoprire il marcio, il male che si nasconde dietro la facciata del tranquillo paesino di provincia. Ma sono solo parzialmente soddisfatta, perché ormai ero pronta a tutto l’orrore che immaginavo, ma che alla fine viene solamente lasciato all’intuizione, come un velo scuro che aleggia sulle vite dei protagonisti ma che non si palesa mai.
Una storia dolorosissima, raccontata in modo eccellente (trattandosi di un esordio, non posso che dire "chapeau"). Gli autori sono riusciti a creare qualcosa dal quale è difficile staccarsi. Ogni tanto diventa necessario prendere fiato, perché le vicende si succedono in modo sempre più cupo. Mano a mano che i nodi vengono al pettine, ci si rende conto di essere stati intrappolati in una storia fatta di dolori lancinanti. Ci sono frasi così forti da sembrare pugnalate al cuore. E poi i personaggi: sono caratterizzati in modo semplice, ma limpido. Arrivati alla fine, sembra quasi di averli conosciuti per davvero, di aver passeggiato con loro per le strade di Brondolo. Bellissimo!
A novel about friendship, about family, about mankind’s constant struggle in knowing what is true and what is not. A novel about life and life’s struggles, about death and about anger, revenge, about getting even and find peace again. Peace in the truth and in the friendship that lasts among good friends for life.
I thoroughly enjoyed reading this novel even though I read it in Danish and not my first language. The narrative of the novel drew me into curiosity and the young boys beliefs in folklore and magic kept me constantly interested in where the truth of the story was as they turned into old men and slowly reveals the answers to my questions. A beautifully written novel.
La scomparsa di un bambino sconvolge Brondolo (Chioggia), un piccolo paese dove "nessuno si è mai perso", e costringe un gruppo di ragazzini a diventare grandi prematuramente. É una storia di delitti, vendette e perdono, dove non manca quell'atmosfera di piccolo paese povero e semplice, di quelli dove tutti si conoscono. Sono rimasta particolarmente colpita da questo libro anche perché è ambientato in una zona che conosco, i cui nomi di luoghi e di persone mi sono molto familiari. D'ora in avanti non potrò più tornare a Chioggia senza ripensare a questa oscura vicenda.
"Non si invecchia mai un po' alla volta. C'è un momento preciso, nella vita, in cui ti accorgi che è successo. É una certezza, e non contani gli anni che hai. Capita quando smetti di andare avanti e ti scopri a guardarti alle spalle. Scruti il tempo che se n'è andato. Lí dietro sono rimasti i tuoi unici amici, i ricordi, l'illusione che niente possa mai finire davvero"
Il parallelismo con la crocefissione di Cristo e con la fanciullezza perduta del Pif calviniano, il ritmo leggero e senza tempo della prima parte, l'angoscia, l'orrore e il senso di schifo della seconda: destinato a chiunque voglia leggere dell'ignoranza, del maschilismo di un paese piccolo degli anni 60.
una lettura piacevole ma non me la porterò dietro a lungo, non ha caratteristiche particolari e di per sè la vicenda non mi ha travolto. I personaggi sono sì caratterizzati ma nessuno mi ha suscitato simpatie o antipatie. Tutto molto ok ma senza fuoco.