Ho iniziato questo volumetto sperando che la passione per i libri di un'altra rinfocolasse la mia.
In parte c'è riuscito, ma temo che ciò si sia verificato perché, ancora una volta, a venire pungolata è stata la mia ambizione ad essere plasmato dai libri in una versione migliore di me; come se, alla fine d'un numero indefinito di letture d'alto sguardo, ci fosse il mio innalzamento a uomo più riuscito.
È un modo di leggere tossico, il mio, perché tenta di recuperare la formazione che non ho avuto e gli studi che ho abbandonato solo per una forma di vanagloria disillusa. Chi mai potrei divenire, d'altro da me? Macinare pagine non basta, certi vuoti non si possono riempire a posteriori con una colata di cemento.
A prescindere, di me sarò la mia mediocrità.
Forse è per questa consapevolezza che negli ultimi mesi ho smesso d'insistere, d'aprire copertine: la bulimia, prima o poi, tornerà da sé. Non mi chiedo perché. Sta sempre lì, dove è scaturita quell'altra: nella perseveranza per diventare un ideale, un costrutto, una maschera, qualcosa di usuale e noto e accettabile. Nel mentre, come contrappeso, resiste la paura per il niente che lascerò dietro di me.
Ho invidiato Bignardi, forse pure con una certa cattiveria, perché ha avuto la vita che ho tanto desiderato anche io, con qualcuno che alimentasse il mio bisogno di libri e che mi lasciasse quieto sul divano. Nella mia famiglia, invece, leggere e perdere sono sinonimi: se leggi perdi tempo, perdi denaro, perdi vita. Io sono un perdente, perché sono un lettore e perché sui libri mi sono incaponito.
Questa cosa mi ha isolato.
Al di là di qualche rimostranza personale, ché Bignardi forse è un po' troppo compiacente con se stessa (e a me lei fa simpatia, da quando ragazzetto vedevo le sue interviste in tv), il difetto principale di Libri che mi hanno rovinato la vita è che perde il suo motivo fondante lungo la via. Esplode, come nei film d'azione, quella cosa fondamentale sull'ala dell'aereo, per cui ha inizio un precipitare rapido che non lascia scampo. Certo, i libri dalla "vibrazione oscura" sono interessanti - classici, ma non notissimi; di nicchia, ma non inavvicinabili -, ma sono soltanto tre, con un breve elenco di menzioni d'onore.
Il resto di queste 150 pagine spesso piene a metà sono citazioni, pochi dati biobibliografici e materia autobiografica non sempre valevole o resa con l'accortezza a cui tante penne ci hanno abituato negli ultimi decenni. È facile scadere nella cronistoria banale di sé, quando ci si mette al centro della narrazione.
Il ragionamento iniziale, quello di andare in cerca delle pagine che l'hanno rovinata, si perde troppo presto a scapito di annotazioni diaristiche che avrebbero benissimo potuto essere lasciate tra le carte private.
Bella l'idea di partenza, ma la "vibrazione oscura" doveva essere un terremoto e invece è una brutta ruzzolata sul ghiaino.